Mosul dopo l’ISIS: la grande sfida è ritrovare la fiducia nelle diversità

L’UNESCO ha lanciato un progetto, “Ravvivare lo spirito di Mosul”, che punta a ricreare la diversità culturale della città. Ecco perché i domenicani si sono coinvolti nel progetto

Padre Poquillon tra le rovina della chiesa di al-Saa'a, ora in ricostruzione nell'ambito del progetto "Revive the spirit of Mosul"
Foto: UNESCO
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È dallo scorso aprile che l’UNESCO ha cominciato i lavori di restauro della chiesa domenicana di Nostra Signora dell’Ora a Mosul. La chiesa, il cui nome in arabo è al-Saa’a, è situata nella città vecchia di Mosul, un luogo che da sempre è stato un crocevia di culture e religioni. Un incrocio di dialogo che è stato compromesso e parzialmente distrutto con l’invasione dei Daesh. Un dialogo di cui i domenicani sono stati protagonisti da sempre in quell’area.

“Siamo stati mandati da San Domenico, e dal Papa, in queste terre, per costruire nuove relazioni con le chiese locali e le culture locali. Il nostro ruolo è di supportare le persone, non di cambiarle, puntiamo ad arricchirle”, racconta ad ACI Stampa padre Oliver Poquillon, rappresentante dei Domenicani a Mosul.

Il restauro della chiesa di al-Saa’a è parte di un ampio programma, Revive the Spirit of Mosul (Ravvivare lo Spirito di Mosul) lanciato attraverso l’UNESCO e supportato da molti governi. Tra i finanziatori, gli Emirati Arabi Uniti, anche sulla scorta della Dichiarazione sulla Fraternità Umana firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di al Azhar Ahmed bin-Tayyeb il 4 febbraio 2019.

Il programma dell’UNESCO prevede anche il restauro della cattedrale siro cattolica di al Tahera (La purissima), nelle cui rovine si celebrò una Messa per la pace già il 28 febbraio 2018.

Padre Poquillon dice ad ACI Stampa che “dalla fine dell’occupazione dei Daesh, si è lavorato per ricostruire la città vecchia. Nell’ultimo mese ci sono stati miglioramenti, e ora acqua ed elettricità sono tornati nelle strade e nella città”.

La decisione di coinvolgersi nel programma UNESCO, continua padre Poquillon, è data anche dalla necessità di “rimettere insieme la comunità, offrire una nuova opportunità alle persone lavorando insieme ad un progetto, perché il primo passo dopo l’occupazione dei Daesh è ripristinare la fiducia. Sono persone di differenti comunità, che stanno riscoprendo, mentre lavorano insieme, che amano la stessa musica, per esempio”.

È un lavoro, quello della formazione, che i domenicani di Mosul fanno da sempre. In particolare, la chiesa di Nostra Signora dell’Ora appartiene alla Provincia Domenicana di Francia. La chiesa è stata sede della predicazione, in varie lingue. Per esempio, a Mosul i cristiani parlano arabo, non aramaico, ma a Qaraqosh e Alqosh parlano il surat, che è un aramaico vernacolare. E fu proprio a Mosul, all’incrocio di due strade, che i domenicani hanno costituito la prima tipografia dell’area, e questa tipografia ha stampato anche la prima grammatica curda.

Padre Poquillon sottolinea che il lavoro si fa a due livelli: c’è un lavoro culturale, ma c’è anche un lavoro di formazione, necessario per il futuro della comunità.

La parte più facile, soggiunge, è quella culturale perché “i giovani accademici hanno sete di cultura, e stanno riscoprendo da soli le chiese di Mosul. Non hanno mai visto la città di Mosul come era, hanno voglia di scoprire. Stiamo, passo dopo passo, riscoprendo la documentazione che abbiamo, sia in collaborazione con l’UNESCO che con iniziative private”.

Per quanto riguarda, invece, la parte pratica, c’è il progetto di aprire un laboratorio per imparare le tecniche tradizionali di costruzione e scultura, che sono molto radicate a Mosul. In fondo, metà della popolazione di Mosul è giovane, tra i 20 e i 30 anni, e sono persone che hanno bisogno di essere formate e anche di riscoprire la loro storia e la loro capacità tecnica. E non solo: si tratta di investire sulla popolazione, che così trova lavoro e acquisisce capacità tecniche.

Tutto è parte di un progetto più grande: quello di ripristinare la diversità culturale della Città Storica di Mosul, e infatti il progetto UNESCO sta anche ristrutturando la Grande Moschea.

Una diversità culturale di cui i cristiani sono stati grandi protagonisti. E la speranza è che davvero i cristiani possano tornare nelle loro terre. In fondo, i domenicani che sono arrivati lì non si sono mai sentiti dei missionari: non andavano ad evangelizzare, i cristiani erano già lì.

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