Motu proprio sugli abusi, Scicluna: “Coprire un delitto non è mai stato accettabile”

Da sinistra a destra: l'arcivescovo Charles J. Scicluna, segretario aggiunto della Congreagazione della Dottrina della Fede; Alessandro Gisotti, direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede; il vescovo Juan Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
Foto: AG / ACI Group
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Due le principali novità: una legge che impone l’obbligo di denuncia e protegge chi denuncia; e il controllo sulla leadership della Chiesa, un “segnale molto forte” perché nessuno nella Chiesa deve sentirsi al di sopra della legge: l’arcivescovo Charles J. Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione della Dottrina della Fede, spiega così il nuovo motu proprio Vos Estis Lux Mundi sulla lotta agli abusi. L’arcivescovo Scicluna sottolinea: “Coprire un delitto non è accettabile, non è mai stato accettabile”.

Insomma, la Chiesa non è rimasta senza rispondere alla crisi degli abusi. L’arcivescovo Sciclunca ci tiene a rimarcare che il motu proprio stabilisce procedure, che la Chiesa aveva già cominciato un percorso, e c’erano già state indagini sulla leadership. La Chiesa, insomma, non è all’anno zero sulla lotta agli abusi, e lo può dire soprattutto l’arcivescovo Scicluna, che dal 2002 al 2012 è stato promotore di giustizia della Congregazione della Dottrina della Fide, e in quel ruolo ha guidato gli sforzi della Chiesa degli ultimi anni nella lotta agli abusi.

Il motu propro è, insomma, di una messa a punto delle procedure da affrontare in casi di abusi, con l’obbligo di riportare, un ruolo nuovo affidato all’arcivescovo metropolitano, la definizione dei tempi. Al termine dell’incontro sulla protezione dei minori in Vaticano erano stati annunciati tre provvedimenti, pubblicati poi il 26 marzo: un motu proprio, una legge e linee guida per la Curia Romana, lo Stato di Città del Vaticano il Vicariato della Città del Vaticano.

Questo motu proprio va a concretizzare le linee guida. Sottolinea Alessandro Gisotti, direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede – che questo è un “passo fondamentale” nel percorso che la Chiesa ha portato avanti per contrastare la lotta agli abusi.

L’arcivescovo Filippo Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ha messo in luce in una nota che le procedure nascono da “segnalazioni concernenti delitti in ambito sessuale commessi da chierici o da membri di Istituti di Vita Consacrata e di Società di Vita apostolica”, ma anche per interferenza delle indagini, e si tratta – per l’arcivescovo Iannone - di “una norma chiara, e da più parti richiesta, con la quale si vuole evitare che nel futuro si possano ancora verificare coperture di abusi”.

Particolare il ruolo del vescovo Metropolita, una “novità – sottolinea il presidente del dicastero vaticano che si occupa di testi legislativi – perché “questa figura canonica è molto antica nella Chiesa e ad essa il Codice di diritto canonico attribuisce già alcuni compiti di vigilanza nell’ambito della provincia ecclesiastica che presiede”. Una scelta “opportuna”, perché le indagini sono in loco. L’incarico comunque arriva direttamente dal dicastero della Santa Sede competente.

Ma è da notare anche – sottolinea l’arcivescovo Iannone – l’affermazione del rispetto per le leggi statali. Si tratta – dice il presidente del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi – di “una sana collaborazione, rispettosa della reciproca autonomia”, che “non può che favorire il bene delle persone e la ricerca della verità”.

Il vescovo Juan Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi, sottolinea che “si tratta di una legge procedurale, non introduce nuovi fatti”.

Per il vescovo Arrieta, due sono le idee fondamentali: “la necessità di una conversione continua, e il fatto che la protezione dei minori riguarda i vescovi quanti si assumono compiti al servizio del popolo di Dio”.

Anche l’arcivescovo Scicluna rcicorda che si tratta di un “documento procedurale”, perché “non si tratta di inventare una ruota o di fornire un commento su leggi penali che già abbiamo, ma di fornre procedure e indicazioni su cosa fare per denunciare poi l’investigazione dei leaders.

Proprio su quello insiste l’arcivescovo Scicluna: il documento rappresenta un impegno di responsabilizzazione della leadership, perché si sappia che “coprire un delitto non è accettabile, non è mai stato accettabile”.

Il vescovo Arrieta mette in luce come il motu proprio chieda di stablire “uno o pù sistemi per accogliere le segnalazioni”, e l’arcivescovo Scicluna sottolinea che comunque le evoluzioni del motu proprio “segnano anche possibili evoluzioni del delitto penale della Chiesa” a partire proprio dalla definizione di “persona vulnerabile”.

Per il segretario aggiunto della Congregazione della Dottrina della Fede, è “epocale che abbiamo una legge universale che impone l’obbligo di denuncia e protegge chi denuncia”, e che è importante la richiesta alle diocesi di stabilire strutture di ascolto, norma che stabilisce “il dovere giuridico di accogliere le vittime”.

Poi, c’è la novità dell’investigazione preliminare dell’arcivescovo metropolita. Il vescovo Arrieta sottolinea che “il metropolita deve prima chiedere l’avvio delle indagini attraverso un rappresentante pontificio”, e solo dopo riceve l’incarico, ma non viene lasciato solo, perché le indagini devono concludersi in 90 giorni, mentre il metropolita deve dare conto ogni 30 giorni.

Ma il segnale forte è la procedura per investigare la leadership della Chiesa, secondo l’arcivescovo Scicluna. E si tratta di “un segnale molto forte”, perché “le investigazioni ci sono state, ma ora abbiamo una legge che identifica le tappe fondamentali dando un segnale che anche la leadership è sottoposta non solo alla legge di Dio ma anche alla legge canonica, e deve rispondere ai crimini che ha eventualmente commesso. Nessuno è al di sopra della legge”.

 

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