Organizzare una conferenza su Gerusalemme: la richiesta della Palestina al Vaticano

Il Ministro degli Esteri palestinese Al Maliki ritratto nella sede dell'Ambasciata di Palestina presso la Santa Sede a Roma, 15 febbraio 2018
Foto: AA / ACI Group
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È stato prima a colloquio con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, e poi con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” della Santa Sede. Ryadh al Maliki, ministro degli Esteri di Palestina, è arrivato appositamente a Roma per parlare in vaticano della questione palestinese. Con una richiesta specifica: che la Santa Sede organizzi una conferenza, riunisca varie confessioni cristiane, per riaffermare che Gerusalemme deve essere prima di tutto una città aperta per tutte le religioni. ACI Stampa incontra il ministro con pochi altri giornalisti nella sede dell’Ambasciata di Palestina presso la Santa Sede, aperta lo scorso gennaio.

Di cosa avete parlato negli incontri in Segreteria di Stato?

Abbiamo messo in luce le implicazioni della decisione del presidente Donald Trump di “premiare” Gerusalemme come capitale di Israele, con la decisione di spostare l’ambasciata USA in Israele nella città. In questo modo, ha connesso la città solamente al mondo ebraico, mettendo da parte il legame che ha la città con i cristiani e gli islamici. E abbiamo spiegato che questa decisione mette a rischio anche i negoziati, perché ormai la questione di Gerusalemme è stata messa fuori dal tavolo.

Quale è la vostra posizione?

Riteniamo che il conflitto si debba mantenere a livello politico. Con la decisione del presidente Trump questo conflitto, invece, si sposta ad un livello religioso. Non riguarda più solo israeliani e palestinesi, ma riguarda le religioni che si riconoscono nella Città di Gerusalemme. Ed è importante che il presidente Trump sappia che i cristiani hanno un interesse particolare su Gerusalemme.

Quale è stata la risposta della Santa Sede?

La Santa Sede ha mostrato la sua preoccupazione. Nei nostri colloqui abbiamo fatto riferimento allo status quo, che deve essere rispettato da entrambe le parti. Santa Sede e Palestina hanno anche concordato che il futuro di Gerusalemme deve essere negoziato e non imposto da una decisione del presidente Trump o di Israele, perché questo costituisce una violazione della legge internazionale, e in particolare dell’accordo di Oslo del 1993.

Papa Francesco ha fatto vari appelli per difendere lo status quo di Gerusalemme, la Segreteria di Stato vaticana ha emesso una nota, anche le confessioni cristiane sul territorio hanno preso una posizione forte. Dunque, la posizione della Santa Sede e dei cristiani è stata forte e nota. Cosa volete che la Santa Sede faccia di più?

Vorremmo che la Santa Sede organizzasse una conferenza che riunisca tutte le confessioni cristiane, e facesse sentire con più forza la voce dei cristiani del Medio Oriente. È importante che ci si renda conto che la situazione di Gerusalemme intacca soprattutto i cristiani.

Perché?

Perché in Israele si è approfittato della decisione del presidente Trump per giustificare azioni contro le Chiese locali a Gerusalemme, cercando di rendere loro la vita difficile. Vengono imposte tasse, vengono congelati conti correnti delle chiese, vengono prese le loro proprietà. Una pressione che ha lo scopo finale di cambiare il carattere sacro della Città, e di farla diventare sempre più una città solo Ebrea. Per questo, riteniamo che c’è bisogno di una presa di posizione più forte, che gli statements della Santa Sede no sono stati sufficienti. E per questo pensiamo ad una conferenza guidata dalla Santa Sede, perché l’amministrazione Trump si renda conto dell’interesse cristiano su Gerusalemme. Ed è molto importante anche dare un segnale per i cristiani di Terrasanta, che si sentono abbandonati e sotto pressione.

Quale è stata la reazione della Segreteria di Stato alla proposta di una conferenza?

Il Cardinale Parolin e l’arcivescovo Gallagher non hanno fatto obiezioni all’idea che la Santa Sede guidi l’iniziativa di organizzare la conferenza. Non ho neanche percepito un rifiuto da parte loro. Ci dovranno pensare, ma l’atmosfera mi sembrava positiva.

Lei sottolinea che il conflitto deve essere politico, e non religioso. Ma c’è stata, a Istanbul, una recente riunione della cooperazione islamica per difendere lo status quo di Gerusalemme. Non è questo metterlo su un piano religioso?

Noi abbiamo sempre cercato di mantenere il conflitto a livello politico. Ma nel momento in cui il presidente Trump ha portato la dimensione religiosa nel conflitto, immediatamente la cooperazione islamica ha pensato che fosse un obbligo reagire alla situazione, per enfatizzare che il mondo islamico non avrebbe accettato che fossero ignorati i legami islamici con la città. Questo non può succedere con le nazioni cristiane, perché le nazioni cristiane sono secolari per natura: non possono parlare al posto dei cristiani, sebbene siano nazioni cristiane. Possiamo però chiedere alle nazioni di reagire dal punto di visa politica. Ma per questo abbiamo chiesto alla Santa Sede di organizzare una conferenza per le Chiese cristiane nel mondo: per dimostrare che la dimensione cristiana non è assente nel dibattito.

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