Papa Francesco alla Chiesa Greco Cattolica Ucraina: “Il vostro scopo è dare speranza”

Il mandato della speranza. Le tre parole d’ordine di preghiera, vicinanza e solidarietà. Il tema del conflitto ibrido. Il discorso del Papa per gli ucraini

Papa Francesco presiede l'incontro con il Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, Sala Bologna, Palazzo Apostolico Vaticano, 5 luglio 2019
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Il mandato di Papa Francesco per la Chiesa Greco Cattolica Ucraina è, in fondo, semplice: portare speranza cristiana e sviluppare la sinodalità per andare oltre i particolarismi, siano essi ecclesiali, nazionalistici o politici. Ed è con questa raccomandazione che il Papa apre i due giorni di incontro del Sinodo Greco Cattolico Ucraino in Vaticano.

Riuniti in Sala Bologna, vescovi e membri del Sinodo della più grande Chiesa sui iuris sono chiamati, tra il 5 e il 6 luglio, ad affrontare varie questioni: il tema sociopolitico, che sarà affrontato dal Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano; la missione delle Chiese Orientali, che sarà delineatea dal Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali; la missione ecumenica, affidata ad una relazione del Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Untà dei Cristiani.

Ma si parlerà anche dell’iniziativa “Il Papa per l’Ucraina”, colletta straordinaria voluta da Papa Francesco e affidata prima a Cor Unum e poi al neonato dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale che lo ha assorbito, di cui prefetto è il Cardinale Peter Turkson, che ne parla all’incontro. Tra i temi, anche il catechismo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, discusso dal Cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede: si chiama “Cristo nostra Pasqua”, è frutto di dieci anni di lavoro ed è un punto di riferimento non solo per le Chiese cattoliche di Rito Orientale, ma anche per il mondo ortodosso.

È un incontro fortemente voluto da Papa Francesco, dal programma fitto, cui il Papa partecipa al primo giorno, e che un po’ si ricollega idealmente agli incontri a Roma del Sinodo Greco Cattolico Ucraino guidato dal metropolita Andryi Sheptytsky, che guidò la Chiesa dal 1901 al 1944. Ma è anche il primo incontro di questo genere, un incontro interdicasteriale che vuole affrontare la questione ad ampio raggio.

Nel suo discorso, Papa Francesco ricorda che “l’Ucraina vive da tempo una situazione difficile e delicata”, parla della ferita di un conflitto “ibrido”, nel quale “i più deboli e i più piccoli pagano il prezzo più alto”. Si tratta, aggiunge Papa Francesco, di “un conflitto aggravato da falsificazioni propagandistiche e da manipolazioni di vario tipo, anche dal tentativo di coinvolgere l’aspetto religioso”.

Papa Francesco prima di tutto vuole ricordare la vicinanza che con la Chiesa Greco Cattolica Ucraina: serviva Messa al vescovo Chmil, del quale ha omaggiato la tomba nella sua visita alla Basilica greco cattolica di Santa Sofira a Roma lo scorso anno; ha una frequentazione con l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk da quando questi era eparca a Buenos Aires, e prega ogni mattina davanti alla Madonna che lo stesso Shevchuk gli ha regalato.

Quindi, Papa Francesco ringrazia “per la fedeltà al Signore e al successore di Pietro, spesso costata cara lungo la storia”, prega perché i politici cerchino “il bene comune”, chiede che Dio conforti gli animi di quanti hanno perso i propri casi a causa del conflitto.

Quale è il ruolo della Chiesa in situazioni di conflitto? Prima di tutto, afferma Papa Francesco, è quello di offrire “una testimonianza di speranza cristiana”, l’unica speranza “che non delude mai”. La priorità è dunque quella di “stare uniti a Gesù, nostra speranza”, rinnovando la fede con la preghiera e guardando all’esempio dei santi della porta accanto, numerosi tra il popolo ucraino, che “hanno risposto al male con il bene” e “nel campo violento della storia, hanno piantato la croce di Gesù” e hanno portato frutto”.

Sono questi “semi di speranza cristiana”. Papa Francesco poi ricorda i martiri della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, che lui ha conosciuto leggendo “con emozione” il libro “Perseguitati per la Verità”, edito dall’Università cattolica ucraina, dedicato alla vita e alle attività della Chiesa greco-cattolica ucraina durante il periodo di clandestinità.

Il Papa sottolinea poi che il programma pastorale della Chiesa Greco Cattolica Ucraina di qualche anno fa era chiamato “Parrocchia viva, luogo di incontro con Cristo vivente”, ma che alcune volte viva era definito come “vibrante”, ed è così l’incontro con Gesù, che fa diventare la Chiesa feconda.

La preghiera è la prima preoccupazione, sottolinea il Papa, senza cadere nella tentazione dei discepoli che sul Getsemani dormivano e poi tirarono fuori la spada, mostrando di “essere caduti nella tentazione della mondanità”.

Quindi, Papa Francesco chiede di “stare con la gente”, perché le persone mediante le cure percepiscono l’annuncio del Vangelo, mentre “non lo capiscono se i Pastori sono intenti solo a dire Dio; lo comprendono se si prodigano a dare Dio: dando se stessi, stando vicini, testimoni del Dio della speranza che si è fatto carne per camminare sulle strade dell’uomo”.

Il Papa tratteggia la Chiesa come “luogo dove si attinge la speranza e si trova la pa porta sempre aperta”, seguendo una cura pastorale che “comprende in primo luogo la liturgia”, che è un elemento che, insieme a spiritualità e catechesi, “costituisce un elemento che caratterizza la Chiesa Greco Cattolica Ucraina”.

Ed è attraverso la liturgia che si arriva alla carità, carità che si è espressa anche nella iniziativa della colletta straordinaria “Il Papa per l’Ucraina”, cui Papa Francesco vorrebbe dare un seguito, e spera che dei “progetti speciali” vengano fuori da quell’incontro” perché “è tanto importante esser e vicini a tutti ed essere concreti, anche per evitare il pericolo che una grave situazione di sofferenza cada nel dimenticatoio generale. Non si può dimenticare il fratello che soffre, da qualunque parte provenga”.

Infine, la sinodalità. “Non basta avere un sinodo, bisogna essere sinodo”, ammonisce Papa Francesco. E poi ricorda che “in quanto Chiesa cattolica orientale, avete già nel vostro ordinamento canonico una marcata espressione sinodale, che prevede un frequente e periodico ricorso alle assemblee del Sinodo dei Vescovi”; ma che allo stesso tempo “ogni giorno occorre fare sinodo, sforzandosi di camminare insieme, non solo con chi la pensa allo stesso modo – questo sarebbe facile –, ma con tutti i credenti in Gesù”.

La sinodalità, aggiunge Papa Francesco, è caratterizzata dall’ascolto, che è sensibilità e apertura alle opinioni dei fratelli; ma anche correzione fraterna, perché “non si può nascondere quello che non va e andare avanti come se nulla fosse per difendere a ogni costo il proprio buon nome: la carità va sempre vissuta nella verità, nella trasparenza, in quella parresia che purifica la Chiesa e la fa andare avanti”.

Infine, sottolinea Papa Francesco, sinodaltà “vuol dire anche coinvolgimento dei laici: in quanto membri a pieno titolo della Chiesa, anch’essi sono chiamati a esprimersi, a dare suggerimenti. Partecipi della vita ecclesiale, vanno non solo accolti, ma ascoltati”.

È grazie alla sinodalità che si “allargano gli orizzonti” e si vive “”la ricchezza della propria tradizione dentro l’universalità della Chiesa”, traendo giovamento dai buoni rapporti degli altri riti e intessendo “relazioni fruttuose con altre Chiese particolari, oltre che con i Dicasteri della Curia Romana”.

Papa Francesco afferma che “l’unità nella Chiesa sarà tanto più feconda, quanto più l’intesa e la coesione tra la Santa Sede e le Chiese particolari sarà reale. Più precisamente: quanto più l’intesa e la coesione tra tutti i Vescovi con il Vescovo di Roma”, senza perdere di vista la particolarità della storia di ciascuno, ma ricordando l’universalità della Chiesa che, proprio per questa caratteristica, “è messa in pericolo e può venire logorata dall’attaccamento a particolarismi di vario tipo: particolarismi ecclesiali, particolarismi nazionalistici, particolarismi politici”.

Insomma, conclude il Papa, devono essere due giorni che aiutino “a camminare meglio insieme”.

 

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