Papa Francesco: “L’ecumenismo sia battesimale, pastorale e locale”

Incontrando la Commissione Mista Internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, Papa Francesco delinea i tre aspetti dell’ecumenismo

Papa Francesco qualche giorno fa con i monaci ortodossi orientali
Foto: Vatican Media
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L’ecumenismo per Papa Francesco deve essere “battesimale, pastorale e locale”. Lo spiega ai membri della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, che è alla vigilia della pubblicazione di un documento sui sacramenti e si è riunita di nuovo dopo l’incontro online dello scorso anno.

Istituita nel 2003, la Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese ortodosse ha già pubblicato due documenti, il primo nel 2009 su “Natura, Costituzione e Missione della Chiesa”, il secondo nel 2015 su “L'esercizio della comunione nella vita della Chiesa primitiva e le sue ripercussioni sulla nostra ricerca di comunione oggi”, ed è ora, come detto, allo studio un documento sui sacramenti.

Papa Francesco nota che questo documento “dimostra l’esistenza di un ampio consenso e che, con l’aiuto di Dio, potrà segnare un nuovo passo in avanti verso la piena comunione”.

Papa Francesco poi delinea la sua riflessione sui tre punti importanti per l’ecumenismo. Il primo è che l’ecumenismo è battesimale, perché “è nel Battesimo che si trova il fondamento della comunione tra i cristiani e l’anelito verso la piena unità visibile”.

Quindi, l’ecumenismo è “pastorale”, e in fondo il grande consenso trovato sul Battesimo e sugli altri sacramenti “dovrebbe incoraggiarci ad approfondire un ecumenismo pastorale”. E così, “anche senza essere in piena comunione, sono già stati firmati accordi pastorali con alcune Chiese ortodosse orientali”, come la Dichiarazione congiunta firmata nel 1984 da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca Mar Ignatius Zakka I Iwas della Chiesa siro-ortodossa d’Antiochia, che “in determinate circostanze autorizza i fedeli a ricevere i sacramenti della Penitenza, dell’Eucaristia e dell’Unzione degli infermi nell’una o nell’altra comunità”.

Ma anche, ricorda Papa Francesco, l’accordo “sui matrimoni misti concluso nel 1994 tra la Chiesa cattolica e la Chiesa siro-ortodossa malankarese”.

Sono accordi possibili “guardando alla realtà concreta dei membri del Popolo di Dio e al loro bene, superiore alle idee e alle divergenze storiche: all’importanza che nessuno sia lasciato privo dei mezzi della Grazia”.

L’auspicio del Papa è di “estendere e moltiplicare tali accordi pastorali, soprattutto in contesti in cui i nostri fedeli si trovano in situazione di minoranza o di diaspora”.

Da qui, il fatto che l’ecumenismo è locale, e infatti “molti fedeli – penso soprattutto a quelli in Medio Oriente ma anche a quanti sono emigrati in Occidente – vivono già l’ecumenismo della vita nella quotidianità delle loro famiglie, del lavoro, delle frequentazioni di ogni giorno”.

Anzi, i fedeli di diverse confessioni cristiane “sperimentano spesso insieme l’ecumenismo della sofferenza, nella comune testimonianza al nome di Cristo talvolta pure a costo della vita”.

Per questo, dice Papa Francesco, “l’ecumenismo teologico dovrebbe dunque riflettere non solo sulle differenze dogmatiche sorte nel passato, ma anche sull’esperienza attuale dei nostri fedeli”, e “il dialogo sulla dottrina potrebbe adeguarsi teologicamente al dialogo della vita che si sviluppa nelle relazioni locali e quotidiane delle nostre Chiese, le quali costituiscono un vero e proprio luogo teologico”.

Per questo, il Papa plaude all’iniziativa dello scambio di studenti, e sottolinea che “questa è la via, incontrarsi fraternamente per ascoltarsi, condividere e camminare insieme. Ed è bello coinvolgere nell’avvicinamento delle nostre Chiese le giovani generazioni, attive nella comunità locali, perché il dialogo sulla dottrina proceda insieme al dialogo della vita”.

Il dialogo con le Chiese pre-calcedoniche è tra i più promettenti nel cammino ecumenico. Dopo lo scisma del Concilio di Calcedonia, dovuto ad una incomprensione, il dialogo riprese con successo grazie a Paolo VI che promosse una serie di incontri. Il primo fu quello del 1971 con Mar Ignatious Yacob III, patriarca siro-ortodosso di Antiochia. Sempre nel 1971, Paolo VI firmò una dichiarazione comune con il patriarca copto ortodosso Shenouda III nel 1971, mentre nel 1996 Giovanni Paolo II siglò una dichiarazione simile con il catholicos armeno Karekin I, e con il catholicos Aram I di Cilicia nel 1997. Così, 1500 dopo il Concilio di Calcedonia, queste dichiarazioni comuni avevano permesso di risolvere le differenze cristologiche tra le Chiese cattoliche e le Chiese ortodosse orientali.

Da qui, la commissione mista internazionale, istituita nel 2003. La commissione comprende rappresentanti della Chiesa cattolica, della Chiesa copta-ortodossa, della Chiesa siro-ortodossa di Antiochia, la Chiesa apostolica armena (Catolicossato di tutti gli armeni - Sede di Etchmiadzin e Catolicossato della Sede di Cilicia), della Chiesa ortodossa etiope e della Chiesa sira-ortodossa Malankarese.

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