Papa Francesco, lettera al popolo di Dio del Cile per superare la "cultura dell’abuso"

L'intestazione della lettera che Papa Francesco ha inviato al Popolo di Dio del Cile
Foto: CEC
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Papa Francesco invia una lunga lettera, dedicata al popolo di Dio del Cile, perché “ogni volta” che ignoriamo, soppiantiamo o nullifichiamo il polo di Dio nella sua totalità e differenze, costruiamo “comunità, piani pastorale, accentuazioni teologiche, strutture senza radici, senza storia” e in definitiva “senza vita”.

Dopo aver annunciato una seconda visita dell’arcivescovo Charles Scicluna e di monsignor Jordi Bartomeu in Cile, nella diocesi di Osorno, Papa Francesco si risolve direttamente al popolo di Dio, e cercare di guarire le ferite di una “cultura dell’abuso”.

Tutto comincia, ricorda il Papa, dalla convocazione dei vescovi del Cile a Roma di aprile, e dalla sua richiesta di mettere il popolo di Dio in preghiera, cosa che è successa “in molte comunità, villaggi e cappelle”.

Perché la lettera al popolo di Dio? Perché Papa Francesco è convinto che “il santo popolo fedele di Dio è unto della grazia dello Spirito Santo”, e per questo si deve sempre “stare attenti a questa unzione”, senza mai dimenticare questa certezza, per non creare “comunità senza vita”.

Secondo Papa Francesco, la lotta contro “la cultura dell’abuso” deve rinnovarsi nella certezza che una Chiesa spogliata della vita del popolo ci porta “nella desolazione e nella perversione”, e che la certezza del continuo movimento dello Spirito è “imprescindibile” per guardare al presente senza evitare di guardare ai problemi “con coraggio”, ma allo stesso tempo saggiamente”, con “costanza ma senza ansietà”, in modo da “cambiare tutto quello che oggi pone a rischio l’integrità e la dignità di ciascuna persona”.

Papa Francesco riconosce il lavoro di alcune organizzazioni e mezzi di comunicazione che hanno parlato del “tema degli abusi” in forma responsabile, “cercando sempre la verità e non fare di questa dolorosa realtà” uno strumento per aumentare l’audience”.

Il Papa ha anche riconosciuto “lo sforzo e la perseveranza delle persone” che “anche contro ogni speranza” non si sono stancate di cercare la verità”.

Nel messaggio, il Papa ha sottolineato che “oggi sappiamo che la miglior parola che possiamo dare di fronte al dolore causato è il compromesso per la conversione personale, comunitaria e sociale” che ci porta ad “ascoltare e stare attenti specialmente ai più vulnerabili”.

Per il Papa, è urgente “generare spazi in cui la cultura dell’abuso e della copertura” non sia “lo schema dominante” in modo da non confondere “una attitudine critica” con “il tradimento”.

È questo ciò che la Chiesa deve impegnarsi a portare avanti, cercando “con umiltà tutti gli attori che configurano la realtà sociale” e che “promuovono istanze di dialogo e un confronto costruttivo per camminare verso una cultura dell’attenzione e della protezione”.

Da qui – spiega il Papa – la visita dell’arcivescovo Scicluna e monsignor Bartomeu, che nasce dalla constatazione che “esistevano situazione che non conoscevamo e che andiamo ad ascoltare”.

Come Chiesa – aggiunge Papa Francesco – “non possiamo continuare a ignorare il dolore dei nostri fratelli”.

Papa Francesco ammette che “la mancanza di riconoscimento e ascolto” delle storie delle vittime”, così come “il riconoscimento / accettazione degli errori e delle omissioni in tutto il processo” hanno impedito di portare avanti questo cammino.

Ma, allo stesso tempo, Francesco si mostra ottimista, perché nel dialogo con le vittime ha conosciuto persone che lui chiama “santi della porta accanto”, perché saremmo in giusti se “a fianco del nostro dolore e della nostra vergogna per queste strutture di abuso e copertura che si sono tanto perpetuato e hanno fatto tanto male”, non si riconoscano anche “i molti fedeli laici, consacrati, consacrate, sacerdoti e vescovi che hanno dato la vita per amore nelle zone più nascoste della cara terra cilena”.

Il Papa chiede a tutti i centri di formazione di promuovere “una cultura dell’attenzione e della protezione”, sottolinea che “la cultura dell’abuso e della copertura è incompatibile con la logica del Vangelo”, e che la “salvezza offerta da Cristo è sempre una offerta, un dono che reclama ed esige la libertà”.

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