Papa Francesco: “Non siamo notai della fede o guardiani della grazia, ma missionari”

Il Papa presiede i Vespri che aprono il Mese Missionario Straordinario, “una scossa per provocarci e diventare attivi nel bene”

Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, durante i Vespri di apertura del Mese Missionario Straordinario, 1 ottobre 2019
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Il Mese missionario straordinario che inizia oggi è “una scossa per provocarci e diventare attivi del bene”. Vale a dire “non notai della fede e guardiani della grazia, ma missionari”. Papa Francesco lo sottolinea subito, all’inizio dell’omelia per i Vespri del Mese Missionario Straordinario, che si apre oggi.

I Vespri iniziano alle 18, ma prima, alle 17.15, la Basilica di San Pietro si riempie di canti e suoni di tutto il mondo, a rappresentare tutti i carismi missionari. E, in fondo, come ha spiegato ad ACI Stampa il Cardinale Ferdinando Filoni, prefetto di Propaganda Fide, le vocazioni ci sono proprio nei Paesi terra di missione, più che nei Paesi che tradizionalmente hanno inviato missionari. E le testimonianze si susseguono, una dopo l’altra, a toccare tutti i continenti. Poi cominciano i Vespri, e quindi il Papa pronuncia l’omelia.

Papa Francesco spiega che si diventa missionari “vivendo da testimoni”, vale a dire “testimoniando con la vita di conoscere Gesù”. Perché la parola testimone è chiave, in quanto “ha la stessa radice e il senso di martire” e “i martiri sono i primi testimoni della fede: non a parole, ma con la vita”.

I martiri sanno, prosegue Papa Francesco, che “la fede non è propaganda o proselitismo, è rispettoso dono di vita” e per questo “vivono diffondendo pace e gioia, amando tutti, anche i nemici, per amore di Gesù”.

Non si può tacere “la gioia di essere amati”, perché questo “è l’annuncio che tanta gente attende ed è responsabilità nostra”.

Papa Francesco invita tutti a chiedersi, alla fine di questo mese missionario, “come va la testimonianza” e ricorda che il Signore dice buono e fedele, nella parabola, a chi è stato intraprendente con i doni che ha ricevuto, e invece definisce “malvagio e pigro” chi è stato sulla difensiva”.

Il male del servo che ha avuto paura, spiega Papa Francesco, è “non aver fatto il bene”. È un “peccato di omissione che può essere il peccato di una vita intera”, poiché “abbiamo ricevuto la vita non per sotterrarla, ma per metterla in gioco; non per trattenerla, ma per donarla”.

Afferma Papa Francesco: “Chi sta con Gesù sa che si ha quello che si dà, si possiede quello che si dona; e il segreto per possedere la vita è donarla”. Invece, “vivere di omissioni è rinnegare la nostra vocazione”, perché “l’omissione è il contrario della missione”.

Dunque, continua Papa Francesco, “pecchiamo di omissione, cioè contro la missione, quando, anziché diffondere la gioia, ci chiudiamo in un triste vittimismo, pensando che nessuno ci ami e ci comprenda. Pecchiamo contro la missione quando cediamo alla rassegnazione”.

E ancora, “pecchiamo contro la missione quando, lamentosi, continuiamo a dire che va tutto male, nel mondo come nella Chiesa. Pecchiamo contro la missione quando siamo schiavi delle paure che immobilizzano e ci lasciamo paralizzare dal ‘si è sempre fatto così’.”

Infine, si fa peccato contro la missione “quando viviamo la vita come un peso e non come un dono; quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati”.

Invece, afferma Papa Francesco, Dio “ama una Chiesa in uscita”, perché “se non è in uscita, non è Chiesa”.

Papa Francesco spiega che “una Chiesa in uscita, missionaria, è una Chiesa che non perde tempo a piangere le cose che non vanno, i fedeli che non ha più, i valori di un tempo che non ci sono più” e che “non cerca oasi protette per stare tranquilla”, ma che piuttosto “desidera solo essere sale della terra e lievito per il mondo”.

Proprio l’essere sale della terra, per Papa Francesco, è la forza della Chiesa, ovvero “l’amore umile e gratuito” e non “la rilevanza sociale o istituzionale”.

Papa Francesco poi ricorda i tre “servi” che hanno portato molto frutto, che aprono il mese missionario: Santa Teresa di Gesù Bambino, che “fece della preghiera il combustibile dell’azione missionaria del mondo”; San Francesco Saverio, “forse dopo San Paolo il più grande missionario della storia”; e la venerabile Pauline Jaricot, che “sostenne le sue missioni col suo lavoro quotidiano” e diede inizio alle Pontificie Opere Missionarie.

Fedele a quello che ha detto alla plenaria della Pontificie Opere Missionarie il 28 maggio scorso, e cioè che “la preghiera è la prima opera missionaria”, Papa Francesco ricorda che questo è anche il mese del Rosario, chiede “quanto preghiamo per la diffusione del Vangelo, per convertirci dall’omissione alla missione”.

Il Papa domanda anche se “siamo capaci di lasciare le nostre comodità per il Vangelo”, e se “facciamo di ogni giorno un dono per superare la frattura tra Vangelo e vita”.

Papa Francesco chiede di non vivere “una vita da sacrestia”. E poi sottolinea che “nessuno è escluso dalla missione della Chiesa”.

Sì, afferma Papa Francesco, “in questo mese il Signore chiama anche te. Chiama te, padre e madre di famiglia; te, giovane che sogni grandi cose; te, che lavori in una fabbrica, in un negozio, in una banca, in un ristorante; te, che sei senza lavoro; te, che sei in un letto di ospedale… Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire la vita, ma di donarla; di non piangerti addosso, ma di lasciarti scavare dalle lacrime di chi soffre”.

E Papa Francesco sottolinea che Dio “si aspetta tanto da te”, e invita ad andare, perché “il Signore non ti lascerà solo”. Ma se noi "andiamo con programmi" non va, perché noi "noi andiamo con lo Spirito Santo" e “testimoniando, scoprirai che lo Spirito Santo è arrivato prima di te per prepararti la strada”.

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