Papa Francesco: "Quante cose belle ha fatto Dio per me?"

Papa Francesco , Udienza Generale
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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E’ l’ultima Udienza Generale di Papa Francesco prima della pausa estiva. In una ventosa e soleggiata Piazza San Pietro, il Papa nella sua catechesi continua a parlare dei comandamenti, “le parole di Dio al suo popolo affinchè cammini bene”.

Anche oggi l’Udienza, come mercoledì scorso, è divisa in due luoghi: i malati in Aula Paolo VI e gli altri invitati in Piazza.

Il Pontefice parte dalla “prima dichiarazione” del Decalogo: “Io sono il Signore, tuo Dio”. “C’è un possessivo, c’è una relazione, ci si appartiene. Dio non è un estraneo – commenta il Papa - è il tuo Dio. Questo illumina tutto il Decalogo e svela anche il segreto dell’agire cristiano, perché è lo stesso atteggiamento di Gesù che dice: Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Spesso le nostre opere falliscono perché partiamo da noi stessi e non dalla gratitudine. E chi parte da sé stesso… arriva a sé stesso!”.

Per Papa Francesco infatti “la vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso”. “I cristiani che seguono solo dei doveri – commenta il Pontefice - denunciano di non avere una esperienza personale di quel Dio che è nostro. Porre la legge prima della relazione non aiuta il cammino di fede. Come può un giovane desiderare di essere cristiano, se partiamo da obblighi, impegni, coerenze e non dalla liberazione? I comandamenti liberano dal proprio egoismo. La formazione cristiana non è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare: prima il Mar Rosso, poi il Monte Sinai”.

"Io vorrei proporvi un piccolo esercizio - dice a braccio il Papa -  Ognuno risponda nel silenzio del suo cuore: quante cose ha fatto Dio per me ?

Potrebbe essere che ci si guardi dentro e si trovi solo senso del dovere, una spiritualità da servi e non da figli. Cosa fare anche in questo caso? Francesco suggerisce la risposta: “L’azione liberatrice di Dio posta all’inizio del Decalogo è la risposta a questo lamento. Noi non ci salviamo da soli, ma da noi può partire un grido di aiuto. Questo spetta a noi: chiedere di essere liberati. Questo grido è importante, è preghiera, è coscienza di quello che c’è ancora di oppresso e non liberato in noi. Dio attende quel grido, perché può e vuole spezzare le nostre catene; Dio non ci ha chiamati alla vita per rimanere oppressi, ma per essere liberi e vivere nella gratitudine”.

 

 

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