Praedicate Evangelium: La potestà di governo nella Chiesa viene dalla missione canonica

"Un aspetto innovativo della Costituzione è quello del ruolo dei laici all’interno della Curia romana”. Lo ha ribadito presentando la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium che riforma la Curia Romana il canonista gesuita Gianfranco Ghirlanda

Il Cardinale Marcello Semeraro
Foto: ACI Stampa
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“Un aspetto innovativo della Costituzione è quello del ruolo dei laici all’interno della Curia romana”. Lo ha ribadito presentando la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium che riforma la Curia Romana P. Gianfranco Ghirlanda, canonista gesuita della Pontificia Università Gregoriana.

“La potestà vicaria per svolgere un ufficio - ha sottolineato il gesuita - è la stessa se ricevuta da un vescovo, da un presbitero, da un consacrato o una consacrata oppure da un laico o una laica. La potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’Ordine, ma dalla missione canonica”.

Secondo P. Ghirlanda “quanto affermato nella Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium è di grande importanza, perché la questione dell’ammissione dei laici all’esercizio della potestà di governo nella Chiesa coinvolge una questione più ampia: se la potestà di governo è conferita ai vescovi con la missione canonica e al Romano Pontefice per missione divina oppure dal sacramento dell’Ordine. Se la potestà di governo è conferita attraverso la missione canonica, essa in casi specifici può essere conferita anche ai laici; se è conferita col sacramento dell’Ordine, i laici non possono ricevere alcun ufficio nella Chiesa che comporti l’esercizio della potestà di governo”.

Questa Costituzione Apostolica - ha affermato il gesuita - inoltre punta a valorizzare “le Conferenze episcopali, le loro Unioni regionali e continentali, nonché le Strutture gerarchiche orientali nelle loro potenzialità di attuazione della comunione dei Vescovi tra loro e col Romano Pontefice”. “Le Conferenze episcopali, le loro Unioni, le Strutture gerarchiche orientali, sono un valido strumento che contribuisce, in forma molteplice e feconda, all’attuazione dell’affetto collegiale tra i membri del medesimo episcopato e provvede al bene comune delle Chiese particolari mediante un lavoro concorde e ben collegato dei rispettivi pastori, espressione di una cooperazione stretta ed indice della necessità della concordia di forze, quale frutto dello scambio di prudenza e di esperienza per il bene della Chiesa tutta. Si rivelano, dunque, di grande utilità pastorale ed esprimono la comunione affettiva ed effettiva tra i Vescovi”.

In definitiva - ha concluso P. Ghirlanda - “perché le Istituzioni della Curia possano funzionare, il personale dev’essere qualificato e quindi applicarsi con dedizione e professionalità, avendo competenza negli affari che deve trattare, acquisita mediante lo studio e l’esperienza, alimentati da una formazione permanente. Tutto questo è da inquadrare in un’esemplarità di vita, che comporta dedizione, spirito di pietà e di accoglienza nello svolgimento delle proprie incombenze e anche un’esperienza di servizio pastorale”. Tutto ciò “non si applica solo agli officiali ma vale per tutti coloro che operano nelle Istituzioni anche ai più alti gradi di responsabilità, in modo che le nomine non siano dettate da criteri di avanzamento di carriera o di scambi di favori, ma da criteri di servizio, in quanto persone incompetenti, specialmente nei posti di dirigenza, sono estremamente dannosi. Per questo è anche quanto mai opportuna la norma che le nomine sono tutte per cinque anni, per cui se la persona risulta inadatta per l’incarico ricevuto, non viene rinnovata in esso. E’ opportuna anche la norma che gli officiali chierici o membri di Istituti di Vita Consacrata o di Società di Vita Apostolica, scaduti i cinque anni d’incarico, ritornino alla propria diocesi o al proprio Istituto o Società, onde evitare un carrierismo automatico. Comunque, se la persona è valida ed in lei non si vedono aspirazioni di carriera, è bene che gli sia rinnovato l’incarico”.

I criteri base sono quelli “di razionalità e funzionalità. È questa la base naturale per il buon funzionamento della Curia, ma ciò che la anima dev’essere quella spiritualità che si alimenta della relazione di tutti i suoi membri con Cristo, per cui il servizio che viene prestato è unito all’esperienza dell’alleanza con Dio, nella consapevolezza gioiosa di essere discepoli-missionari al servizio di tutto il popolo di Dio”.

Missione e sinodalità sono le colonne portanti di questa riforma, ha spiegato il Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e già segretario del Consiglio dei Cardinali prima della sua elevazione alla porpora.

La riforma è una dimensione costitutiva della Chiesa - ha ricordato il Cardinale - e il Papa quando parla della riforma della Curia romana, non lo fa mai a prescindere dalla reformatio Ecclesiae.

Le basi della riforma - ha detto ancora il Cardinale Semeraro - sono state tracciate dallo stesso Papa nel 2016 quando elencò i principi guida di questo processo: individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità.

Nel suo intervento il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi ha puntato l’attenzione su “un altro importante principio seguito nel processo di riforma della Curia Romana: quello della tradizione, che è il principio della fedeltà alla storia e della continuità col passato. È proprio secondo questo principio che sarebbe stato fuorviante pensare a una riforma tale da stravolgere l’intero impianto curiale”.

“Il dicastero - ha concluso il porporato - è un termine laico, Congregazione è un termine clericale: a presiedere un dicastero può essere un laico, una laica, secondo i criteri indicati. Dicastero non è un termine generico ma diventa così un termine specifico”.

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