Processo del Palazzo di Londra, il Papa sapeva del prestito chiesto allo IOR?

Due interrogatori, alcune versioni contrastanti, un quadro ancora da ricostruire. Prosegue il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Con qualche novità

Processo gestione dei fondi della Segreteria di Stato
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Papa Francesco aveva autorizzato la Segreteria di Stato a chiedere un prestito all’Istituto delle Opere di Religione per estinguere il mutuo che gravava sul palazzo su cui si era investito a Londra e prendere completamente in mano la gestione dell’immobile. Lo ha rivelato Fabrizio Tirabassi, officiale della Sezione Amministrativa della Segreteria di Stato vaticana, nella prosecuzione del suo interrogatorio nel processo vaticano che ormai è arrivato alla 25esima udienza.

In questa settimana, oltre all’interrogatorio di Tirabassi, ancora da terminare, c’è stato anche l’interrogatorio di Nicola Squillace, avvocato della società di Gianluigi Torzi che lavorò alle bozze del contrato (in realtà, un protocollo di intesa) che spostava la gestione del palazzo di Londra dal Fondo Athena alla GUTT di Torzi.

Serve, a questo punto, un po’ di storia.

Nel 2013, la Segreteria di Stato decide di investire 200 milioni di euro. Si esplora la possibilità di prendere quote di una società di estrazione petrolifera in Angola, la Falcon Oil, e per questo ci si rivolge a Raffaele Mincione, su suggerimento di Credit Suisse. Mincione mette su un fondo, il fondo Athena, ma poi sconsiglia di andare avanti con l’operazione.

La Segreteria di Stato gli lascia comunque i fondi dell’investimento, che impiega in parte (per 100 milioni di dollari) nell’acquisto delle quote di un immobile di lusso a Sloane Avenue, a Londra. Poi, nel 2018, la Segreteria di Stato decide di togliere la gestione a Mincione, riacquista le quote e le dà in gestione al broker Gianluigi Torzi, che usa una sua società, la GUTT. Torzi tiene per sé mille azioni, ma sono le sole con diritto di voto.

La Santa Sede poi tratterà con Torzi l’acquisto delle azioni, e deciderà di acquistare direttamente il palazzo, per prenderne il controllo diretto. Si inseriscono in questo contesto gli interrogatori di Tirabassi e Squillace.

Tirabassi sostiene che la Segreteria di Stato, e lui in particolare, non si era accorto fino alla fine che le azioni date a Torzi fossero in realtà le sole con il cosiddetto golden share, il diritto di voto, cosa che dava al broker la sovranità sul palazzo.

Squillace, che ha presentato le slide con le sette bozze di contratto da lui lavorate nel passaggio da Athena a GUTT, sostiene invece di aver sollevato la questione proprio con Tirabassi, il quale avrebbe replicato che va tutto bene perché la Segreteria di Stato aveva altre operazioni del genere.

Del mutuo che gravava sull’immobile, invece, si era consapevoli. Si trattava di un finanziamento di 123 milioni di sterline, acceso presso Cheyne Capital. Quando la Segreteria di Stato deciderà di prendere il controllo del palazzo, per salvare l’investimento, deciderà anche di estinguere il mutuo. E per l’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato, “non c’era niente di più trasparente che rivolgersi al proprio istituto interno”, vale a dire lo IOR, ha detto Tirabassi in interrogatorio.

Tirabassi ha aggiunto che lo stesso direttore generale dello IOR Gianfranco Mammì aveva parlato con il Papa del finanziamento, e che questi si era dimostrato favorevole. Ma già altre memorie difensive riportano che il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, avesse chiaramente detto nelle riunioni di aver avuto l’ok del Papa per il prestito.

Il 24 maggio 2019, una lettera del presidente dello IOR de Franssu darà il via libera al prestito, una luce verde che diventerà luce rossa appena tre giorni dopo. Tirabassi ha ricostruito la vicenda, ha sottolineato come l’Autorità di Informazione Finanziaria avesse bloccato una prima operazione, autorizzando invece il piano rivisto della Segreteria di Stato per l’acquisizione del palazzo. “Dicevano che c’erano problemi di riciclaggio, ma se l’Autorità antiriciclaggio aveva detto che non c’erano problemi…”, ha detto Tirabassi in udienza.

L’Autorità, tra l’altro, si attiva con le controparti estere appena riceve una segnalazione di transazione sospetta dalla Segreteria di Stato, ed era chiaro che avrebbe continuato a controllare il flusso di denaro. Si potrebbe persino pensare che il procedimento sommario autorizzato dal Papa, con le indagini che hanno fatto seguito, abbiano di fatto bloccato l’intelligence dell’autorità. È una questione che sarà probabilmente esplorata nel corso dei dibattimenti.

I due interrogatori hanno mostrato per la prima volta due punti di vista diversi, perché Tirabassi ha affermato di essere stato raggirato da Squillace e Torzi, e Squillace ha sempre sostenuto di aver dato continue informazioni.

Colpisce, piuttosto, il fatto che monsignor Alberto Perlasca, allora capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato, abbia firmato gli accordi, pur non essendo titolato a farlo. Tirabassi ha parlato di una voglia del monsignore di prendere in carico i problemi per non coinvolgere i superiori, ma ha anche detto di aver preso le distanze da Perlasca e di essersi avvicinato al sostituto quando si era reso conto che il comportamento di Perlasca era potenzialmente dannoso. Squillace ha detto di aver sempre pensato che Perlasca avesse la possibilità di firmare, specialmente il primo accordo, il cosiddetto framework agreement, che non aveva obblighi, ma solo impegni reciproci, con una esclusiva a scadenza. “La Santa Sede poteva recedere da quell’accordo in ogni momento”, ha detto.

Non ha receduto, anche perché Perlasca “era molto determinato a dare la gestione a Torzi”, ha detto Tirabassi.

Entrambi gli interrogatori dovranno proseguire il 14 e 15 luglio. Poi si riprende a settembre, con tre udienze consecutive calendarizzate ogni due settimane, e possibilmente con i primi testimoni. Pignatone ha parlato di 200 testimoni, ma molti potrebbero non essere chiamati per via degli sviluppi processuali che hanno fatto evolvere le accuse. Sarà, comunque, un processo lungo.

Anche perché, come si ricorderà, il processo ha come filone principale il palazzo di Londra, ma coinvolge 10 imputati, e almeno altri due filoni di inchiesta: l’erogazione, da parte del Cardinale Angelo Becciu nelle sue funzioni di sostituto, di una donazione alla Caritas di Ozieri; e il contratto da consulente dato dalla Segreteria di Stato a Cecilia Marogna.

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