Shevchuk: “In Ucraina non c’è una guerra religiosa”. E spera nel Papa a Kiev

In un incontro con i giornalisti organizzato dall’associazione Iscom, l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina spiega la situazione nel Paese

L'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, durante i lavori della Plenaria 2018 del CCEE
Foto: @ Episkopat News
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In Ucraina non c’è una guerra religiosa. Anzi, le confessioni religiose si stanno impegnando per mantenere la pace religiosa, fanno iniziative insieme, e questo nonostante l’Ucraina sia al centro non solo di un conflitto militare, ma anche di uno scontro ecumenico da quando il Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli ha concesso l’autocefalia alla Chiesa Ortodossa Ucraina, creando così una Chiesa nazionale ortodossa sganciata dal Patriarcato di Mosca. Ma questo non cambia il lavoro sul territorio, spiega l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della Chiesa Greco Cattolica Ucraina.

In una conversazione di circa un’ora con i giornalisti organizzata dall’associazione Iscom, la guida della più grande delle Chiese cattoliche sui iuris dà un quadro della situazione generale in Ucraina; spiega il lavoro delle Chiese, e in particolare quello del Consiglio delle Chiese e delle Organizzazioni religiose in Ucraina e il senso dell’attività diplomatica della Santa Sede; annuncia di sperare in un viaggio del Papa nel Paese, perché gli occhi del mondo si possano posare sull’Ucraina e per risvegliare un senso religioso.

Senso religioso che comunque nel Paese è cresciuto negli ultimi anni. Il Razumov Center, un centro di studi sociologici collegato con la Fondazione Konrad Adenauer, ha rilevato che la società ucraina ha un alto livello di religiosità, cresciuto nel corso degli anni: nel 2000, il 58 per cento della popolazione si definiva credente, nel 2010 già i credenti erano aumentati al 71 per cento della popolazione. C’è, comunque, una differenza di religiosità, perché sono più credenti le zone a Ovest e a Sud che non quelle ad Est, tradizionalmente più vicine all’Unione Sovietica.

Ma sono dati che raccontano quanto importante è il ruolo delle religioni sul territorio, specialmente in una situazione difficile come quella attuale. L’arcivescovo maggiore nota che ci sono circa 150 mila truppe russe dislocate verso i confini dell’Ucraina, in una situazione sempre più problematica con la Russia. L’Ucraina, d’altronde, si trova in conflitto dalla cosiddetta “Rivoluzione della Dignità”, cui ha fatto seguito l’annessione della Crimea da parte della Russia e anche l’autoproclamazione di due repubbliche al confine (il Donbass e il Luhansk) dove continuano scaramucce militari.

Quella ucraina è una popolazione che vive stremata dalla guerra, messa ancora più in crisi dall’aumento del prezzo del gas, colpita dai danni psicologici collaterali al conflitto, e vittima tra l’altro di una guerra dell’informazione che porta a rapporti non veritieri sulla situazione nel territorio.

Come il rapporto, di cui si è parlato anche nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene che la guerra in Ucraina è una guerra di tipo religioso. “Non c’è – sottolinea l’arcivescovo maggiore – una guerra tra religioni in Ucraina. Anche gli ortodossi non apprezzano quando si parla di una guerra di religioni. Le religioni in Ucraina collaborano insieme, e fanno tutto il possibile perché sia garantita una pace religiosa, oltre che aiutare la popolazione”.

Il lavoro delle Chiese sul territorio viene portato avanti attraverso una sorta di “onlus”, che è il Consiglio delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose in Ucraina. L’arcivescovo maggiore Shevchuk, che del consiglio è stato presidente, mette anche in luce le varie attività delle Chiese, dal sostegno alla popolazione in conflitto ai continui appelli per la pace, con una organizzazione strutturata che arriva fino alle zone di guerra, dove, tra le altre cose, viene anche dato un supporto psicologico a quanti restano con il trauma del conflitto.

L’impegno, sottolinea l’arcivescovo maggiore, si delinea in quattro pilastri: la preghiera, la solidarietà, essere predicatori di speranza, operare per il consolidamento del popolo.

La preghiera, ci tiene a sottolineare Shevchuk, è comunque il primo impegno: da otto anni, ogni sera c’è un Rosario per la pace trasmesso dal canale della tv cattolica ucraina, che raggiunge picchi di 36 mila spettatori e partecipanti, mentre ora le eparchie e arcipearchie della Chiesa Greco Cattolica di tutto il mondo fanno anche un digiuno per la pace, a rotazione, ognuno in un giorno diverso.

Questo impegno nella preghiera spera anche in una visita del Papa. L’arcivescovo maggiore non considera un eventuale arrivo di Papa Francesco in termini politici, non pensa che il pontefice vada a scongiurare un conflitto. Ma la visita del Papa una suo “peso dal punto di vista religioso, è diversa dalla visita di un presidente. Porta speranza nella popolazione, consolida noi increduli nella fede, e indirizza l’attenzione del mondo su un evento spirituale”, sebbene questo arrivi in un posto che si trova in un conflitto.

L’arcivescovo maggiore mostra di apprezzare le varie iniziative del Papa per l’Ucraina (l’ultima, la giornata di preghiera per la pace in Ucraina e in Europa dello scorso 26 gennaio).

A chi fa notare che forse non sono state prese posizioni forti anche per via di una vicinanza con la Russia, Shevcuhk risponde che la Santa Sede ha sempre mostrato di riconoscere l’Ucraina nei suoi confini, e che di certo è consapevole che c’è stata una “invasione militare con il pretesto di difendere i diritti di qualche cittadino”. Ma – aggiunge – “lo stile della diplomazia pontificia è sempre di non prendere le difese di una sola delle parti in conflitto, ma di essere al di sopra del conflitto proprio per avere la libertà di mediare e riconciliare le parti opposte”.

 

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