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Diplomazia pontificia, la Santa Sede in Ucraina, Parolin in Armenia e Azerbaijan

Il segretario di Stato vaticano sarà in Azerbaijan e Armenia nei prossimi giorni. Ancora sulla missione di Zuppi in Ucraina

Guardie Svizzere | Guardie Svizzere schierate di fronte il Palazzo Apostolico Vaticano | Daniel Ibanez / ACI Group Guardie Svizzere | Guardie Svizzere schierate di fronte il Palazzo Apostolico Vaticano | Daniel Ibanez / ACI Group

Tra il 9 e il 13 luglio, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, sarà in viaggio, toccando due nazioni in conflitto tra loro: sarà prima in Azerbaijan e dopo in Armenia. I programmi sono ancora da definire, e quella che aspetta il cardinale Parolin sarà una quattro giorni complessa dal punto di vista diplomatico, ma anche umano.

Intanto, si continua a parlare della missione del Cardinale Zuppi a Mosca e Kyiv. Lo ha fatto lo stesso Cardinale Zuppi, ma anche il Cardinale Parolin.

La Croazia festeggia i dieci anni di ingresso nell’Unione Europea con una conferenza al Campo Santo Teutonico e un saluto del vescovo Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali di Europa.

Il 5 luglio Georges Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede e decano del corpo degli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, ha celebrato il ventesimo anniversario della presentazione delle sue lettere credenziali.  

                                                           FOCUS SEGRETERIA DI STATO

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Il Cardinale Parolin in Azerbaijan e Armenia

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, sarà in Azerbaijan dal 9 all’11 luglio, e in Armenia dall’11 al 13 luglio. È un viaggio particolarmente delicato, per il capo della diplomazia vaticana, perché visita due Stati che vivono in conflitto tra loro. In particolare, è ancora aperta la ferita della pace dolorosa imposta all’Armenia nell’ambito del conflitto per il controllo del Nagorno Karabakh, l’antica Artsakh, regione che fu data dall’Unione Sovietica all’Azerbaijan ma che ha in realtà un vasto patrimonio di storia armena.

Tra l’altro, dal 12 dicembre 2022 è in atto quello che in Armenia viene denunciato come “il blocco dell’Artsakh”, ovvero il blocco del corridoio di Lachin, unica strada che collega la capitale dell’Artsakh Stepenakert a quella dell’Armenia Yerevan, da parte di un gruppo che si  definito di attivisti ambientali. Il corridoio è l’unica fonte di approvvigionamento per gli abitanti della capitale dell’Artaskh, e finora i rifornimenti sono andati solo attraverso le organizzazioni internazionali che hanno autorizzazione a superare il blocco.

Il programma del viaggio del Cardinale Parolin non è ancora definito e ufficializzato, ma dovrebber prevedere il “pacchetto completo”, che include l’incontro con il presidente e il Primo Ministro. In Armenia, il Cardinale Parolin dovrebbe anche deporre una corona di fiori al monumento del genocidio e celebrare una Messa a Gyumri. Molto probabile anche un incontro con il Catholicos della Chiesa Apostolica Armena Karekin II.

                                                           FOCUS UCRAINA

Liberare bambini, il primo scopo della missione del Cardinale Zuppi a Mosca

More in Mondo

Parlando a margine della presentazione del libro del fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi “Il Grido della Pace” lo scorso 4 luglio, il Cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, tornato la scorsa settimana da un viaggio a Mosca come inviato di Papa Francesco, ha sottolineato di aver visto il Papa, e di averlo ragguardato della sua ultima missione a Mosca, ma anche di quella a Kyiv.

Il Cardinale ha sottolineato che la priorità della diplomazia del Papa è “quella di lavorare per i più svantaggiati, come i bambini, e vedere se si riesce ad avviare il meccanismo per loro e aiutare la parte umanitaria. Speriamo che si cominci dai più piccoli, da quelli che sono più fragili. I bambini devono poter tornare in Ucraina. Il prossimo passo, quindi, sarà prima la verifica dei bambini e poi vedere come farli tornare, a partire dai più fragili”.

Presentando il libro di Riccardi, il Cardinale, anche lui membro di spicco della Comunità di Sant’Egidio, ha definito “utile” il libro di Riccardi perché “ci aiuta a sviluppare una consapevolezza del momento che stiamo vivendo, ci indica una capacità di tessere la tela su quella che Giuseppe De Rita ha definito la ‘profondità della storia’ e a capire che le soluzioni alla guerra vanno cercate nella complessità della realtà”. Zuppi ha aggiunto che la guerra “è sempre una sconfitta per tutti”, e dunque c’è bisogno che “anche la Chiesa oggi sappia aiutare, per ripartire nella costruzione del noi, nel passaggio dall’io a un noi più grande”.

Il capo dell’ufficio di Zelensky chiama il Cardinale Parolin

Attraverso il suo account twitter, Andriy Yermak, capo dell’ufficio del presidente ucraino Volodymir Zelensky, ha reso noto lo scorso 5 luglio di aver avuto una conversazione telefonica con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Yermak ha detto di aver riferito al capo della diplomazia vaticana degli “sforzi dell’Ucraina volti a raggiungere la pace”.

Secondo la stampa locale, Yermak ha riferito al cardinale Parolin della riunione delle missioni diplomatiche in cui si sono discussi i principi cardine della pace, e in particolare le consultazioni di Copenaghen dei consiglieri per la sicurezza nazionale e consiglieri politici di vari Paesi tra cui

Brasile, Gran Bretagna, Danimarca, UE, Italia, India, Canada, Germania, Sudafrica, Arabia Saudita, USA, Turchia, Ucraina, Francia e Giappone. In quella riunione, si è discusso in particolare dei principi chiave della pace, e poi si è continuato ad avere incontri settimanali con i rappresentanti delle missioni diplomatiche straniere a Kyiv.

Il 5 luglio era appunto il giorno in cui si era tenuto il secondo incontro di questo tipo, cui aveva partecipato anche la Santa Sede, rappresentata dall’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio a Kyiv. Tra i partecipanti all’ultima riunione, gli ambasciatori dei Paesi del G7, la rappresentanza dell’Unione Europea in Ucraina, e i capi delle missioni diplomatiche di Sudafrica, Repubblica popolare cinese, Danimarca, Spagna, India, Corea del Sud, Paesi Bassi, Indonesia, Australia, Arabia Saudita Arabia, Messico, Polonia, Turchia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Brasile e Argentina, oltre appunto alla Santa Sede.

Il Cardinale Parolin: “La missione di Zuppi utile”

Il 6 luglio, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha fatto il punto ai microfoni del Tg1 della missione di pace del Cardinale Zuppi a Kyiv e in Ucraina.

Guardando allo scenario mondiale, il Cardinale ha sottolineato che “siamo passati dalla Guerra Fredda alla Terza Guerra Mondiale a pezzi”, una situazione che “non è di oggi”. Il Cardinale chiede di “recuperare lo spirito che ha animato la comunità internazionale subito dopo la Seconda Guerra Mondiale”, un processo che “ha portato al processo di Helsinki e alle dichiarazioni di Helsinki”. Il Cardinale si riferisce alla riunione per la Sicurezza e la Cooperazione che portò poi alla nascita dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, e cui la Santa Sede partecipò includendo nella bozza di dichiarazione una dirompente difesa del diritto alla libertà religiosa che andrò a scardinare molti dei sistemi sovietici.

Il Cardinale Parolin parla anche del “grande problema dell’escalation nucleare”, ricorda che ci sono “nove Stati che detengono le armi nucleari”, e che la tendenza è quella purtroppo di aumentare gli armi nucleari e che “altri Stati che attualmente non posseggono armi nucleari ne vengano in possesso”, secondo la famosa dottrina della deterrenza.

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La posizione della Chiesa, e dunque quella del Papa, è chiara, e cioè che “il possesso e l’utilizzo delle armi nucleari è immorale perché significa la distruzione dell’uomo e la distruzione del mondo”.

Secondo il Cardinale Parolin, l’unica soluzione è “avviare un serio programma di smantellamento” degli arsenali nucleari.

Il Segretario di Stato vaticano ha poi definito come “molto importante” la missione del Cardinale zuppi a Mosca, e la ha presentata come parte di una “iniziativa globale” che prevedeva, come è successo, una prima missione a Kyiv e poi una Mosca.

Si è trattato di una missione, ha aggiunto, che si è “focalizzata soprattutto sul versante umanitario: lo scambio dei prigionieri e il rimpatrio dei bambini e questo necessitava una interlocuzione con Mosca”. Parolin nota che Zuppi ha potuto comunque anche incontrare il consigliere di Putin, Ushakov, per due volte, cosa che “sta a significare che da parte russa è stata recepita questa attenzione, questa volontà e questo interesse della Santa Sede”.

Adesso – aggiunge il Cardinale - “bisognerà trovare dei meccanismi che permettano di implementare, di applicare queste conclusioni a cui si è arrivati, con l’aiuto probabilmente anche di qualche organizzazione internazionale che permetta di mettere in atto questi risultati”.

Parolin sottolinea poi che “la pace in Ucraina dovrà essere una pace giusta”, e sottolinea che è fondamentale “salvaguardare il diritto internazionale”, cosa che la Santa Sede ha sempre chiesto. I pilastri sono dialogo, negoziato, giustizia, riconoscimento dei confini, autodeterminazione dei popoli, rispetto delle minoranze.

Il Cardinale Parolin riprende poi un vecchio cavallo di battaglia della Santa Sede, ovvero la riforma delle Nazioni Unite, che vada nel senso di un “un rafforzamento dell’Onu e delle organizzazioni internazionali”, nel senso “che tutti i Paesi membri sappiano agire con uno spirito rivolto al bene comune dell’umanità”.

Parlando di Europa e di migrazioni, il cardinale Parolin ritiene “triste” che non c’è una comunione a livello europeo nel contrasto delle migrazioni, perché “noi siamo convinti che questa tematica dei migranti è molto molto seria, sappiamo che il problema dei migranti oggi è uno dei grandi problemi globali e non sarà di facile e di immediata soluzione. A noi sembra che la via della soluzione sia proprio quella solidarietà e dell’assunzione comune di questa problematica e anche delle strade per arrivare a darvi una risposta. Credo che le divisioni non servano e aumentano le difficoltà di gestire in modo umano e ordinato questo fenomeno”.

Capitolo Medio Oriente: dopo l’attacco armato a Jenin, il Cardinale Parolin si appella perché si venga mai utilizzata la violenza per risolvere i problemi perché la violenza intanto aumenta i problemi oggi e domani. Poi di riprendere a parlarsi con un minimo di fiducia e cercare insieme una soluzione condivisa che porterà certamente la pace e la prosperità in tutta la regione in base anche alle risoluzioni delle Nazioni Unite”.

A 75 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la libertà religiosa sembra essere sempre più una minacciata. Il Cardinale Parolin denuncia un tentativo di ridurre sempre più gli spazi della libertà religiosa. Vediamo da una parte i continui attacchi ai luoghi di culto e i continui gesti che minano la libertà religiosa, le persecuzioni che ci sono nel mondo. E dall’altra parte il tentativo di impedire alla fede e alla morale di avere una voce pubblica”.

Il Cardinale chiede che i diritti dell’uomo siano riscoperti come erano, con il loro valore universale, e non secondo i nuovi diritti, che tra l’altro includono anche la visione gender. “Noi – afferma - chiediamo di poter esprimere anche pubblicamente la nostra visione dell’uomo e della donna. E io sono convinto che questa visione è la visione che nasce dal Vangelo che è radicata nella tradizione della Chiesa. Una visione che veramente può salvaguardare, difendere e promuovere l’uomo e l’umanità nel suo insieme e ogni uomo e ogni singola donna in particolare. La proposta della Chiesa nasce da questo, non è un’imposizione di una particolare visione. Noi pensiamo di poter aiutare davvero l’uomo e la donna ad essere tali e ad essere felici attraverso l’adesione a questi valori ispirati dal Vangelo”.

Il cardinale ha anche sottolineato che la famiglia “è un altro dei punti oggi particolarmente in crisi che meriterebbe oggi una maggiore attenzione, una maggiore difesa, una maggiore promozione da parte di tutti. Perché se ci sono buone famiglie ci sono anche buone società. Noi crediamo davvero che la famiglia sia la cellula della società: se le cellule sono sane anche il corpo è sano. È sempre da questa visione positiva che nasce il nostro impegno che a volte non è compreso”.

Papa Francesco vuole un organo consultivo sull’Ucraina?

Il 3 luglio, Leonid Sevastyanov, presidente dell’Unione Mondiale degli Antichi Credenti, russo, con un canale privilegiato di Papa Francesco, ha detto che il Papa vorrebbe creare in Vaticano un organo consultivo con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e altri Paesi.

Secondo quanto Sevastyanov avrebbe detto all’agenzia Ria Novosti, “dopo il viaggio del cardinale Zuppi in Russia e Ucraina, ora si parla di creare una sorta di consultivo, organo-club, tavolo di discussione, tavola rotonda sul territorio del Vaticano, territorio neutrale, perché nessuno abbia domande”.

Secondo Sevastyanov, questo tavolo consultivo dovrebbe includere Ushakov, assistente del presidente Putin che ha incontrato due volte il Cardinale Zuppi durante il viaggio di quest’ultimo a Mosca, ma anche qualcuno da parte ucraina. La discussione dovrebbe vertere su questioni umanitarie, invitando parti interessate, rappresentanti dei Paesi occidentali e altri esponenti di varie realtà coinvolte con la guerra.

                                                                       FOCUS EUROPA

La Croazia celebra 10 anni nell’Unione Europea. Il saluto del vescovo Crociata

Il 7 luglio, la Croazia ha celebrato il decimo anniversario della sua entrata nell’Unione Europea. Con l’occasione, l’ambasciata croata presso la Santa Sede ha organizzato un evento al Camposanto Teutonico, nel cuore del Vaticano. Il vescovo Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea, ha tenuto un discorso all’evento.

Il vescovo Crociata ha notato che “il movimento di allargamento dell’Unione Europea è qualcosa che la caratterizza fin dall’inizio della sua costituzione, quando ancora aveva la forma di Comunità Europea e che Giovanni Paolo II incoraggiava con l’auspicio che «l’Europa cristiana potesse respirare con due polmoni: quello dell’occidente e quello dell’oriente».”. Lo stesso Papa Francesco, ricevendo il Premio Carlo Magno - ha ricordato il vescovo Crociata - ha parlato di una Europa “capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare”.

Il vescovo Crociata ha sottolineato che l’Europa è nata per “togliere in radice ogni pretesto di nuovi conflitti e perseguire progetti di pace” perché “fin dalle origini è stato chiaro che solo una crescente convergenza di popoli e nazioni avrebbe potuto assicurare un futuro di concordia e di progresso al continente”.

Il presidente della COMECE ha puntualizato che “il motto programmatico dell’Unione – Unità nella diversità – esprime bene l’incontro di diversi che vogliono mantenere la loro identità ma nello scambio e nel dialogo convergenti verso una unità capace di rendere l’Unione di vari Paesi soggetto protagonista sia sul piano continentale che su quello internazionale”.

Quindi, il vescovo Crociata ha notato che c’è una differenza tra i Paesi che hanno aderito all’Unione nella prima fase della sua storia e quelli che sono entrati a farne parte nei decenni successivi: se i primi avevano condiviso la vicenda bellica, i secondi “portano in sé per lo più una storia che ha segnato in maniera differenziata la loro identità, effetto soprattutto dei regimi comunisti e della guerra fredda. Il nuovo incontro è stato un passo in avanti di straordinaria portata; esso è già una realizzazione consolidata e chiede una elaborazione ulteriore che unicamente potrà generare nuove potenzialità per l’elevazione e l’intesa tra tutti”.

A questa differenza va aggiunta la tensione tra “la tendenza a una autosufficienza di tipo burocratico delle istituzioni europee e quella a una rivendicazione di particolarismi locali e di rigide posizioni nazionali da parte di singoli Paesi”.

Lo sforzo è quello di trovare sempre nuovi equilibri, anche alla luce di circostanze che “hanno caratterizzato la storia recente, ultima, dopo la pandemia, la guerra ai confini dell’Unione e comunque in territorio europeo (senza dimenticare il conflitto dei Balcani negli anni ’90)”, tutte occasioni per fare passi in avanti, tanto che “si direbbe che negli anni sono state le crisi a far crescere l’Unione più delle volontà, che pure non sono mancate, di trovare punti di incontro e accordi il più possibile largamente condivisi”.

Il vescovo Crociata ha rimarcato che “la Chiesa cattolica, consapevole del ruolo svolto dalla fede cristiana nel dare origine al cammino che ha condotto all’Unione così come oggi la conosciamo, avverte la sua responsabilità nell’accompagnare e nel sostenere il progetto europeo”. Anzi, “sono in molti ad attestare che tale progetto, che l’Unione rappresenta e concretizza, sta o cade con la fede cristiana – certo non da sola – che l’ha visto formarsi nel corso dei secoli e ha dato una spinta decisiva alla sua configurazione di unità plurinazionale nel secondo dopoguerra”.

Da qui, l’auspicio che “la celebrazione del primo decennale dell’inserimento della Croazia nel novero delle nazioni che formano l’Unione Europea sia occasione di crescita, per essa, nella consapevolezza del proprio ruolo e, per tutte le nazioni, un richiamo a un rinnovato impegno orientato a dare vita a un soggetto che si prenda cura dei propri membri mentre non teme di assumersi le proprie responsabilità nella geopolitica globale”.

Corano bruciato a Stoccolma, la posizione della COMECE

Lo scorso 29 giugno, un 37enne ha preso a calci e bruciato un Corano fuori dalla Moschea principale di Stoccolma. Il gesto è stato condannato dal Papa in una intervista con il giornale emiratino al Ittihad. La COMECE ha anche rilasciato una breve dichiarazione, sottolineando di essere in “supporto fraterno con le comunità musulmane, condannando senza riserve l’incendio del Corano a Stoccolma alcuni giorni fa, così come ogni azione simile di odio o incitamento della violenza in Europa”. La COMECE ha inoltre chiesto “agli Stati membri in tutta Europa di impegnarsi per assicurare un più grande rispetto per le religioni e i loro simboli sacri nella pubblica piazza”.

                                                           FOCUS AMBASCIATORI

Venti anni di accreditamento per il decano del Corpo diplomatico presso la Santa Sede

Il 5 luglio 2003, Georges Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, presentava le sue lettere credenziali a Giovanni Paolo II. Era l’inizio di una avventura tuttora ininterrotta come ambasciatore presso la Santa Sede, e che ha visto l’attuale decano del Corpo degli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede festeggiare i venti anni di accreditamento.

Poulides ha dunque servito sotto tre pontificati. Al tempo dell’accreditamento, c’era anche un discorso del Papa, che ora avviene solo in caso di accreditamento multiplo di ambasciatori non residenti.

Significative le parole che Giovanni Paolo II dedicò all’allora neo-ambasciatore di Cipro, ricordando l’allora recente Trattato di Accesso dei Cipro nell’unione Europea, ricordando che “con la profonda eredità cristiana della Sua nazione, che risale agli inizi della stessa cristianità, Cipro si troverà in una posizione vantaggiosa per fare l’Europa ancora più consapevole delle sue radici cristiane”.

Giovanni Paolo II notò anche la situazione della divisione di Cipro, dopo l’invasione turca del 1974. “La Santa Sede, insieme con il resto della comunità internazionale, è stata profondamente rattristata che il piano per la pace e la riunificazione presentato lo scorso anno dal Segretario Generale delle nazioni Unite, risultato di mesi di negoziato, non ha ricevuto il necessario consenso dalle parti coinvolte e non è stato annunciato”. Allo stesso tempo, Giovanni Paolo II sperava che “il clima di una crescente integrazione europea e di una accresciuta unità europea forniranno un rinnovato impeto e risolveranno gli sforzi che possano portare a superare la crisi”.

Durante il suo mandato, l’ambasciatore Poulides ha accolto a Cipro due Papi: Benedetto XVI nel 2010, e Papa Francesco nel 2021.             

                                                           FOCUS PAPA FRANCESCO

Papa Francesco riceve Bill Clinton e una delegazione

Lo scorso 6 luglio, Papa Francesco ha ricevuto nella sua residenza privata, la Domus Sanctae Marthae, l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Accompagnato da una delegazione, tra i quali spiccava Alex Soros, il figlio del finanziere George Soros, Clinton è era stato in Vaticano quando era presidente degli Stati Uniti il 2 giugno 1994, venendo ricevuto da Giovanni Paolo II. Clinton fu presente anche al funerale di Giovanni Paolo II l’8 aprile 2005.

Nel video dell’incontro, si nota il Papa chiedere a Clinton: “Che avete fatto in questi giorni a Roma?”

Al termine dell’udienza, il Papa ha regalato all’ex presidente una statua che rappresenta – ha detto – “Il nostro lavoro perché ci sia la pace”. Clinton ha portato una vassoio con lo stemma degli USA.

Clinton si trovava a Roma per un paio di giorni.

Clinton è il terzo politico democratico USA che visita il Papa nelle ultime settimane, a seguito dell’ex segretario di Stato John Kerry, ora inviato speciale USA per l’ambiente, e l’ex candidato a sindaco di Los Angeles Rick Caruso.

                                                           FOCUS MEDIO ORIENTE

Libano, il Cardinale Bechara Rai chiede una conferenza internazionale

Lo scorso 5 luglio, il Cardinale Bechara Rai, patriarca dei maroniti, ha ribadito il suo appello perché ci sia una conferenza internazionale speciale per il Libano durante il convegno “Nuova visione per il Libano: uno Stato civile, decentrato e neutrale”.  

Il Cardinale, le cui omelie e dichiarazioni hanno accompagnato il lungo periodo di crisi istituzionale del Libano, ha denunciato che i funzionari libanesi non sono in grado di dialogare perché “i loro interessi personali superano l’interesse pubblico”. Il patriarca maronita ha aggiunto che non può esserci dialogo senza una profonda riflessione, e ha sottolineato che sono i responsabili a dover rispondere alla domanda: “Qual è la malattia di cui il Libano soffre da 30 anni?” Ma loro, ha aggiunto, non possono rispondere, perché rivelerebbero il loro interessi personali.

Da tempo, il Cardinale Rai chiede per il Libano una posizione di “neutralità attiva”, che possa permettere alla nazione di ridefinirsi sullo scacchiere mediorientale, ma anche dall’affrancarsi dalla crisi politica che ormai attanaglia il Paese da più di tre anni.

                                                           FOCUS AMERICA LATINA

Il giallo del vescovo Álvarez in Nicaragua: è stato scarcerato o no?

Si è parlato, nei giorni scorsi, di una possibile liberazione del vescovo Rolando Álvarez, condannato a 26 anni di prigione con l’accusa di tradimento della patria. Ma il Cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, ha detto che tutte le informazioni a riguardo sono frutto di una speculazione. Al momento, ha detto, il vescovo Álvarez si trova nel carcere “La Modelo del Sistema Penitenciario” di Tipitapa.

Il cardinale nicaraguense ha detto che non ha avuto modo di visitare il vescovo in carcere, mentre ha potuto la sua famiglia.

La presunta scarcerazione di Álvarez sarebbe stata ottenuta, ha detto ad EFE una fonte diplomatica, grazie a negoziati tra il governo nicaraguense, la Santa Sede e l’episcopato. La stessa fonte ha detto che pare che la conversazione non abbia avuto seguito.

Le notizie sulla liberazione di Álvarez si sono susseguite appena due settimane dopo che il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, a Roma in visita da Papa Francesco, aveva annunciato che avrebbe cercato di convincere il presidente Ortega a liberare il vescovo.

Lula aveva spiegato allora che l’unica cosa che chiede la Chiesa cattolica in Nicaragua è che liberino il vescovo Álvarez affinché questi possa viaggiare in Italia, definendo un “errore di Ortega” l’incarcerazione del vescovo.

“Parlerò con Ortega perché possano dare la libertà, perché è necessario imparare a chiedere perdono e riconoscere questo errore.

Nella scorsa settimana, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, con sede in Costa Rica, ha ordinato al Nicaragua di liberare il vescovo, adottando allo stesso tempo “tutti i mezzi necessari per proteggere efficacemente la sua vita, salute e integrità personale”.

Anche l’Unione Europea aveva emesso una risoluzione lo scorso mese chiedendo al Nicaragua di liberare il presule.

Nel febbraio 2023, il governo di Ortega incarcerò ed espulse dal Paese 222 prigionieri politici, trasferiti a Washington in un aereo inviato dal governo statunitense. Álvarez rifiutò di abbandonare il Paese e come conseguenza fu condannato a 26 anni di prigione, privato della cittadinanza e portato dagli arresti domiciliari al carcere. Inoltre, Ortega ha dichiarato interrotte le relazioni bilaterali con la Santa Sede, e definito la Chiesa una mafia.

La crisi politica e sociale in Nicaragua è cominciata ad aprile 2018, quando una protesta per una riforma delle pensioni si trasformò in un vero e proprio scontro con il governo. La Chiesa cattolica fu inizialmente invitata a partecipare al Tavolo di Dialogo Nazionale, e l’allora nunzio, l’arcivescovo Waldemar Sommertag, aveva anche avuto positive interlocuzioni per la liberazione di alcuni prigionieri.

Presto, però, il regime Ortega aveva indirizzato le sue attenzioni contro la Chiesa, e lo stesso Cardinale Brenes fu vittima di aggressione, così come molte Chiese. L’ausiliare di Managua, Silvio Baez, fu richiamato dal Papa a Roma per salvargli la vita, e vive da allora in esilio, mentre anche il nunzio Sommertag è stato improvvisamente espulso dal Paese, con un provvedimento che ha fatto molto rumore.

Da allora, la Santa Sede non ha più avuto un rappresentante diplomatico di alto livello in Nicaragua, fino a quando lo stesso Nicaragua ha dichiarato rotti i rapporti bilaterali e tutto il personale di nunziatura si è trasferito in Costa Rica.

La Chiesa in Colombia collabora nella ricercar delle persone scomparse

La Conferenza Episcopale di Colombia collaborerà formalmente nella ricerca delle persone scomparse a seguito della guerriglia nella nazione. I loro resti possono trovarsi in fosse comuni o sepolte in cimiteri senza però essere identificate.

In America Latina, la scomparsa di qualcuno significa che questa persona sia stata rapita e molto probabilmente ucciso, o dal crimine organizzato o da forze di guerriglia di destra o sinistra. Secondo Il Centro Nazionale Governativo colombiano per la Memoria Storica, tra il 1958 e il 2012, quando cominciarono i negoziati di pace, il conflitto armato nella nazione ha causato la morte di 218.094 persone, dei quali l’81 per cento (177.307) erano civili e solo il 19 per cento (40.787) erano combattenti. In aggiunta, 27.023 persone sono state rapite.

L'annuncio della collaborazione dei vescovi con il governo è stata fatta lo scorso 27 giugno da monsignor Héctor Fabio Henao Gaviria, delegato della Conferenza Episcopale Colombiana per le relazioni Stato Chiesa, al termine di un incontro con Luz Janeth Forero Martínez, direttore dell’Unità Governativa per la ricerca delle persone scomparse (UBPD). All’incontro erano presenti anche l’arcivescovo Lui José Rueda Aparicio, presidente della Conferenza Episcopale Colombiana; l’arcivescovo Omar Sánchez, vice presidente; il vescovo Luis Manuel Alì, segretario generale; e il vescovo Juan Carlos Barreto di Soacha.

Monsignor Henao ha spiegato che ci sono 104 mila famiglie in cerca dei loro cari scomparsi, e che i vescovi colombiano desiderano “rispondere a un bisogno umanitario che colpisce così tante famiglie nella nazione e rappresenta un segno profondo nella vita e nella psicologia delle persone nelle loro vite comunitarie”.

Forero Martínez, dal canto suo, ha detto che la Chiesa è  “essenziale per la ricerca in luoghi remoti”, grazie alla sua presenza istituzionale in differenti regioni della nazione con sacerdoti, congregazioni religiose, e operatori pastorali.

I team dell’UBPD hanno identificato circa 7.600 luoghi di fosse comuni nella nazione. La guerriglia si era tenuta soprattutto tra la Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Le FARC, il gruppo ribelle più grande, hanno siglato un accordo di pace nel 2016, con la benedizione della Santa Sede, che inviò il cardinale Pietro Parolin alla firma dell’accordo. Alcuni elementi delle FARC, tuttavia, hanno rifiutato l’accordo e sono ancora operativi, soprattutto nel traffico di droga.

È in corso, invece, una trattativa con le ELN, che non hanno mai siglato alcun accordo di pace.

Guatemala, i vescovi preoccupati dall’incertezza politica

Il 25 giugno si sono svolte in Guatemala le elezioni presidenziali, ma dopo dieci giorni non ci sono ancora risultati ufficiali, né è confermato il ballottaggio tra la moderata Sandra Torres Casanova e il candidato di sinistra Bernardo Arevalo de Léon. L’1 luglio, la Corte Costituzionale ha chiesto un completo riconteggio dei voti, e c’è anche il rischio che il processo elettorale venga annullato a causa delle denunce di irregolarità, sebbene queste non siano così numerose.

Preoccupata dagli sviluppi, la Conferenza Episcopale Guatemalteca ha inviato lo scorso 3 luglio una nota in cui chiedeva agli “organi giuridici corrispondenti di occuparsi delle contestazioni presentate e di risolverle al più presto, in conformità con le decisioni della massima autorità elettorale del Paese, in modo che i tribunali coinvolti contribuiscano alla trasparenza e al rafforzamento del processo elettorale”.

I vescovi notano che per i cittadini il processo elettorale è stato svolto in osservanza dalla legge poiché gli organismi di osservazione riconosciuti dal Tribunale Supremo Elettorale hanno dichiarato che “le elezioni si sono svolte in modo regolare. Solo in alcuni comuni si sono verificati incidenti locali”.

Per questo motivo, i vescovi ritengono fondamentale che “il Tribunale Supremo Elettorale agisca in conformità con la legge elettorale e dei partiti politici e che, di conseguenza, il secondo turno elettorale si tenga nella data prevista del 20 agosto”. E avvertono che l’intrappolamento tra ricorsi e controricorsi potrebbe “stravolgere il principio che le elezioni si risolvono alle urne e che la sovranità appartiene al popolo del Guatemala e non ai tribunali”. Conclude la nota: “Sosteniamo la continua fiducia del Guatemala nella possibilità di purificare e rafforzare il sistema democratico e invitiamo tutti a rimanere saldi nella preghiera e nella solidarietà comune”.

                                                           FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a New York, la cultura come bene pubblico globale

Lo scorso 5 luglio 2023, si è tenuto alle Nazioni Unite un Dialogo Interattivo di Alto Livello sulla Cultura e lo Sviluppo Sostenibile, dal tema “Cultura come bene pubblico comune: superare i gap degli obiettivi di sviluppo sostenibile oltre il 2030.

Nel suo intervento, la Santa Sede ha definito la cultura come la dimensione fondamentale della vita umana attraverso la quale ogni uomo e donna giunge a una piena umanità, e per questo i fini essenziali della cultura sono lo sviluppo umano integrale e il bene della società.

Eppure, questi fini sono caratterizzati da una “cultura dello scarto” caratterizzata da individualismo, egocentrismo, consumismo materialistico, che scarta e abbandona i più deboli.

Per la Santa Sede, l’antidoto a questa mentalità dello scarto è di promuovere una cultura di cura, incontro e solidarietà, indispensabile per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 20230 per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, includendo misure che assicurino accesso ad educazione di qualità inclusiva e sostenibile.