Diplomazia pontificia, 45 anni dalla dichiarazione di Helsinki

La firma della Dichiarazione di Helsinki fu un momento chiave della diplomazia pontificia. Si prepara, intanto, l’agenda per la nuova stagione

La firma della Dichiarazione di Helsinki
Foto: Wikimedia commons
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L’1 agosto 1975, ad Helsinki, veniva firmata la Dichiarazione per la Cooperazione per lo Sviluppo che diede poi il via a quella che sarebbe diventata l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa. A rappresentare la Santa Sede ai negoziati c’era monsignor Achille Silvestrini, che sarebbe poi diventato cardinale, e che è morto esattamente un anno fa. E fu lui a presentare la proposta della Santa Sede di includere la libertà religiosa tra i principi della dichiarazione. Una proposta che fu accolta come “una bomba”, e che sarebbe stata destinata a giocare un ruolo fondamentale nella disgregazione del sistema sovietico.

Intanto, si comincia a delineare l’agenda dei viaggi futuri degli officiali della Santa Sede: è confermato che il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, sarà in Svizzera il prossimo novembre.

45 anni dalla dichiarazione di Helsinki

È un anniversario importante, anche se è passato un po’ sotto silenzio: l’1 agosto 1975, viene firmato l’Atto Finale di Helsinki. Si tratta di un momento fondamentale per la storia europea, perché quel documento rappresenta anche il momento in cui il sistema sovietico comincia ad avere delle crepe.

Il VII principio dell’Atto di Helsinki, infatti, rimarcava “la libertà dell’individuo di professare o praticare, solo o in comune con altri, una religione o un credo, agendo secondo i dettami della propria coscienza”.

In pochi compresero cosa significasse. Quasi tutti pensavano a temi strategici, politici, economici. Invece, quella riaffermazione della libertà religiosa metteva in crisi qualunque tipo di governo che non la tutelasse. A partire dai governi socialisti, di là della Cortina di Ferro.

Quella formulazione era stata proposta dalla Santa Sede, per opera dell’allora monsignore Achille Silvestrini. Ironico a dirsi che la Santa Sede era stata invitata a partecipare alla conferenza su pressione dell’Unione Sovietica. Come, in fondo, era successo per la Conferenza di Pace dell’Aja del 1899, quando fu solo la ferma opposizione italiana (era un tempo ancora scottato dalla questione romana) a non permettere alla Santa Sede di partecipare.

La Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa durò dal luglio 1973 al luglio 1975, e si tenne ad Helsinki e Ginevra. Fu promossa proprio dai sovietici per rafforzare i confini (mai la Russia era stata con i piedi così ben piantati in Centro Europa), e l’Atto Finale di Helsinki fu firmato da tutti i Paesi Europei, incluse le due Germanie, la Santa Sede e il Principato di Monaco, ma con l’esclusione dell’Albania, che aderirà nel 1990. L’Atto fu firmato anche da Stati Uniti d’America e Canada.

Di quella assise, la Santa Sede fu protagonista, eppure le discussioni in Vaticano per la partecipazione furono accese. Il cardinale Jean-Marie Villot, segretario di Stato, era contrario, mentre l’allora monsignor Agostino Casaroli, fautore della Ostopolitik vaticana, ci vedeva una straordinaria opportunità. E Paolo VI era d’accordo.

In fondo, l’invito era anche un frutto di anni di politica orientale vaticana che avevano accreditato la Santa Sede come interlocutore rispettabile davanti ai regimi comunisti.

Alla fine, la Santa Sede partecipò, sia per capitalizzare il lavoro, faticosissimo, fatto nel dialogo con i Paesi di là della Cortina di Ferro, sia per riaffermare l’Europa come un unico continente, senza cortine a dividerlo, e la conferenza era una occasione per ricomporre l’unità europea che si era lacerata dopo Yalta, puntando su una coesione che era data proprio dalle radici cristiane dell’Europa.

Così, puntando sulle comuni radici cristiane, la Santa Sede puntò sul tema della libertà religiosa, cui nessuno aveva pensato. Ha raccontato il Cardinale Silvestrini, scomparso un anno fa: “Ricordo l’emozione con cui il 7 marzo 1973 presentammo, nell’ambito dei principi che dovevano reggere i rapporti fra gli Stati, una proposta sulla libertà religiosa, ricordando che nella storia d’Europa esisteva una comune cultura, quella cristiana. L’ambasciatore della Svezia, che mi era accanto, esclamò sorpreso ‘questa è una bomba’, l’ambasciatore Böck della Germania orientale chiese se la libertà di coscienza era proposta per tutti, anche per gli atei.”

Si trattava di uno cambio di paradigma importante, perché fino ad allora si era parlato soprattutto di stabilizzazione delle frontiere, e fatte proposte di cooperazione europea in campo economico, scientifico, ambientale, umanitario.

La proposta fu accettata. Ma i Paesi dell’Est, accettando le richieste sui diritti umani, probabilmente non immaginavano in che modo queste avrebbero impattato all’interno dei loro sistemi.

                                                FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Il Cardinale Parolin in Svizzera a novembre

Il programma potrebbe essere soggetto a cambiamenti secondo gli sviluppi della pandemia, ma il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, sarà in Svizzera nel novembre 2020. La notizia della visita è stata confermata dall’arcivescovo Thomas Gullickson, nunzio apostolico della Santa Sede in Svizzera.

La visita è organizzata in occasione del centenario di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Svizzera. Nell’autunno del 2019, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Cardinale Pietro Parolin aveva incontrato anche il consigliere federale Ignazio Cassis.

Al momento, il programma provvisorio prevede una messa al santuario di Einsiedeln l’8 novembre, seguita da un incontro con la Conferenza Episcopale Svizzera a Sachesan, nel Canton Obvaldo. Il 9 novembre, il Cardinale aprirà un incontro presso l’Università di Friburgo, con il consigliere federale Ignazio Cassis, durante il quale si parlerà appunto di relazioni diplomatiche.

Pierre-Alain Eltschinger, portavoce del Dipartimento Federale degli Affari Esteri, ha sottolineato che il programma “include aspetti storici, culturali ed ecumenici oltre ai colloqui ufficiali”.

Svizzera e Santa Sede hanno cominciato un lavoro di cooperazione nel 1917, al termine della Prima Guerra Mondiale. Fu Benedetto XV che individuò nel governo svizzero un partner ideale per poter aiutare le vittime di guerra. Più di 67 mila feriti furono curati in territorio elvetico.

Questa cooperazione nacque dall’idea dell’arcivescovo di Parigi, il Cardinale Leon-Adolphe Amette, che aveva suggerito a Benedetto XV di rivolgersi a Olanda e Svizzera per avere un luogo neutrale dove curare i feriti. Benedetto XV – rivela lo storico Lorenzo Planzi – si concentrò prima di tutto sulla Svizzera, lì dove erano state firmate le Convenzioni di Ginevra del 1864.

Svizzera e Santa Sede misero così in atto una cooperazione umanitaria, aprendo ospedali e centri di accoglienza a Leysin a Davos, sul Lago dei Quattro Cantoni.

I due Paesi avevano avuto momenti difficili durante il kulturkampf, la campagna liberale promossa dall’imperatore prussiano Bismarck per separare Chiesa e Stato. Alla denuncia dei modi violenti degli svizzeri contro il clero cattolico di Pio IX nel 1873 fece seguito la decisione nel Governo Federale di rompere i rapporti tra Santa Sede e Svizzera, chiudendo la nunziatura di Lucerna.

Solo nel 1920, un nunzio apostolico torna in Svizzera, con sede questa volta a Berna, e questo proprio grazie alla cooperazione tra Santa Sede e Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale. 

Il Cardinale Parolin ordina il nuovo nunzio in Sudan

È stata una delegazione di alto livello quella che, lo scorso 25 luglio, è stata a Toledo, in Spagna, per l’ordinazione episcopale di Luis Miguel Munoz Cardaba, che Papa Francesco ha nominato nunzio in Sudan. A consacrare il nuovo “ambasciatore del Papa” è andato il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, insieme all’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli stati. È stato il primo viaggio all’estero del segretario di Stato dopo l’emergenza COVID. Ad agosto, il Cardinale Parolin sarà in Francia, a Lourdes e ad Ars.

Nell’omelia di ordinazione, il cardinale Parolin ha sottolineato che i nunzi sono chiamati ad una “opera di costruzione della pace e dell’armonia nella Chiesa tra le nazioni, che desiderano ascoltare parole di speranza e di sapienza”.

Il cardinale ha ricordato al neo-nunzio che è chiamato a “rappresentare la persona del pontefice, che conferma i fratelli nella fede, è segno e artefice di comunione, simbolo e chiamata all’unità”.

In particolare, il cardinale ha ricordato il compito di far conoscere e apprezzare il sentimento del Papa, in modo speciale riguardo “la dignità di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale”, la “promozione dei più poveri e più abbandonati”, la promozione della pace e la libertà religiosa, ma anche la cura della casa comune e lo sviluppo di una economia equa ed inclusiva.

Il nunzio è chiamato anche – ha spiegato il Segretario di Stato vaticano – a “informare la Santa Sede sulle questioni più rilevanti che attraversano il tessuto ecclesiale e tutta la società dei Paesi che vengono inviati”, cosa che serve alla santa Sede per “calibrare i propri interventi” e offrire il proprio contributo.

Rivolgendosi a Munoz Cardaba, il segretario di Stato ha sottolineato che questi si prepara a “portare alle differenti culture e al centro delle tensioni e degli squilibri che attraversano l’umanità una parola sapiente, ponderata, coraggiosa e capace di lasciare intravedere, anche in situazioni drammatiche, un orizzonte di speranza che nasce dal Vangelo”.

Il Cardinale ha invitato dunque a mantenere salda la fede, ricordando che l’episcopato è “il nome di un servizio, non un onore, perché al vescovo compete più servire che dominare”.

                                                FOCUS CINA

Attacco hacker in Vaticano?

La notizia di un attacco hacker, svelata dalla compagnia americana Recorded Future, presso lo Missione di Studio di Hong Kong della Santa Sede è arrivata alla vigilia degli incontri tra Santa Sede e Cina per rinnovare l’accordo confidenziale sulla nomina dei vescovi siglato nel settembre 2018. L’accordo dovrebbe essere rinnovato experimentum per un altro anno o due, ed è stato fortemente contestato a diversi livelli, e in particolare dal Cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong. Ma è stato anche fatto notare che, dalla firma dell’accordo, ci sono stati una serie di vescovi riconosciuti dalla Cina, mentre ci sono state varie discussioni sul fatto che Papa Francesco non abbia fatto appelli riguardo la legge della sicurezza ad Hong Kong che è considerata da alcuni osservatori liberticida.

La notizia dell’attacco hacker, insomma, si includeva in una situazione difficile, in cui ogni dialogo potrebbe essere interrotto, mentre sembrava dare conferma dell’inattendibilità della Cina.

La Santa Sede, dal canto suo, avrebbe preso le sue contromisure da tempo. La Missione di Studio di Hong Kong è legata alla nunziatura di Manila, nelle Filippine, ed è l’avamposto della Santa Sede sulla Cina. Secondo alcuni osservatori, già nell’estate del 2019, la Santa Sede aveva trasferito a Manila alcuni dei documenti più riservati, e quindi da lì in Vaticano, nell’Archivio Apostolico della Santa Sede.

La ragione degli spostamenti era dovuta al fatto che si temeva che i documenti fossero sequestrati o distrutti dai militari dell’intelligence cinese.

Ovviamente, l’attacco hacker parla di una infiltrazione nei server. Pechino parla di “congetture senza prove”, e una dichiarazione del ministero degli Esteri cinese fa sapere di aver al massimo riguardo le questioni della “cyber security”.

La notizia dello spostamento dei documenti della Santa Sede conferma comunque un antico adagio vaticano: si fanno accordi soprattutto con chi non ti fidi. Una frase spesso utilizzata per spiegare la ratio del concordato con la Germania nazista, ma anche gli analoghi accordi per la nomina dei vescovi utilizzati con i Paesi di là della Cortina di Ferro, e in particolare con l’Ungheria.

Fatto sta che sembra che già nel 1997, quando la ex colonia inglese passò sotto la giurisdizione cinese, la missione di Studio aveva inviato diverse valigie diplomatiche a Manila per mettere al sicuro i dossier. Lo scorso anno, poi, i documenti sarebbero stati definitivamente trasferiti dalla nunziatura di Manila a Roma.

                                                FOCUS AFRICA

Il nunzio ringrazia il governo per l’accordo quadro con la Santa Sede

Lo scorso 24 luglio, l’arcivescovo Franciso Escalante Molina, nunzio apostolico della Santa Sede presso la Repubblica del Congo, ha ringraziato la Camera Alta del Parlamento di Brazzaville per il lavoro svolto durante la ratifica dell’accordo di partenariato firmato il 2 luglio 2017 in Vaticano.

“Sono venuto – ha detto l’arcivescovo Escalante – per incontrare il presidente del Senato per ringraziarlo. Grazie per tutto il lavoro svolto al Senato durante la ratifica dell’accordo avvenuta il 2 luglio 2019 in Vaticano. Sono passati tre anni da quando la Repubblica del Congo e la Santa Sede hanno firmato un accordo sulla situazione giuridica della Chiesa in Congo. Dopo aver firmato l’accordo, è stato necessario ratificarlo e approvarlo ed è quello che ha fatto il Senato”.

Il nunzio e il presidente del Senato hanno quindi esaminato come poter consolidare questo accordo, specialmente nei settori dell’educazione e della salute, campi in cui la Chiesa cattolica dà un grande contributo.

“Dobbiamo quindi vedere – ha detto il nunzio – come possiamo lavorare con il governo del Congo per il bene della popolazione. Ringrazio il presidente del Senato per ciò che è stato già fatto, e per quello che si farà per migliorare questa relazione”.

L’accordo tra Santa Sede e Repubblica del Congo sulle relazioni tra la Chiesa Cattolica e lo Stato è entrato in vigore il 2 luglio, con lo scambio degli strumenti di ratifica in Vaticano.

L’accordo è stato firmato il 3 febbraio 2017 e garantisce alla Chiesa la possibilità di svolgere la propria missione nel Congo. In particolare, viene riconosciuta la personalità giuridica della Chiesa e delle sue Istituzioni. Si legge nel comunicato della Sala Stampa vaticana che “le due Parti, salvaguardando l’indipendenza e l’autonomia che sono loro proprie, si impegnano a collaborare per il benessere spirituale e materiale dell’uomo e a favore del bene comune, nel rispetto della dignità e dei diritti della persona umana”.

Fu lo stesso Cardinale Parolin a spiegare il senso dell’accordo nel discorso tenuto alla firma e pubblicato sull’Osservatore Romano. L’accordo era stato delineato a 30 anni dallo stabilimento delle relazioni diplomatiche, che erano iniziate nel 1977.

Le questioni di interesse dell’accordo riguardano, aveva spiegato il Cardinale, “il riconoscimento, nell’ambito civile, della personalità giuridica pubblica della Chiesa cattolica, e delle sue principali istituzioni, l’indipendenza della Chiesa cattolica nel culto e nell’apostolato, e il suo apporto specifico nei diversi ambiti della vita del Paese.”

Il Cardinale volle anche sottolineare che “con questo accordo la Chiesa cattolica non cerca in alcun modo di ottenere privilegi particolari a spese di altre confessioni. Si tratta semplicemente di definire qui il quadro giuridico dell’attività della Chiesa cattolica e dei suoi rapporti con l’autorità civile, per il bene dei fedeli e della società congolese”.

Etiopia, il Cardinale Souraphiel parla della situazione del Paese

Il Cardinale Bernhaneyesus Souraphiel è presidente della Commissione per la Riconciliazione Nazionale etiope, istituita dal Primo Ministro Abiy Ali. In un commento all’agenzia della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli Fides, il Cardinale Souraphiel ha voluto sottolineare il momento difficile che si vive nel Paese del Corno d’Africa.

“Stiamo – ha detto - vivendo in un clima di tensione dovuto al periodo di profonda trasformazione e alle numerose riforme avviate dal governo che, evidentemente, non mettono tutti d’accordo. Ma la Chiesa è presente e chiama continuamente al dialogo perché prevalgano i valori comuni e, attraverso l’incontro, si lavori insieme per il bene del Paese”.

La Chiesa – ha sottolineato il Cardinale – è vicina alla popolazione, specialmente in questo tempo di crisi. “La pandemia – ha detto - sta facendo tanti danni. Come Chiesa abbiamo voluto fin da subito dettare delle linee guida di comportamento e lanciare programmi di sostegno. Ci sono state tante perdite e, tra queste, il nostro caro monsignor Angelo Moreschi, Vicario apostolico di Gambella, in Etiopia occidentale: rientrato in Italia per problemi di salute, ha contratto il Covid-19 ed è morto il 25 marzo 2020. Il coronavirus sta creando tantissimi effetti collaterali nefasti. Uno di questi è l’enorme aumento di violenza su donne e bambini registrato nel periodo del lockdown che miete ancora molte vittime”.

Il Cardinale ha detto che la chiesa si è messa a fianco all’iniziativa “Zim alilin” (“Non sto zitto”), lanciata da un gruppo di artisti per accendere un riflettore costante sul fenomeno.

Il cardinale ha anche affrontato temi più squisitamente geopolitici, concentrandosi in particolare sulle tensioni che l’Etiopia ha con i Paesi vicini, e in particolare la situazione riguardante la Diga del Gran Rinascimento sul Nilo Azzurro.

“L’Etiopia – ha detto il Cardinale - sta cercando di costruire la grande diga sul fiume che garantisce l’85% dell’acqua a Sudan ed Egitto, ma che è considerata una benedizione del nostro Paese: in realtà è una benedizione per tutti, perché l’acqua non si ferma, scorre e porta benefici a tutti. Come Chiesa cattolica abbiamo espresso una posizione chiara che mira a una soluzione giusta per un uso equo di queste acque internazionali”.

Il Cardinale spiega che l’Etiopia ha bisogno di queste acque a causa della “penuria di energia elettrica”, perché il 65 per cento del Paese ha difficoltà ad ottenere energia e in molti tagliano boschi per avere energia combustibile, il che può portare presto ad una desertificazione.

Riguardo il rapporto con l’Eritrea sembra invece più promettente. Il 19 luglio c’è stato l’ennesimo scambio di visite tra il Primo Ministro Abiy Ali volato ad Asmara per incontrare il Presidente eritreo Isaias Afwerki. Il Cardinale confida molto sul dialogo in corso, e ricorda che “ci sono questioni fondamentali, come l’uso dei porti e dei confini da affrontare”.

                                                FOCUS EUROPA

L'arcidiocesi di Barcellona attacca il governo per la gestione del caso coronavirus

Lo scorso 26 luglio, il Cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, ha presieduto nella Basilica della Sagrada Familia il funerale per le vittime della pandemia di coronavirus che non avevano potuto avere le dovute celebrazioni durante i mesi di lock down. La Messa ha provocato uno scontro tra l’arcivescovado e il governo della Generalitat che può arrivare nei tribunali.

Infatti, il 24 luglio, all’ultimo momento il procicat ha inviato una risoluzione firmata dalla Consigliera per la Salute, Alba Verges, La risoluzione proibiva la Messa sulla base di una decisione della Generalitat del 17 luglio che limita a 10 i partecipanti ad atti religiosi, e per questo le autorità della Generalitat avevano fatto sapere che non avrebbero garantito la sicurezza della cerimonia. I rappresentanti del municipio di Barcellona hanno deciso di non partecipare solo nella mattinata di domenica, considerando che non avrebbero potuto dsattendere una risoluzione della Generalitat.

L’arcivescovado ha deciso di celebrare ugualmente, con mezzi addizionali di sicurezza come prendere la temperatura a tutte le persone che entrano nella chiesa, dove si è offerta una “preghiera di ringraziamento” per quelli che hanno superato la malattia.

L’arcivescovado di Barcellona ha anche lamentato che il governo impedisca una Messa, ma che allo stesso tempo permetta ai turisti di continuare le visite alla chiesa, e per questo ha annunciato che lancerà azioni legali contro l’esecutivo catalano, perché “si tratta di una decisione che ci sembra ingiusta e discriminatoria, considerando che siamo stati attenti e rispettosi a mantenere le norme sanitarie richieste per gli spazi chiusi.

Il comunicato dell’arcidiocesi faceva sapere che “di fronte al poco prevedibile cambio di attitudine del dipartimento di salute” si sarebbero prese le azioni legale opportune contro l’arbitrarietà delle decisioni. Da parte loro, municipio e generalitat hanno eluso ogni responsabilità.

Nella sua omelia, il Cardinale Omella ha sottolineato che “non è il momento di perdere tempo in discussioni inutili, per trovare i colpevoli o aumentare la divisione. Sono tempi per tendere la mano, per accarezzarsi, per perdonare, per accompagnare, per camminare insieme e cercare di evitare queste sofferenze”.

Il Cardinale ha anche detto che c’è bisogno di far fronte “tutti insieme alla crisi sociale ed economica che si avvicina”.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Il nunzio a Damasco ricorda il settimo anniversario del rapimento di padre Dall’Oglio

Dopo sette anni, ancora non si sa niente della sorte del gesuita Paolo Dall’Oglio, fondatore del monastero di Mar Musa e scomparso in Siria nel 2013, dopo essere rientrato clandestinamente in territorio siriano da cui era dovuto andare via a seguito di una espulsione.

Il Cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, ha voluto ricordare il gesuita scomparso di cui non si sa il destino. “Ogni tanto – ha detto il nunzio – esce qualche voce, in questi anni si sono provate tutte le piste, tutte le piste si sono insabbiate. Non è stato tralasciato niente, ma non vi è nulla che permetta di fare affermazioni solide in merito alla sua sorte, se sia ad oggi vivo o morto”.

Le ultime tracce di Padre Dall’Oglio portano a Raqqa, dove c’era il “quartier generale” del sedicente Stato Islamico, dove Dall’Oglio era stato prima di scomparire nella notte tra il 28 e il 29 luglio con lo scopo di chiedere la liberazione di diversi ostaggi in mano al gruppo jihadista.

Non si sa quale sia stata la sorte di padre Dall’Oglio. Si spera sia ancora in vita, sebbene un ex miliziano dell’ISIS abbia piuttosto sostenuto che padre Paolo sia stato torturato e assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.

Il Cardinale Zenari ha ricordato ad AsiaNews che “secondo le statistiche delle Nazioni Unite, sono circa 100 mila le persone scomparse in Siria di cui non si hanno più notizie”. Una questione umanitaria che va rafforzata, sottolinea il nunzio, che poi fa un appello affinché “i prigionieri, gli scomparsi vanno liberati o si devono dare notizie certe alle famiglie. Ogni famiglia ha diritto di sapere cosa sia successo al loro congiunto. Vale per padre Dall’Oglio, come per i due metropoliti ortodossi e per gli altri due giovani preti”.

I religiosi scomparsi cui fa riferimento il cardinale sono il prete greco-ortodosso Maher Mahfouz, l’arcivescovo siriano-ortodosso Gregorios Ibrahim, l’arcivescovo greco-ortodosso Boulos Yazigi e Michael Kayyal, un prete cattolico armeno.

Curiosamente, il caso dei due metropoliti ortodossi scomparsi in Siria nello stesso anno di padre Dall’Oglio è stato esplicitamente citato nel documento congiunto firmato da Papa Francesco e dal Patriarca Kirill all’Avana il 12 febbraio 2016, mentre nessun riferimento era stato fatto nello stesso documento alla scomparsa di padre Dell’Oglio.

Il Cardinale ha anche aggiunto che le persone sequestrate “non vanno liberate con il contagocce e se un gruppo non li ha più sotto mano deve comunicare cosa è successo”.

Secondo il nunzio, padre Dall’Oglio e gli altri religiosi sono stati rapiti per giocare la carta dello scambio dei prigionieri, tutti considerati “carte da giocare nel complicato scacchiere siriano”.

Papa Francesco riceve il segretario del Comitato della Fraternità Umana

Il 31 luglio, Papa Francesco ha ricevuto Mohammed Abdul Salam, segretario generale dell’Alto Comitato della Fraternità Umana. Il Comitato, stabilito per implementare la dichiarazione di Abu Dhabi, ha come presidente il Cardinale Miguel Angel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione del Dialogo Interreligioso.

Secondo l’agenzia degli Emirati Arabi WAM, Papa Francesco ha espresso apprezzamento “al supporto illimitato dato da Sua Altezza lo Sceicco Mohamed bin Zayed al Nahyan al Comitato, e la sua volontà di tradurre il Documento della Fraternità Umana in passi pratici”.

Il Papa ha aggiunto che il documento è sempre stato per lui fonte di ispirazione per lui e per Ahmed el-Tayyeb, Grande Imam di al Azhar, e rinnovato il suo sopporto al comitato.

Papa Francesco è stato edotto dei programmi e delle iniziative che stanno venendo implementate dal Comitato, incluso il Premio Zayed per la Fraternità Umana e la Abrahamic Family House. Si tratta di una costruzione ad Abu Dhabi, dove nello stesso piazzale si troveranno una moschea, una sinagoga e una chiesa.

All’incontro era presente Yoannis Lahzi Gaid, membro del Comitato e già segretario personale del Papa. Il 31 luglio, infatti, monsignor Gaid ha lasciato Casa Santa Marta e il servizio al Papa. Continuerà ad avere passaporto diplomatico, ma ha lasciato anche il servizio petrino, e continuerà a servire come membro del Comitato. Si trasferirà al Cairo, dove sta promuovendo la costruzione di un Orfanotrofio e di un ospedale pediatrico nella Nuova Cairo.

                                    FOCUS NUNZIATURE

L’arcivescovo Pinto lascia il servizio diplomatico della Santa Sede

L’arcivescovo Giuseppe Pinto rinuncia all’incarico di nunzio, e lascia dunque il servizio diplomatico della Santa Sede. L’arcivescovo, 68 anni, lo scorso anno aveva lasciato anticipatamente ad aprile 2019 il suo incarico di nunzio in Croazia per ragioni di salute.

Sacerdote dal 1978, l’arcivescovo Pinto era stato nominato per la prima volta nunzio nel 2001 e inviato a rappresentare il Papa in Senegal e in Mauritania come delegato apostolico. Nel febbraio 2002, era stato poi nominato nunzio apostolico per Mali, Capo Verde e Guinea Bissau.

Dal 2007 al 2011 è nunzio apostolico in Cile e dal 2011 al 2017 è stato nunzio nelle Filippine. Quindi, l’incarico di “ambasciatore del Papa” in Croazia, che ha dovuto lasciare anticipatamente.

                                    FOCUS NORD AMERICA

La presa di posizione del Cardinale Lacroix contro il governo

Le misure anti-coronavirus hanno in particolare toccato la libertà di culto, con varie restrizioni che, in alcuni casi, sono state impugnate dagli stessi vescovi. Lo scorso 26 luglio, è stato il Cardinale Cyprien Lacroix, arcivescovo del Quebec, a prendere una dura posizione con il governo, che ancora impone restrizioni.

In un intervento tv, il Cardinale Lacroix ha notato che la Chiesa ha preso l’iniziativa di riunire i leader delle altre comunità di fede (cattolici, anglicani, evangelici e musulmani) per riflettere insieme e far sapere alle autorità di sanità pubblica e al governo del Quebec che vogliamo collaborare per trasmettere ai nostri fedeli gli impegni che permettano al virus di propagarsi meno possibile”.

E però – ha lamentato il cardinale – “c’è stato poco o nessun riconoscimento per tutti questi sforzi” e “le comunità di fede non sembrano attirare l’attenzione dei nostri funzionari eletti o delle autorità sanitarie pubbliche”.

Il Cardinale denuncia l’impressione che “le autorità governative non ci prendano sul serio e vogliano ignorare la nostra esistenza”, mentre “in nessun momento siamo riusciti a stabilire un dialogo franco e diretto con i funzionari del governo e della sanità pubblica”.

Lacroix sottolinea che la Chiesa ha presentato protocolli per terminare le misure di confino, e terze parti hanno detto che i protocolli erano ben preparati ed elaborati, ma non sono mai stati accettati ufficialmente. Anche i giornalisti hanno domandato, in due occasioni, cosa stesse succedendo ai luoghi di culto, sia al Primo Ministro che al direttore della Sanità pubblica, e solo questo ha permesso alla Chiesa alcune informazioni.

Il cardinale denuncia che la questione dei luoghi di culto è affrontata nelle fasi finali della lotta al coronavirus alla pari, se non meno di bar e crociere. Attacca il Cardinale Lacroix: “Mentre la vendita di alcol e cannabis sono state considerate un servizio essenziale in tutta la pandemia, le comunità di fede, che possiamo certamente considerare un servizio essenziale per la comunità, sono state ampiamente ignorate. Perfino i casinò hanno ottenuto il diritto di ospitare 250 persone prima di noi, in luoghi molto più piccoli delle nostre chiese”. 

Il cardinale sottolinea che “i bisogni spirituali sono parte integrante della vita umana”, e che quelli che ne hanno bisogno sono molti e vanno trattate con rispetto. Il Cardinale ha anche sottolineato che i credenti non chiedono privilegi da parte del governo, ma che le restrizioni imposte sono “al di là della ragione”, considerano che le chiese del Quebec si sono impegnate per rispettare tutte le norme”.

“Dopo 400 anni di presenza, impegno e collaborazione per costruire questo Paese. – ha concluso il Cardinale - non è giusto che le comunità di fede siano trattate in questo modo. La nostra partecipazione alla costruzione del Quebec non è trascurabile. Siamo orgogliosi del nostro contributo e non abbiamo intenzione di ritirarci nelle nostre sagrestie. La missione della Chiesa è al centro della società; è lì che i discepoli di Gesù devono testimoniare la fede che li anima e li fa vivere, per stare accanto ai loro fratelli e sorelle, credenti o non credenti, collaboratori, collaboratori per il futuro del nostro Paese. Lo stato è laico, ma la società no!”

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