Bielorussia, Kondrusiewicz dall’esilio: “La crisi potrebbe sfociare in una guerra civile”

L’arcivescovo di Minsk in esilio dice Messa per la comunità bielorussa in Lituania. Intanto il suo ausiliare riceve l’ammonizione del governo

L'arcivescovo Kondrusiewicz dice Messa a Vilnius, 21 novembre 2020
Foto: catholic.by
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Non c’è pace per la Chiesa cattolica in Bielorussia. Mentre continuano le proteste contro le elezioni che hanno portato alla conferma del presidente Aleksandr Lukashenko, e lo stesso presidente chiede una Chiesa nazionale (e probabilmente nazionalizzata), l’ausiliare di Minsk Yury Kasabutsky viene convocato e ammonito dal governo per aver stigmatizzato alcuni arresti in piazza. Il tutto mentre l’arcivescovo di Minsk Tadeusz Kondrusiewicz è ancora in esilio, senza la possibilità di rientrare in patria. Una situazione che ha portato ad un appello di tutti i vescovi di Bielorussia, pubblicato il 25 novembre.

Dal 31 agosto, giorno in cui a Kondrusiewicz su negato l’ingresso in Bielorussia, l’arcivescovo di Minsk ha risieduto in Polonia, dove era andato per una celebrazione mariana, e si era spostato una volta in Lituania, per una altra celebrazione mariana. A fine ottobre, era stato in Vaticano, per parlare della situazione del Paese e della sua situazione personale. La Santa Sede, da subito, ha cercato di fare di tutto per garantire il rientro in patria dell’arcivescovo di Minsk, anche inviando l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro degli Esteri vaticano, per tre giorni in Bielorussia.

Non sorprende, dunque, la commozione di Kondrusiewicz quando, lo scorso 21 novembre, è potuto andare a Vilnius, dove ha detto Messa per la comunità bielorussa in lingua bielorussa in occasione della festa della Madre della Divina Misericordia. Era la seconda volta che poteva celebrare nella sua lingua da quando era in esilio.

Prima della Messa, l’arcivescovo Kondrusiewicz ha notato che la Bielorussia “sta attraversando una crisi socio-politica invisibile che dura da tre mesi, senza fine in vista e che potrebbe sfociare in una guerra civile”.

Per questo, ha chiesto ai fedeli di pregare per la Bielorussia, ricordando che “sappiamo che una società divisa sarà distrutta, come disse Gesù Cristo. E vogliamo che la nostra patria sia viva e felice”.

L’arcivescovo di Minsk ha anche detto che la Chiesa è “contro la violenza, la menzogna, l'ingiustizia e condanniamo tutto questo", ma che allo stesso si deve essere in grado di “poter perdonare chi fa il male. Non è facile, ma dobbiamo avere la croce di Gesù Cristo davanti ai nostri occhi”. L’amore di Dio e per il prossimo sono stati definiti dall’arcivescovo “la grazia più grande per la nostra società”.

La Messa dell’arcivescovo Kondrusiewicz a Vilnius, partecipata nonostante le misure restrittive da COVID, veniva tre giorni dopo l’ammonizione del procuratore generale di Minsk al vescovo Yuri Kasabutsky. Questi, era stato convocato in procura insieme a padre Sergius Lepine, presidente del dipartimento di informazione sinodale della Chiesa ortodossa bielorussa.

Kasabutsky è stato convocato a seguito di alcune dichiarazioni sulla sua pagina Facebook riguardo la morte di Raman Bandarenka, protestante ucciso durante le manifestazioni lo scorso 12 novembre, e morto così a soli 31 anni.

Il procuratore generale ha voluto far sapere che tali dichiarazioni “aumentano deliberatamente il livello di tensione nella società, incitano all’odio contro i funzionari governativi, comprese le forze dell’ordine, e, di conseguenza, l’ostilità verso questi gruppi sociali”.

La procura ha definito queste azioni “inammissibili e inaccettabili, in quanto non solo non corrispondono al ruolo fondamentale della Chiesa nel raggiungimento della comprensione reciproca, della tolleranza e dell'armonia nella società, ma incitano anche i cittadini all'aggressione, alle azioni illegali, alle questioni incostituzionali”. 

Inoltre, proseguono i poliziotti, “tali dichiarazioni contraddicono l'articolo 16 della Costituzione della Repubblica di Bielorussia, che vieta le attività delle organizzazioni religiose, dei loro organi e rappresentanti, dirette contro il consenso pubblico”. Insomma, le organizzazioni religiose non possono neanche dare una valutazione sulla legalità delle azioni dei funzionari governativi, e per questo l’ufficio del procuratore generale ha chiesto, con un ordine al commissario per le religioni e le nazionalità, di “eliminare le violazioni o adottare misure aggiuntive per prevenire disaccordi tra lo Stato e le organizzazioni religiose”.

Il 25 novembre, dunque, tutti i vescovi cattolici di Bielorussia hanno siglato un appello per “la nostra patria” che “vive da quattro mesi una crisi politica senza precedenti, che purtroppo si sta aggravando”.

I vescovi sottolineano che la Chiesa, guidata dal Vangelo e dalla Dottrina Sociale costruita sul Vangelo, si oppone e condanna la violenza, l’illegalità, l’ingiustizia e la falsità”, e chiede “una soluzione pacifica ai problemi”.

I vescovi chiariscono: la Chiesa “non rivendica autorità terrena”, e “non svolge funzioni statali e non può essere utilizzata da nessuno per scopi politici”.

I vescovi invitano i loro fedeli di “fornire sostegno reciproco e solidarietà per il bene di costruire una Bielorussia unita, non divisa”, e chiedono “ai cattolici e a tutte le persone di buona volontà di continuare a offrire le loro preghiere per una soluzione rapida e pacifica alla crisi”.

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