Cardinale Koch: “L’ecumenismo, un faro nell’Europa intrisa di sangue”

La risposta alla crisi dei valori europei e alla secolarizzazione sta, per il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, in un rinnovato dialogo tra le Chiese che, finalmente unite, possono dare una nuova unità all’Europa

Il Cardinale Koch in una delle conferenze tenute durante il suo viaggio in Austria, tenutosi dal 6 al 9 ottobre 2020
Foto: Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani
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L’unità dei cristiani è l’antidoto alla secolarizzazione di Europa, e solo il superamento delle divisioni permetterà al cristianesimo di avere di nuovo una voce credibile e far rinascere i valori europei. Ne è convinto il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Il Cardinale Koch è stato dal 6 al 9 ottobre in Austria, per celebrare il 35esimo anniversario della sezione di Salisburgo della Fondazione Pro Oriente. Questa, fondata nel 1964 dal Cardinale Franz Koenig, allora arcivescovo di Vienna, la fondazione ha il compito di fare da ponte con le Chiese che un tempo erano dall’altra parte della Cortina di Ferro, e che oggi sono parte di una Europa unita, ma allo stesso tempo piena di contraddizioni e divisioni. Nel corso del viaggio, il Cardinale Koch ha tenuto due conferenze: una lezione accademica a Salisburgo su “Lo scambio ecumenico di doni tra Oriente e Occidente. Sfide – Difficoltà – Prospettive” il 6 ottobre, e quindi una conferenza l’8 ottobre a Linz su “Quale futuro cristiano per l’Europa? Riflessioni sull’identità spirituale dell’Europa”.

Sono due conferenze che sembrano avere due temi diversi, e che invece sono straordinariamente collegate tra loro. L’una è propedeutica all’altra, perché, nel descrivere con passione il movimento ecumenico e i passi avanti fatti nel corso dell’ultimo secolo, il Cardinale Koch prepara in fondo alla conclusione della sua conferenza sull’Europa. A Linz, il Cardinale Koch ha ricordato che “Quando i è emerso nel XX secolo, che è passato alla storia come uno dei secoli più crudeli e disumani, il movimento ecumenico è apparso come un faro nel Mar Rosso dell’Europa intrisa di sangue”.

Ma andiamo con ordine. Nella sua conferenza del 6 ottobre a Salisburgo, il Cardinale Koch ha sottolineato come il dialogo ecumenico tra Oriente e Occidente ha una ragione principale: che l’ortodossia è certamente teologicamente più vicina al cattolicesimo, ed è per questo che La Chiesa cattolica riconosce ed onora le Chiese d’Oriente come ‘vere Chiese particolari’, anche se non vivono in vincolante unità con il vescovo di Roma”.

È una prospettiva che si è applicato nel dialogo con le Chiese cosiddette pre-calcedoniche, le Chiese Ortodosse Orientali, che si sono divise nel V secolo e non si hanno più avuto un dialogo con Roma fino all’età ecumenica del XX secolo, quando si è cominciato a parlare a partire dal tema cristologico, si è definito il perché della differenza di vedute, si è cominciato un dialogo teologico che è molto promettente, sebbene – spiega il Cardinale Koch – “questo non significa che la Chiesa e la comunione eucaristica siano state ancora restaurate.

Il tema invece dello scisma tra Oriente e Occidente è più complesso. Nel 1965, furono revocate le mutue scomuniche di Roma e Costantinopoli, e si cominciò un dialogo che poi è stato meglio strutturato nella Commissione Internazionale Mista per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, istituita nel 1979.

Il dialogo si è concentrato principalmente sul tema della fede, ma ha subito una battuta di arresto – ha spiegato il Cardinale Koch – quando, alla caduta del muro di Berlino si sono riaffacciate sulla scena le Chiese cattoliche di rito bizantino, cosa che ha fatto sollevare di nuovo le accuse di uniatismo da parte ortodossa. Questa frattura è stata affrontata nella plenaria di Balamand (Libano) del 1993 e poi in quella del 2000, ma - ha spiegato il Cardinale Koch - il tentativo di trovare una soluzione all’uniatismo “è fallito” e i lavori della commissione “sono stati così interrotti sulla parte ortodossa”.

Ha continuato il Cardinale Koch: “Poco dopo l’inizio del pontificato di Benedetto XVI, e grazie ai suoi sforzi di mediazione, il dialogo interrotto nel 2000 è stato ripresa”. Questo ha portato alla dichiarazione di Ravenna del 2007, in cui si riconosceva l’idea di primato, e poi al documento di Chieti del 2016 su “Sinodalità e primato nel Primo Millennio”.

Ma il dialogo è “è attualmente oscurato dalle profonde tensioni tra il Patriarcato russo ortodosso di Mosca e il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli sulla questione dell'autocefalia della Chiesa ortodossa in Ucraina”.

Conclude il Cardinale Koch: “È impossibile prevedere quando sarà raggiunto un accordo credibile e realizzabile sul punto dolente che ha finora impedito l’accettazione della comunione ecclesiastica”. Il Cardinale, tuttavia, nota che “la forza delle Chiese ortodosse è la loro sinodalità”, e che “la Chiesa cattolica dovrà infatti ammettere di non aver ancora sviluppato quel grado di sinodalità nella sua vita e nelle sue strutture ecclesiali che sarebbe teologicamente possibile e necessario, e che una connessione credibile del primaziale -Il principio gerarchico con il principio sinodale-comunitario potrebbe essere un aiuto essenziale per un ulteriore dialogo ecumenico con l'Ortodossia”. 

Allo stesso tempo “ci si può aspettare che le Chiese ortodosse imparino nel dialogo ecumenico che il primato non solo è possibile e teologicamente legittimo a livello universale della Chiesa, ma anche che le tensioni e i conflitti interno-ortodossi, che sono stati espressi in modo particolarmente chiaro al ‘Santo e Grande Sinodo’ di Creta nel 2016”.

Le Chiese ortodosse, tuttavia, dovranno richiedere che “un tale ufficio di unità deve essere più di un primato onorario, ma includere anche elementi di giurisdizione”. Mentre la Chiesa cattolica dovrebbe, magari, anche riscoprire la “dimensione cosmica della fede”, così presente nelle liturgie ortodosse.

Tuttavia, il raggiungimento di questa unità è cruciale per il futuro dell’Europa. E il Cardinale Koch lo ha messo in chiaro nella sua conferenza a Linz sul futuro cristiano dell’Europa. Una conferenza che il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani ha cominciato con una citazione del Cardinale Koenig: “L’Europa può esistere solo se conosce i suoi fondamenti spirituali. Una Europa senza ordine spirituale diventa il giocattolo dei poteri forti”.

Come già aveva fatto Benedetto XVI, il Cardinale Koch ha delineato le radici di Europa tra Gerusalemme, Atene e Roma, e in particolare su tre colli: l’Acropoli, che rappresenta l’importanza della filosofia greca; il Campidoglio, che rappresenta il luogo in cui è iniziata la tradizione del diritto romano; e infine il Golgota che proclama la croce di Gesù Cristo.

Il fatto poi che il Golgota sia in Terrasanta, cioè in un luogo che è considerato parte del continente asiatico e non dell’Europa, testimonia che “l’Europa non è principalmente una dimensione geografica”.

L’altro dato di fatto che queste tre radici “sono cresciute insieme nel cristianesimo”, e dunque “l’Europa ha un’anima e la sua anima è la fede cristiana”.

Eppure, spiega il Cardinale Koch, l’anima europea è stata messa a dura prova, specialmente durante la grande crisi finanziaria, quando si è “sperimentato che l’Europa può diventare il giocattolo delle potenze economiche senza orientamento spirituale”, cosa che nella crisi del coronavirus si è accentuata.

Quali sono allora i valori cristiani di Europa? Il Cardinale Koch individua prima di tutto l principio di divinità. “La storia – spiega - ha dimostrato che i crimini peggiori si sono sempre verificati quando realtà terrene come il sangue e il suolo, la dottrina della nazione e del partito prendono il posto di Dio e vengono così divinizzate. Resta da pensare che i più terribili omicidi di massa nella cosiddetta era moderna europea illuminata furono compiuti in nome di ideologie anticristiane e neopagane come lo stalinismo e il nazionalsocialismo”. Hitler, infatti, considerava il cristianesimo come una alienazione ebraica e romana dell’eccezionale essere germanico.

Sottolinea il Cardinale Koch: “Il XX secolo ha più che confermato l'affermazione fondamentale della fede cristiana secondo cui l'umanità che non è basata sulla divinità si trasforma fin troppo rapidamente in bestialità. Perché ovunque Dio sia estromesso dalla coscienza, l'uomo non è affatto libero, ma è ancora più preso dall'idolatria e dalle terribili ideologie. Al contrario, la loro difesa presuppone la menzione pubblica di Dio e la consapevolezza della responsabilità di tutti nella vita personale, sociale e politica davanti a Dio”.

È una deriva concretizzatasi nella decisione di non includere un riferimento alla trascendenza di Dio nel preambolo del trattato di riforma dell’Unione Europea, cosa che solleva la domanda se, dato che “la menzione pubblica di Dio in Europa non è più ammessa dalla maggioranza”, allora si deve trarre la conclusione che “la futura Europa dovrebbe essere costruita in modo ancora più deciso su una base ateistica o agnostica, che ovviamente non è neppure ideologicamente neutra. è, ma rappresenta una specifica visione del mondo”.

Sarebbe, quella di costruire una “comunità di Stati che in linea di principio si astengano da un fondamento religioso”, una “novità in termini di storia culturale”.

Il secondo principio è il principio di umanità, che si sostanzia nel concetto di dignità umana, e che è legato indissolubilmente al principio di divinità. La prova è, dice il Cardinale Koch, “nel fatto che alla crisi radicale della coscienza di Dio, da cui sono largamente afflitte le società europee, è immediatamente seguita da una altrettanto pericolosa crisi dell'immagine umana con una logica intrinseca. Se, secondo la convinzione biblico-cristiana, l'uomo è l'immagine di Dio che Dio custodisce come la pupilla dei suoi occhi, allora l'evaporazione della coscienza di Dio nella società di oggi rosicchia in modo pericoloso anche la dignità della vita umana”.

I sintomi di questa assenza sono anche nelle “odierne questioni bioetiche, i dibattiti a livello europeo sull'eutanasia e la messa in discussione radicale dell'idea fondamentale della dignità umana nel discorso pubblico mostrano che la dignità della vita umana dal suo inizio alla sua fine naturale senza riferimento alla trascendenza è difficilmente riconosciuta, tanto meno protetta può essere”.

Il terzo principio è quello della personalità sociale, che si contrappone all’individualismo sfrenato nato dal fallimento del collettivismo socialista. Questo “spiega il desiderio che sta emergendo nelle società europee per una riconciliazione tra libertà individuale e comunità sociale e quindi per un'esistenza umana genuina e originale che può essere realizzata solo in comunità con altre persone”. 

Questi tre principi trovano espressione in valori cristiani, che in realtà sono una esaltazione della “dignità della persona”, che è un tratto distintivo del cristianesimo.

Nasce da qui la necessità per i cristiani di essere unite.

Il recupero della missione pubblica del cristianesimo nelle società secolarizzate – afferma il Cardinale Koch -dell'Europa oggi presuppone il superamento delle divisioni ereditate in una ritrovata unità dei cristiani. Se la secolarizzazione moderna storicamente non è basata in modo insignificante sulla divisione della Chiesa europea e sulle sue conseguenze sociali, allora il cristianesimo in Europa può riacquistare importanza per la società nel suo insieme solo se si supera la divisione della Chiesa”.

Ed è per questo che “il movimento ecumenico non può quindi essere privo di conseguenze per il rapporto tra la cultura secolare della modernità e il tema della religione in generale e del cristianesimo in particolare. Ragione principale che storicamente ha portato all'allontanamento della cultura secolare dalla religione e dalle chiese cristiane, non potrebbe in ogni caso più essere asserito contro una forma di cristianesimo che avrà superato le divisioni”. 

Conclude il Cardinale Koch: “Il cristianesimo è oggi sfidato a interrogarsi con coraggio sulla sua responsabilità ecumenica nelle società secolarizzate dell'Europa e, prima di tutto, sulla sua stessa capacità di pace e disponibilità alla riconciliazione. Perché solo se le Chiese cristiane riescono a riconciliarsi e ad attraversare questo necessario processo di purificazione storica, possono operare in modo efficace e credibile per il mantenimento, la promozione e il rinnovamento della pace sociale”. 

Un cristiano riconciliato, poi, dovrà essere presente nella pubblica arena, ed è chiamato ad “avere un rapporto positivo con una sana laicità dello Stato”, preservando il suo diritto di “inserire una parola critica contro le gravi conseguenze della laicità e del secolarismo fondamentali, che possono essere viste soprattutto in un rapporto spezzato o almeno in gran parte inspiegabile tra le società odierne e il fenomeno della religione”. 

Non solo. Il cristianesimo “ha il diritto di difendersi dalle tendenze verso una vasta privatizzazione della religione fine a se stessa. Le Chiese cristiane non chiedono certo alcun privilegio allo Stato - almeno non dovrebbero - ma esigono la concessione del diritto di svolgere liberamente la loro missione in pubblico. Poiché in linea di principio non c'è posto nel cristianesimo per una religione puramente privata a causa della sua stessa comprensione della fede, il suo servizio pubblico fa parte della sua essenza”. Nella lotta, però, devono essere unite, per poter più credibilmente rivendicare il proprio mandato.

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