Cardinale Parolin, il tema della fede non è secondario nella riforma della Curia

Il Cardinale Pietro Parolin durante il suo intervento al Festival delle Religioni, San Miniato, Firenze, 27 aprile 2019
Foto: AG / ACI Group
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La priorità diplomatica della Santa Sede è quella di essere nelle zone più conflittuali del mondo, e in particolare oggi attenzione speciale va data alla situazione dei cristiani in Medio Oriente. La riforma della Curia rispecchia la chiamata di Papa Francesco all’uscita missionaria, ma non per questo un nuovo dicastero dell’evangelizzazione renderà meno importante la Congregazione della Dottrina della Fede. Lo spiega ad ACI Stampa il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al termine di una conferenza tenuta al Festival della Religioni il 27 aprile.

Le bozze della Praedicate Evangelium, la Costituzione apostolica che andrà a ridefinire struttura e compiti degli uffici della Curia romana, sono state inviate a presidenti delle Conferenze Episcopali, superiori di Ordini Religiosi, capi delle Chiese Orientali per una consultazione mondiale. Niente è ancora ufficiale. Le prime indiscrezioni parlano di un dicastero missionario; di un dicastero della Carità, ovvero l’elevazione a dicastero dell’Elemosineria Pontificia; dell’abolizione della Pontificia Commissione per l’America Latina; di sempre più poteri devoluti ai vescovi locali.

Eminenza, si parla della prossima istituzione di un super dicastero missionario, che dovrebbe essere al di sopra della Congregazione della Dottrina della Fede. Questo significa che la dottrina della fede prende un posto meno importante?

Non dobbiamo dare troppa importanza alle gerarchie. Tutta la Curia Romana è al servizio del Papa. Ora si aggiunge che è anche al servizio del ministero dei vescovi, ma in realtà è sempre stato così: attraverso il Papa, la Curia ha sempre servito anche i vescovi. La scelta di mettere al primo posto la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli vuole mettere in luce quella che è stata fin dall’inizio una caratteristica del pontificato: questa forte accentuazione dell’uscita missionaria e della conversione missionaria della Chiesa. Il dicastero riguarderebbe l’evangelizzazione in senso globale, perché va ad accorpare la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, mettendo insieme il primo annuncio e anche l’annuncio della fede ai Paesi di tradizione cristiana che hanno perso un po’ la loro adesione alla fede.

Questo cosa significa?

Significa che la Chiesa deve farsi messaggio, la Chiesa deve annunciare il Vangelo. Papa Francesco direbbe che la Chiesa esiste per questo, non per l’autoreferenzialità. Naturalmente, la Congregazione per la Dottrina della Fede rimane importante. La fede va annuncia nella sua integralità e nella sua purezza. Dobbiamo annunciare quello che ci viene dal Vangelo e che viene vissuto attraverso la dottrina della Chiesa. In questo senso, la Dottrina della Chiesa continua ad avere un ruolo importantissimo.

Si parla anche della fine della distinzione tra congregazioni e pontifici consigli. La Segreteria di Stato come sarà definita? Sarà sempre una segreteria o diventerà un dicastero?

Almeno finora non è stato proposto che diventi un dicastero: continuerà a chiamarsi Segreteria di Stato. Il nome di Segreteria è stato anche dato ad altri due dicasteri, la Segreteria della Comunicazione e la Segreteria per l’Economia. Ora, la Segreteria per la Comunicazione è un dicastero, mentre la Segreteria per l’Economia manterrà la sua denominazione e noi speriamo di continuare a chiamarci Segreteria di Stato.

Nell’ultimo Urbi et Orbi di Pasqua, Papa Francesco ha fatto, come al solito, una panoramica delle situazioni del mondo, soffermandosi su zone di conflitto. In particolare, si è soffermato su Medio Oriente e Sud Sudan, e si sa che ci sono inviti per il Papa per visitare l’Iraq e il Sud Sudan. Si può dire che quel discorso rappresenta le attuali priorità diplomatiche della Santa Sede?

Le priorità della Santa Sede sono le zone più difficili e conflittuali del mondo. La finalità della diplomazia pontifica è quella di essere uno strumento di pace nel mondo. Ora, dove ci sono situazioni di conflitto e di tensione, noi ci sentiamo interpellati. Per quanto riguarda il Medio Oriente, c’è il problema della presenza dei cristiani che secondo noi deve essere una delle priorità. Significa che ci si deve assicurare che i cristiani rimangano, anche se sono diminuiti in maniera drammatica in molti di questi Paesi, e che nella misura del possibile tornino nella loro patria. Questa attenzione, per esempio all’Iraq, si giustifica per questo. Ma è una attenzione che si rivolge più in generale ai tanti conflitti dell’Africa, dell’America Latina. Cerchiamo di essere presenti con quello che possiamo fare, e cerchiamo di fare del nostro meglio.

Nella sua conferenza, lei ha parlato di una Chiesa e di un mondo in crisi. Quale è la risposta dei cristiani oggi?

La risposta è essere testimoni della fede nel mondo di oggi. Siamo tutti chiamati a questa grande sfida di fronte ad una realtà che sembra diventata sempre più insensibile proprio e in particolare nei confronti della Chiesa, come espressione istituzionalizzata della fede. Noi dobbiamo dare una testimonianza profonda, e una testimonianza coerente. Credo che il Signore ci chieda questo. Ma ho detto anche che non dobbiamo preoccuparci troppo: la Chiesa è del Signore, Lui sa cosa fare.

Questa testimonianza porta di conseguenza all’ecumenismo…

Credo che nel mondo di oggi, lacerato da tanti conflitti e tensioni, i cristiani devono essere latori di unità. Perché diventino fattori di unità nella società, devono cercare l’unione. Papa Francesco lo ripete spesso: l’unità non è uniformità, ma è mettere insieme le proprie differenze.

Siamo in prossimità delle elezioni europee. Anche l’Europa è in crisi?

L’Europa si trova in grosse difficoltà, dobbiamo riconoscerlo onestamente. Ed è in difficoltà perché ha fatto venir meno i valori che si richiamano al patrimonio cristiano, come la solidarietà e la sussidiarietà. Al di là delle scadenze elettorali – sembra banale dirlo – l’Europa avrà bisogno prima di tutto di ritrovare la propria anima.

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