Diplomazia pontificia, due rapporti sul tavolo

Vista della bandiera vaticana e della Basilica di San Pietro
Foto: Bohumil Petrik
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Due rapporti usciti nella scorsa settimana rappresentano una necessaria lettura per la diplomazia pontifica, per comprendere sia la situazione che vivono i cristiani in Europa, sia la persecuzione religiosa nel mondo. Nella settimana, anche due interventi alle Nazioni Unite, uno a New York e uno a Ginevra, sui temi dei rifugiati e della Non Proliferazione delle Armi Nucleari. 

Intolleranza contro i cristiani e libertà religiosa

Quali sono i due rapporti che i diplomatici del Papa avranno sicuramente letto?

Il primo è il rapporto biennale dell’Osservatorio di Intolleranza e Discriminazione contro i Cristiani. Il rapporto è il frutto di un monitoraggio costante su tutte le forme di intolleranza e discriminazione contro i cristiani, da quelle operate per via legali a quelle più violente, divise secondo una categorizzazione già operata per il Rapporto sulla Libertà Religiosa di Open Doors.

Il lavoro dell’Osservatorio è stato apprezzato anche dal Cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, che in un uno dei suoi ultimi atti da presidente della Conferenza Episcopale Italiana fece girare un “mini rapporto” ad hoc commissionato all’Osservatorio.

Il rapporto 2018, pubblicato lo scorso 1 maggio, segnala oltre 500 casi di intolleranza contro i cristiani in Europa tra il 2016 e il 2017. Ma il numero per i prossimi anni è destinato a salire, perché già in questo mese – non coperto dal rapporto – l’Osservatorio ha denunciato all’OSCE 155 “hate crimes” (crimini basati sull’odio) commessi contro cristiani in 18 nazioni europee.

Colpiscono le crescenti minacce contro la libertà di coscienza e di espressione, come dimostra la storia di Felix Ngole, espulso dal suo corso di laurea per aver espresso le sue visioni cristiani nel suo account Facebook. O come dimostra la storia di Richard Page, cristiano licenziato dal suo posto di magistrato per aver detto che “il miglior interesse del bambino è di essere cresciuto da un padre a da una madre”.

Questo rapporto va letto insieme al rapporto annuale 2018 pubblicato dalla United States Commission on International Religious Freedom (USCIRF).

Secondo il rapporto, “purtroppo le condizioni della libertà religiosa in molti Paesi sono peggiorate”.

Il rapporto USCIRF menziona 16 CPC (Countries of particular concern, Paesi che destano una preoccupazione particolare), e l’elenco include: Myanmar, Repubblica Centrafricana, Cina, Eritrea, Iran, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Il rapporto USCIRF menziona anche quelle entità non statali che sono una particolare minaccia, perché agiscono come Stati pur non essendolo. Caso scuola, quello dell’ISIS, ma anche i talbeani in Afghanistan e il gruppo al-Shabaab in Somalia.

Il “ministro degli Esteri” vaticano al Gruppo di Visegrad

Il 15 febbraio 1991, a Visegrad, in Ungheria, si riunirono i capi di Stato e di Governo di Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria per stabilire e rafforzare la cooperazione tra i tre Stati, divenuti quattro quando la Cecoslovacchia si divise in Repubblica Ceca e Slovacchia. L’incontro si tenne a Visegrad perché lì, nel 1335, si erano riuniti i sovrani Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni II di Boemia.

Quesst’anno, la presidenza del gruppo Visegrad è dell’Ungheria, e nella Cappella Ungherese delle Grotte Vaticane si è tenuta, lo scorso 27 aprile, una messa celebrata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano. La Messa è una tradizione annuale, per commemorare la memoria di Sant’Adalberto, che fu “vescovo di Praga, monaco a Roma, evangelizzatore del’Ungheria e martire in Polonia”, che “contribuì, con coraggio e zelo apostolico, all’evangelizzazione dei popoli dell’Europa orientale”.

Quello di Sant’Adaberto – ha detto l’arcivescovo Gallagher – è “ancora valido per le nostre società, spesso incerte e frammentate, e per la nostra Europa del terzo millennio, che sembra talvolta incamminata verso sentieri distanti da quei valori umani e cristiani e dalle motivazioni che ispirarono i padri Fondatori a costruire una Europa unita e concorde”.

La Santa Sede a New York con Caritas per condividere il viaggio dei migranti

L’ultima campagna di Caritas Internationalis si intitola “Share the Journey”, condividi il viaggio, ed è stata lanciata da Papa Francesco al termine dell’udienza generale del 27 settembre 2017 con l'obiettivo di promuovere la “cultura dell'incontro” nelle comunità da cui i migranti partono o ritornano, in quelle in cui transitano e in quelle in cui scelgono di stabilire le loro case.

Su questo tema, si è tenuta il 3 maggio una conferenza alle Nazioni Unite intitolata “Condividete il viaggio di Migranti e Rifugiati: una prospettiva interfede sui Global Compacts”. I Global Compacts sono gli accordi globali su rifugiati e migranti in discussione ora alle Nazioni Unite. La Santa Sede è molto attiva sul tema, e ha proposto anche una serie di 20 punti per un action plan sui migranti.

Tra gli speakers della conferenza, oltre al Cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis, c’erano il metropolita Emmanuel di Francia, esarca del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli; il rabbino David Rosen, direttore internazionale degli Affari Internazionali dell’American Jewish Commitee; lo sceicco Mohamad Abou Zaid, del Tribunale Famigliare Sunnita di Saida in Libano; Gjiun Sugitani, presidente di Religions for Peace – Giappone; e Rachel Carnegie, direttore co-esecutivo della Anglican Alliance.

L’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ONU di New York, ha situato l’evento nel mezzo dei negoziati per il global compacts, e ha ricordato che Papa Francesco ha chiesto solidarietà con le quattro parole chiave di accogliere, proteggere, promuovere e integrare, e messo in luce che sono proprio le organizzazioni religiose ad essere le più attive nel portare avanti questi obiettivi.

Per questo, ha aggiunto, il lavoro delle organizzazioni internazionali è cruciale per rifugiati e migranti, ma anche per gli Stati chiamati a rispondere all’emergenza. È il motivo - ha concluso - per cui il lavoro delle organizzazioni religiose dovrebbe essere menzionato nei Global Compacts.

Da Ginevra, la Santa Sede ancora contro il nucleare

Nel 2020, il Trattato della Non Proliferazione Nucleare sarà revisionato, ma i negoziati sono già entrati nel vivo, e lo scorso 30 aprile c’è stata una riunione del Secondo Comitato Preparatorio della Conferenza di Revisione.

La Santa Sede, rappresentata dall’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra, ha sottolineato nel suo intervento che la “non proliferazione il disarmo non sono solo responsabilità etiche, ma anche obblighi morali e legali verso tutti i membri della famiglia umana”.

Ancora una volta, la Santa Sede ha sottolineato che “le armi di distruzione di massa, e in particolare le armi nucleari, creano un falso senso di sicurezza”, perché l’illusione della pace basata sulla paura è illusorio, dato che “la gente desidera ferventemente la vera pace, sicurezza e stabilità, che è all’opposto della paura”.

Tra le misure richieste, quelle di permettere all’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica – di cui la Santa Sede è membro fondatore – di ripristinare il suo importante ruolo di verifica, che è “così essenziale per costruire la fiducia e per rinforzare pace e sicurezza” e allo stesso tempo può portare ad una vera pace.

La Santa Sede ha anche lodato all’iniziativa di riconciliazione nella penisola coreana, che è una buona “testimonianza che le preoccupazioni sulla sicurezza così tanto citate come un pretesto per rallentare il progresso sul disarmo nucleare devono essere superate senza ulteriore ritardo”.

E questo proprio considerata la situazione mondiale, in particolare nella “attuale situazione” in cui crescono “le tensioni internazionali e la stabilità del Medio Oriente”, dove è vitale che si stabilisca “una zona libera da armi nucleari e di distruzione di massa nella regione”, secondo lo spirito del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, e rafforzato dall’entrata in vigore del Trattato su Bando Generale dei Test e il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, che la Santa Sede ha appoggiato e ratificato.

Il tema della zone libere da Armi Nucleari è centrale per la Santa Sede, perché queste “giocano un ruolo importante nel promuovere pace e stabilità a livello nazionale e internazionale”.

Canada, approvato l’invito al Papa a visitare il Paese per chiedere scusa

Con voto unanime, il Parlamento canadese ha approvato una mozione che chiede a Papa Francesco di andare in Canada a chiedere scusa per gli abusi che sono avvenuti nelle “scuole residenziali” canadesi, che erano sotto il controllo della Chiesa.

Il voto è avvenuto l’1 maggio, e fa seguito allo stesso invito che il premier canadese Justin Trudeau aveva personalmente rivolto a Papa Francesco quando era stato in visita da lui un anno fa.

In realtà, sulla questione delle scuole residenziali non c’è una responsabilità diretta della Chiesa cattolica. Benedetto XVI si era detto “dispiaciuto” per l’avvenuto, ma questo non è bastato.

Addirittura, una prima versione della mozione chiedeva addirittura ai vescovi di “portare il Papa in Canada”, ma è stata modificata perché sembrava una interferenza dello Stato sulla Chiesa.

La Commissione Verità e Riconciliazione istituita per accumulare la vicenda ha sottolineato che le “politiche del governo del Canada e della Chiesa cattolica del tempo hanno costituito genocidio”, anche se il rapporto denunciava il governo, e non la Chiesa, per aver portato avanti una politica di “genocidio culturale”.

Il nunzio austriaco critica i vescovi tedeschi

Il tema dell’intercomunione non è stato il solo a generare controversie in Germania. Negli scorsi giorni, una decisione del governo bavarese di appendere croci nei luoghi pubblici era stata critica dal Cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca.

La cosa non è passata inosservata. L’arcivescovo Peter Zurbriggen, nunzio apostolico in Austria, ha detto in una conferenza lo scorso 1 maggio all’abbazia di Heiligenkreuz che la reazione di qualche membro del clero alla decisione è “inaccettabile”, senza fare riferimenti diretti.

“Come nunzio e rappresentante del Papa – ha detto – sono rattristato e provo vergogna del fatto che, quando le croci sono erette in una nazione vicina, sono proprio preti e vescovi a criticare la decisione”.

Repubblica Centrafricana, l’appello del Cardinale Nzapalainga

Un appello per la concordia nazionale è stato lanciato dal Cardinale Dieudonne Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, dopo gli scontri avvenuti nella Repubblica Centrafricana contro la Chiesa Cattolica di Nostra Signora di Fatima di Bangui.

L’attacco è avvenuto lo scorso 1 maggio, ed è stato attribuito a un gruppo di confessione musulmana. Il numero delle vittime è salito a 26. Tra loro, anche un sacerdote.

Il Cardinale Nzapalainga ha invitato a “superare il male con il bene. Dobbiamo vincere proponendo il bene, che significa amore, perdono e riconciliazione. Che le persone non cedano alla collera e alla rappresaglia, né alla confusione. Musulmani e cristiani, siamo un solo popolo, dobbiamo lavorare mano nella mano per ricostruire la Repubblica Centrafricana”.

L’attenzione della Santa Sede nel Paese è altissima. Papa Francesco ha viaggiato in Repubblica Centrafricana il 30 novembre 2015, volendo simbolicamente aprire lì la prima Porta Santa dell’Anno Santo Straordinario della Misericordia che stava per iniziare.

Il presidente francese in Vaticano a fine giugno?

L’indiscrezione rimbalza dalla Francia: il presidente francese Emmanuel Macron potrebbe visitare Papa Francesco presto, già alla fine di giugno. Dopo aver stabilito un canale di contatto con il mondo cattolico con la conferenza al College des Bernardins di Parigi, il presidente Macron programma il viaggio a Roma e il dialogo con Papa Francesco.

Ma non solo. Per antica consuetudine, il presidente di Francia è primo ed unico canonico d’onore di San Giovanni in Laterano. La tradizione risale ad Enrico IV, ed è stata passata dalla dinastia reale ai presidenti francesi. Già lo scorso novembre, il presidente Macron aveva detto che intendeva andare a ricevere il titolo a Roma.

Tra i possibili temi sul tavolo tra il Papa e il nuovo presidente francese, anche quello degli Stati Generali della Bioetica. Un dibattito cui i vescovi francesi contribuiscono attivamente, e del quale hanno discusso anche presso la Pontificia Accademia per la Vita.

COMECE, rapporto su Balcani e integrazione europea

Il prossimo 7 maggio, si terrà a Sofia il summit UE-Balcani occidentali, 15 anni dopo il summit di Salonicco che aveva aperto ad una prospettiva europea per i Paesi balcanici. 

Sul tema, è da segnalare l'intervento della COMECE (la Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea).

Intitolato "Integrazione Europea dei Balcani occidentali - una promessa di pace e una fonte di sviluppo?", il documento ricorda che "la Chiesa cattolica sostiene il progetto di integrazione europea della regione dal suo primo inizio”, e nota che "grazie alla loro ricca eredità culturale e storica, i Balcani occidentali sono parte della famiglia europea". 

I sei Paesi balcanici cui si fa riferimento sono: Serbia e Montenegro che hanno già avviato i negoziati; Macedonia e Albania, che inizieranno i negoziati una volta avuta la  conferma dal Consiglio Ue; Bosnia-Erzegovina e Kosovo che si trovano all’inizio del processo di avvicinamento all’Ue. Non a caso, a più riprese questi leader sono stati recentemente in visita in Vaticano

Per la COMECE, il punto è "integrare l'intera regione, non singoli Paesi", e il riferimento indiretto è a situazioni particolari, come quella della Bosnia dove a soffrire è soprattutto la minoranza cattolico-croata. Ci vuole "un partenariato equo, globale e responsabile" con un maggiore impegno europeo nella regione per combattere "corruzione e criminalità organizzata", favorire l'indipendenza del sistema giudiziario e rendere trasparenti le finanze pubbliche. 

La COMECE ricorda i vantaggi che può avere l'UE dall'acquisire nuovi membri, ma anche quello delle nazioni balcaniche, alle prese con una difficile situazione demografica, l'emigrazione e la disoccupazione giovanile. 

Il vero punto è però chiudere con le ferite della guerra, ancora vive. “Senza giustizia non è possibile la riconciliazione e senza riconciliazione, non ci può essere una pace duratura”, afferma la COMECE, che chiede un "ruolo più attivo" dell'Unione Europea. 

Ma rivendicano, i vescovi europei, anche il ruolo di Chiese e comunità religiose. D'altronde, la dichiarazione congiunta dei vescovi di Austria e Bosnia Erzegovina di inizio marzo aveve già enfatizzato che il dialogo interreligioso ha la capacità di costruire ponti. 

 

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