Diplomazia Pontificia, focus sul Medio Oriente e sul Golfo

L'incontro tra Re Salman e il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, insieme al vescovo Ayuso Guixot, segretario del dicastero, Ryadh, 18 aprile 2018
Foto: Reale Ambasciata dell'Arabia Saudita in Italia
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Il viaggio in Arabia Saudita del Cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, è il culmine di una settimana che la diplomazia della Santa Sede ha dedicato per buona parte al Medio Oriente e agli Stati del Golfo. Nel corso della settimana, anche tre interventi alle Nazioni Unite e un dibattito in Canada che tocca, in qualche modo, anche il tema della diplomazia.

Il Cardinale Tauran in Arabia Saudita

Dopo la visita del Cardinale Bechara Rai in Arabia Saudita lo scorso novembre, il Cardinale Jean Louis Tauran è arrivato nel Paese del Golfo per ricambiare le due visite di Abdul Karim al-Issa, segretario generale della Lega Musulmana Mondiale.

Sebbene da anni l’Arabia Saudita si mostri aperta sul tema del dialogo interreligioso – e per questo ha fondato un centro per il dialogo a Vienna, il KAICIID, di cui la Santa Sede è Paese osservatore –, nel Paese del Golfo, considerato terra sacra dell’Islam per via della presenza di Medina e della Mecca, non è possibile costruire chiese, né le conversioni sono ben tollerate.

Il Cardinale Tauran, che pure ha sviluppato un dialogo costante con i sauditi, non ha di certo mancato di menzionare questi temi. D’altronde, fu sotto la sua guida che, nel 2014, il Pontificio Consiglio, di fronte agli orrori del Califfato in Iraq, chiamò tutti i partner nel dialogo a prendere una posizione netta contro il terrorismo di matrice islamica, sottolineando però, in un successivo testo del marzo del 2015, che il dialogo doveva continuare.

Nel colloquio avuto con lo sceicco al Issa lo scorso 14 aprile, il Cardinale Tauran ha sottolineato che “ciò che sta minacciando tutti non è lo scontro di civiltà, bensì lo scontro di ignoranza e radicalismi” e ha ricordato che i luoghi cristiani “in Terra Santa, a Roma o altrove” sono sempre aperti anche per “fratelli e sorelle musulmani” e anche per “credenti di altre religioni” e atei, concedendo che “in molti Paesi anche le moschee sono aperte ai visitatori”, cosa che favorisce la “ospitalità spirituale che aiuta a promuovere la mutua conoscenza e l’amicizia”.

Altro tema centrale, quello della libertà religiosa. Perché la religione “è ciò che una persona ha di più caro”, e per questo c’è chi è disposto a perdere la vita ed essere martirizzato per la sua fede”. Il Cardinale Tauran ha anche detto che ci sono radicalismi in tutte le religioni, ma che “la religione può essere proposta, mai imposta e poi accettata e rifiutata”. E infine ha chiesto “regole comuni per la costruzione dei luoghi di tutto”, perché “se non elimineremo le doppie misure del nostro comportamento come credenti, istituzioni religiose e organizzazioni, alimenteremo l’islamofobia e la cristianofobia”.

Il Cardinale ha anche incoraggiato la comunità cristiana, composta soprattutto di stranieri che emigrano facendo lavori umili, e ha celebrato Messa per loro il 15 aprile a Ryadh insieme al vescovo Miguel Angel Ayuso Guixot, segretario del dicastero, e Monsignor Khaled Akasheh, capo ufficio per l’Islam. Nell’omelia, il Cardinale Tauran si è detto convinto che sia possibile “per i cristiani e i musulmani vivere insieme”, anche perché entrambe le religioni apprezzano “virtù come l’onestà la capacità di ascoltare il senso dell’ospitalità”, assicurando l’aiuto della Santa Sede anche per avere una buona formazione intellettuale e professionale.

Durante la visita, il Cardinale Tauran ha potuto anche incontrare il 18 aprile il re Salman bin Abdulaziz Al Saud nel palazzo al Yamamah a Riad, diventando la prima autorità cattolica di alto livello incontrata dal sovrano. Il sito di informazione Arab News ha detto che durante l’incontro si è parlato dell’importante ruolo dei credenti e delle culture nel contrastare violenza, estremismo e terrorismo.

In tutto, il Cardinale Tauran è stato in Arabia Saudita dal 13 al 20 aprile.

Il viaggio del Cardinale Bechara Rai in Qatar

Il Cardinale Bechara Rai non aveva celebrato Messa durante la sua breve visita in Arabia Saudita lo scorso novembre. Lo scorso 19 aprile, il Cardinale Bechara Rai ha continuato il suo lavoro di raccordo con i Paesi del Golfo arrivando in Qatar, per una visita pastorale alla comunità maronita del posto. Si tratta anche di un viaggio per ringraziare lo Stato qatariota per aver offerto “un terreno per la costruzione della Chiesa di San Charbel”, cosa che rafforza – ha detto - “la grande amicizia tra Qatar e Libano”.

L’attenzione per la Siria

Non solo l’appello di Papa Francesco al Regina Coeli del 15 aprile. La Santa Sede guarda con attenzione alla situazione siriana. Tanto che una delegazione siriana è stata la scorsa settimana in Vaticano per parlare della situazione del Paese.

La delegazione era di carattere interreligioso, ed era guidata da Nasr Al Hariri, che tra l’altro è un amico di Gregorios Yohanna, uno dei due vescovi ortodossi rapiti in Siria e menzionato nella dichiarazione congiunta dell’Avana di Papa Francesco e Kirill. Il gruppo, di carattere interreligioso, si caratterizza all’opposizione del governo di Bashar al Assad, il cui mandato presidenziale scade nel 2021.

In generale, la delegazione chiede che sia rispettata la dichiarazione di Ginevra del 2012, e in particolare le risoluzioni 2118 sulla distruzione delle armi chimiche e la risoluzione 2554 del 2015, che chiede il cessate il fuoco immediato e l’avvio di negoziati per la pace.

Come nota a margine, è da segnalare che – dopo il giro di telefonate della scorsa settimana che ha coinvolto anche Papa Francesco oltre ai patriarchi ortodossi in Medioriente – il Patriarcato ortodosso di Mosca ha diffuso una dichiarazione congiunta dei leader ortodossi sulla Siria che si dice firmata anche da Papa Francesco. La firma del Papa, in realtà, non c’è.

Parlando con il SIR, padre Alexej Dikarev, numero due del Dipartimento delle Relazioni Esterne del Patriarcato di Mosca, ha sottolineato che “dal preambolo si può capire quanto sia stato importante l’apporto di Papa Francesco”.

La Santa Sede alle Nazioni Unite

Sono stati tre gli interventi che l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di New York, ha tenuto nella scorsa settimana.

Il 16 aprile, si è svolto Consiglio di Sicurezza un dibattito su Donne, Pace e Sicurezza. Nel corso del dibattito, la Santa Sede ha ribadito la necessità di prevenire e affrontare i conflitti collegati alla violenza sessuale, perché se è vero che si sono fatti progressi nel far crescere il ruolo delle donne nella pace e nella sicurezza, le donne ancora soffrono di violenza sessuale durante i conflitti. Per prevenirla – sostiene la Santa Sede - si devono prima di tutto prevenire i conflitti, ma anche fare della deterrenza della violenza sessuale una parte integrante delle operazioni peacekeeping, attraverso educazione, sviluppo economico e avanzamento sociale. La Santa Sede ha chiesto anche una assistenza globale a quante sono colpite da violenza, perché si riprendano, mentre gli Stati dovrebbero garantire i processi contro i perpetuatori delle violenze.

Ancora il 16 aprile, l’arcivescovo Auza ha pronunciato un altro intervento a nome della Santa Sede nel corso dell’Incontro Organizzativo per la Conferenza Intergovernativa per uno strumento legalmente vincolante sotto la Convenzione ONU sulla legge del mare per la conversazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina in aree oltre le giurisdizioni nazionali.

In pratica, si è discusso di come regolamentare lo sfruttamento delle risorse marine in aree che sono prive di sovranità. L’arcivescovo Auza ha sottolineato che tutti i popoli e i governi sono tenuti all’ “imperativo comune di proteggere e preservare il pianeta”, e ha notato che l’attività marina su aree fuori dalla giurisdizione nazionale è destinata “a crescere esponenzialmente” e per questo la Santa Sede appoggia uno strumento di regolamentazioni che bilanci “i bisogni umani e gli interessi economici con la protezione ambientale e l’uso sostenibile”.

Il 19 aprile, l’arcivescovo Auza ha parlato ad un side event su “Violazione dei Diritti Umani in Amazzonia: Reti per Rispondere e per riparare”. Il tema è particolarmente importante in vista del Sinodo Speciale per la Regione Pan-Amazzonica convocato da Papa Francesco per il 2019, del quale proprio la scorsa settimana è stato deciso il tema.

Il side event si è tenuto durante la 17esima sessione del Forum Permanente delle Nazioni Unite per le Questioni Indigene. L’arcivescovo Auza ha insistito che i popoli indigeni debbano sempre essere trattati come “partner con una propria dignità nel costruire il loro sviluppo e destino”, con il diritto a dare un consenso “libero, anticipato e informato ai temi che li riguardano”.

L’arcivescovo Auza ha anche messo in luce un tema di cui Papa Francesco aveva parlato durante il viaggio in Perù: la sfida del neo estrattivismo e le forme di conservazione che non sono attente ai bisogni dei popoli indigeni. L’Osservatore della Santa Sede ha chiesto uno sguardo nuovo, che la smetta di considerare l’Amazzonia come “una infinita miniera di beni per le altre nazioni”.

Canada, un potenziale rischio diplomatico

Il dibattito sui popoli indigeni è acceso anche in Canada, dove continua la pressione del governo perché il Papa vada personalmente nel Paese per affrontare la questione.

Il prossimo mercoledì, la Camera dei Comuni Canadese discuterà una mozione per chiedere a Papa Francesco di scusarsi per quanto accaduto nelle cosiddette “scuole residenziali”. Le “scuole residenziali” sono istituti gestiti da Chiese cristiane dove – a partire dalla metà dell’Ottocento e per quasi tutto il XX secolo – il governo federale trasferì forzatamente 150 mila bambini delle tribù native. Sono almeno 6 mila i bambini morti in queste strutture, in cui si cercava di assimilare forzatamente i bambini allo Stato.

La Conferenza Episcopale Canadese ha inviato nel pomeriggio dello scorso 16 aprile una e-mail a tutti i parlamentari, sottolineando la presenza di “incomprensioni ed errori” nella mozione. Nella lettera, dei vescovi, questi fanno sapere che “la Chiesa Cattolica nella sua interezza in Canada non è stata associata con le scuole residenziali”, e che solo 16 delle 61 diocesi cattoliche furono coinvolte, insieme a 36 congregazioni religiose su più di cento.

Una visita del Papa in Canada era richiesta anche dai 94 “actions plan” che concludevano il lavoro della Commissione Verità e Riconciliazione sul tema, e l’invito era stato reiterato dal premier Justin Trudaeu, quando questi era stato in visita in Vaticano lo scorso 27 maggio.

Nella lettera, i vescovi delineano quali sono le reali responsabilità della Chiesa nel sistema delle scuole residenziali, e affermano che il Papa non andrà in Canada per chiedere perdono.

Benedetto XVI aveva incontrato il grande capo dell’Assemblea dei Nativi del Canada, Phil Fontaine nel 2009, e nell’occasione aveva manifestato “profondo dispiacere” per quanto successo. Lo stesso Fontaine aveva detto che per lui la questione era chiusa, ma – chiamato in causa sulla nuova richiesta di perdono – ha riaperto la questione, sottolineando di non essere a conoscenza di quanto era esteso il fenomeno delle violenze.

Parolin in Oceania, contro lo sfruttamento minerario sottomarino

Il tema dello sfruttamento delle risorse marine, discusso invece alle Nazioni Unite lo scorso 16 aprile, è stato il centro dell’intervento del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, all’assemblea quadriennale delle Conferenze Episcopali del Pacifico che si è tenuta a Port Moresby dall’11 al 18 aprile. Fedele al tema care for our common home of oceania: a sea of possibilities, il Segretario di Stato vaticano ha appoggiato la richiesta dei vescovi del luogo per la sospensione del primo progetto mondiale di sfruttamento minerario marino al largo di Papua Nuova Guinea.

Il discorso del Cardinale sottolineava che lo sfruttamento delle risorse naturali “fino alle profondità marine” era una delle attività che metteva a rischio l’ecosistema e le popolazioni che ne possono essere danneggiate, facendo così un riferimento indiretto alla autorizzazione data dalle autorità locali alla compagnia canadese Nautilus Minerals.

Subito dopo il Cardinale, ha parlato il professor Ottmar Edenhofer, che ha sottolineato come proprio Papua è la più esposta all’innalzamento del livello marino e all’intensificarsi dei tifoni. Da notare che, prima della stesura della Laudato Si, il 5 febbraio 2015, il presidente di Kiribati Tong era stato da Papa Francesco chiedendo attenzione per il suo arcipelago micronesiano che rischiava di essere spazzato via dall’innalzamento del livello del mare.

L’appello contro lo sfruttamento minerario sottomarino è la nuova frontiera della diplomazia della Santa Sede, che da sempre si è impegnata contro lo sfruttamento minerario. Dal 17 al 19 settembre2 2015, l’allora Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace tenne un convegno sul tema “Uniti a Dio ascoltiamo un grido” che affrontava proprio il problema. Nel messaggio inviato per l’occasione, Papa Francesco auspicava che “l’intero settore minerario è indubbiamente chiamato a compiere un radicale cambiamento di paradigma per migliorare la situazione in molti Paesi”, in primo luogo con il coinvolgimento dei “governi”, degli “imprenditori”, degli “investitori”, fino ai “consumatori”.

Altro nodo diplomatico emerso nella Conferenza episcopale di Oceania è stato quello dei rifugiati. In particolare si è parlato dei rifugiati che vengono da tutto il mondo e che sono condotti dal governo australiano in centri di detenzione su isole che appartengono al territorio nazionale di Papua secondo un accordo tra i due Stati. C’era un centro di detenzione sull’isola Manus: è stato chiuso nell’ottobre 2017, ma circa 600 richiedenti asilo in Australia vivono sull’isola, in un limbo legale e trasferiti e in strutture di transizione sulla stessa isola, da dove non si possono muovere, senza documenti né la possibilità di lavorare o lasciare l’isola.

Santa Sede, anche il commercio on line non escluda i più poveri

La Santa Sede prende posizione sull’e-commerce, il commercio on line. Lo ha fatto con un intervento dell’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, che si è tenuto a Ginevra lo scorso 18 aprile alla Secoda Sessione del Gruppo di Esperti intergovernativo sull’e-commerce e l’economia digitale.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Jurkovic ha messo in rischio “il potenziale e grande rischio” che l’economia digitale abbia “profonde e negative conseguenze riguardo l’organizzazione industriale, lo sviluppo delle abilità, la produzione e il commercio”, e chiesto una appropriata cornice di regolamentazione.

L’arcivescovo ha notato che la tecnologia digitale si sta espandendo in molti modi: dalla produzione di informazione e comunicazione che si stima ammonti al 6,5 per cento del PIL mondiale al commercio on line che nel 2015 ha venduto per un valore pari a 25,3 trilioni di dollari, mentre ci si aspetta che il volume del traffico internet cresca 66 volte rispetto a quanto registrato nel 2015.

Eppure, tutto questo crea delle diseguaglianze, perché metà della popolazione del mondo è “off line”, e così il cosiddetto “digital divide” resta una sfida forte.

Per questo motivo – nota la Santa Sede – i politici dovrebbero fare attenzione a lavorare per un e-commerce inclusivo, considerando che le digitalizzazione delle attività economico è di una certa rilevanza per diversi dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.

L’obiettivo della Santa Sede è che tutti abbiano pari opportunità. Così l’arcivescovo Jurkovic, nel suo intervento, nota che, sì, le nuove soluzioni digitale creano nuove opportunità anche per compagnie piccole di entrare nel commercio internazionale, ma che è anche vero che “molte piccole compagnie in nazioni in via di sviluppo” restano in una fase di limitato sviluppo tecnologico, e per questo è importante che “i sistemi digitali siano designati in modo che si faciliti una effettiva integrazione delle compagnie più piccole nella catena dei valori globali”.

Un altro problema che mette fuori gioco le nazioni in via di sviluppo – ha notato la Santa Sede – è il fatto che in molti casi queste non abbiano i mezzi per rispondere ai requisiti bancari, e dunque non possono offrire soluzioni integrate di pagamento.

Insomma, l’attuale gap che si vede tra gli Stati in connettività e possibilità dell’e-commerce “implica che i profitti non siano equamente distribuiti”, e per questo l’obiettivo futuro è di lavorare insieme per generare nuovi modelli di sviluppo economico.

Il grido della Chiesa cattolica in Ciad

I vescovi del Ciad lo scorso 19 aprile hanno levato la loro voce in favore di una nuova Costituzione, da fare in “accordo con la Costituzione”, ovvero mediante referendum.. Succede mentre il Ciad vede rafforzarsi i poteri del capo dello Stato Idriss Deby. “L’adozione della Costituzione attraverso mezzi parlamentari – hanno sottolineato i vescovi – rischia di distorcere seriamente le regole del gioco democratico”.

Il Ciad ha rapporti diplomatici con la Santa Sede dal 1960. In quell’anno fu istituita la delegazione apostolica dell’Africa Centro-occidentale, che aveva giurisdizione su Ciad, Nigeria, Camerun, Gabon, Oubangui- Chari e Congo e aveva sede a Lagos, in Nigeria. La nuova delegazione apostolica, con sede a Yaoundé, in Camerun, fu istituita nel 1965 e aveva giurisdizione su Ciad, Repubblica Centrafricana, Camerun, Congo e Gabon. Del 1973 la prima delegazione apostolica del Ciad, con sede a Bangui (Repubblica Centrafricana), mentre la nunziatura fu stabilita nel 1998: il nunzio apostolico ricopre lo stesso incarico per la Repubblica Centrafricana.

Nel 2013, Santa Sede e Ciad hanno definito un accordo quadro che definisce lo status giuridico della Chiesa.

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