Diplomazia Pontificia. L'importanza dell'impegno nelle organizzazioni internazionali

Benedetto XVI benedice una bandiera delle Nazioni Unite durante la sua visita al Palazzo di Vetro
Foto: UN.org
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Da monsignor Alberto Giovannetti, primo Osservatore Permanente della Santa Sede a New York, molte cose sono cambiate. La Santa Sede ha rafforzato il suo impegno nel campo della diplomazia multilaterale. Ha partecipato ai dialoghi che hanno portato alla fondazione dell’OCSE. È stato membro fondatore dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale di Energia Atomica. È recentemente diventata Stato membro dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), una scelta profetica considerando l’attenzione che oggi viene data a questo fenomeno.

Dell’ingresso all’OIM fu un artefice l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, per 13 anni Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Di recente ha raccolto i suoi interventi in un libro, “Il Vaticano nella famiglia delle Nazioni” (Cambridge University Press). Con lui, ACI Stampa prosegue la conversazione sull’importanza, sempre crescente, della diplomazia multilaterale.

È stato Osservatore Permanente prima sotto Giovanni Paolo II, poi sotto Benedetto XVI e infine sotto Papa Francesco. Quanto era diverso l’approccio diplomatico di questi tre pontefici?

Ogni Papa ha una sua personalità e stile proprio. Le priorità della diplomazia pontificia permangono: ricerca della pace, prevenzione dei conflitti, difesa dei diritti umani fondamentali, il bene comune. Continuità quindi e approccio nuovo.

In che modo il suo libro può essere considerato indicativo di questa continuità?

Attraverso esempi pratici, il nuovo libro mostra la continuità della diplomazia della Santa Sede e lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa. Ne cito uno. Lo storico risultato del Trattato che proibisce le armi nucleari rappresenta la migliore sintesi di tale impegno intrapreso ad Oslo nel 2013 e a Vienna nel 2014 e conclusosi a New York nel giugno 2017. L’azione diplomatica nel contesto multilaterale concretizza l’azione che mostra come il fine perseguito sia primariamente umanitario e religioso e cioè rientri in quell’essere veri "operatori di pace".

Sul disarmo ci sarà anche una conferenza in Vaticano il prossimo novembre, con uno speciale focus sul disarmo nucleare. Perché?

Il capitolo del disarmo inizia da quello nucleare che ha visto nel 1968 la conclusione del Trattato sulla non-proliferazione delle armi nucleari. Nel diventarne parte, nel 1971, la Santa Sede intese «dare il proprio appoggio ed incoraggiamento morale alle disposizioni del Trattato medesimo in quanto esso costituisce un passo importante verso l’auspicata creazione di un sistema di disarmo generale e completo sotto efficace controllo internazionale, in vista di garantire la sicurezza ed accrescere la fiducia nelle relazioni tra gli Stati e di promuovere, su una base giusta e stabile, la pace e la cooperazione tra i popoli.

In che modo in questi anni è cambiato il vocabolario dei documenti delle Nazioni Unite?

Nello sviluppo di correnti di pensiero, non è facile stabilire una data precisa di quando iniziano. Tuttavia il cambio e il prevalere di un nuovo vocabolario partito con la rivoluzione sessuale del 1968, si è imposto con maggior coerenza e insistenza dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. I due blocchi della guerra fredda hanno lasciato il posto a una pluralità di attori sulla scena mondiale. Nella nuova situazione la struttura delle Nazioni Unite si è per qualche tempo sentita più libera, anzi investita di una missione precisa di promuovere delle priorità pratiche che secondo i funzionari coinvolti avrebbero portato ad un mondo più giusto e libero.

Quale è allora l’aspirazione delle Nazioni Unite?

L’aspirazione delle Nazioni Unite è di creare un New World Order, un nuovo ordine internazionale, e per conseguire l’obiettivo si mette in campo una nuova antropologia. Accenno ad alcuni elementi chiave: La persona che, chiusa in sé stessa, quando i suoi desideri sono appagati ha raggiunto il suo scopo. La dimensione relazionale che è insita nella natura è negata, per cui non è possibile un rapporto con la trascendenza e con gli altri. Il risultato è il vuoto, il nihilismo. Il genere o l’identità fisica non è quella provveduta dalla natura ma quella scelta dall’individuo. Si tratta di una conseguenza limite della libertà senza limiti per cui in nome del diritto alla privacy e al self-fufillment si intacca la struttura stessa della società, cominciando dalla famiglia, come si è visto nelle grandi conferenza ONU al Cairo nel 1994 e a Pechino nel 1995.

In che modo è stata toccata la famiglia?

La comprensione della donna diventa emblematica: famiglia, maternità e figli diventano un ostacolo al diritto ad una libertà senza limiti e all’autodeterminazione per cui occorre superarli. La realtà diviene una costruzione soggettiva e sociale per cui la verità e la realtà stessa non hanno più un contenuto stabile e oggettivo e ogni interpretazione di questo contenuto in un modo o in un altro sarebbe di uguale valore. Di conseguenza, le norme e le strutture sociali, politiche, giuridiche, spirituali, possono essere cambiate e rifatte a volontà secondo i cambiamenti socioculturali del momento, le scelte individuali o l’accordo di maggioranza.

Si tratta, in qualche modo, di una imposizione di valori?

È la “dittatura del relativismo”, che non usa metodi visibili e brutali come le dittature politiche, ma opera dall’interno della istituzioni e per la via del consenso e promuove una neutralità che gli lascia imporre le sue norme.

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