Diplomazia Pontificia: Nicaragua, Iraq, Terrasanta

La manifestazione in supporto dei vescovi e del negoziato in Nicaragua, Managua, 28 luglio 2018
Foto: VaticanNews
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Non ci sono stati questa interventi nel multilaterale da parte della Santa Sede. Ma l’impegno delle diplomazia pontificia va in generale molto oltre l’impegno nelle grandi organizzazioni internazionali. La più antica diplomazia del mondo lavora molto a livello bilaterale, attraverso i nunzi, ma prende posizioni diplomatiche anche attraverso i vescovi locali. Perché sono loro, prima di tutto, a conoscere la situazione sul campo, e a poterla gestire, al di là dell’impegno diplomatico.

Questa settimana, è successo in Terrasanta, dove il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha rilasciato una dichiarazione sulla nuova Legge Fondamentale dello Stato di Israele. Ma è successo anche in Iraq, dove il Cardinale Rafael Sako, Patriarca dei Caldei, ha organizzato un incontro con gli ambasciatori nel Paese per parlare della situazione. E continua a succedere in Nicaragua, dove i vescovi si sono resi protagonisti di una difficile mediazione, subendo violenze e attacchi, ma incassando allo stesso tempo l’affetto della popolazione che è scesa in piazza per difenderli.

Continua la difficile situazione del Nicaragua

Domenica 29 luglio, il popolo è sceso in piazza in Nicaragua, sostenendo l’operato della Chiesa la Chiesa cattolica

Il Cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, ha dichiarato lo scorso 30 luglio che i vescovi nicaraguensi continueranno la loro mediazione, chiedendo allo stesso tempo di abbassare i toni della discussione.

Il Cardinale Brenes ha anche detto che i vescovi hanno inviato di recente una lettera al presidente Daniel Ortega chiedendo se il governo vuole ancora il loro aiuto, e ha ringraziato “tutto il popolo cattolico del Nicaragua, i miei fratelli vescovi dell’America Latina e del Caribe, e ugualmente i miei fratelli vescovi degli Stati Uniti, Canada Europa e molte diocesi del mondo che la scorsa domenica e durante questa settimana hanno offerto le celebrazioni eucaristiche per noi del Nicaragua”.

Sabato 28 luglio, migliaia di persone hanno partecipato alla grande marcia indetta da diverse organizzazione per sostenere l’opera dei vescovi, che il governo Ortega ha definito golpisti. I vescovi sono stati oggetto di diverse aggressioni, e in particolare se ne è segnalata una contro lo stesso Cardinale Brenes e il nunzio apostolico, l’arcivescovo Waldemir Sommertag.

Il Dipartimento di Giustizia americano mette su una task force sulla libertà religiosa

Il 31 luglio, il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato lo stabilimento di una Task Force sulla Libertà Religiosa. L’annuncio fa seguito al ministeriale sulla libertà religiosa che il Dipartimento di Stato americano ha tenuto tra il 24 e il 26 luglio, e che ha coinvolto anche una delegazione della Santa Sede guidata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano.

Jim Sessions, ministro della Giustizia statunitense, ha detto che la task force “aiuterà il dipartimento a implementare pienamente le nostre linee guida sulla libertà religiosa, assicurandosi che tutti i componenti del ministero della Giustizia stiano sviluppando le linee guida”.

La nascita della task force è stata lodata dall’arcivescovo Joseph Kurtz di Louisville, già presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, che ha sottolineato come “da americani, comprendiamo istintivamente che le persone debbano essere libere di vivere secondo ciò che considerano essere vero, vale a dire seguendo la propria coscienza”.

L’arcivescovo Kurtz ha anche sottolineato che le organizzazioni religiose fanno un sacco di bene nella società, ma che, in anni recenti, queste organizzazioni hanno trovato sempre più difficile operare secondo la loro fede, a causa di politiche di governo, come il cosiddetto Obamacare. Papa Francesco stesso sostenne il tema della libertà di coscienza durante il suo viaggio negli Stati Uniti nel 2015, andando a visitare le Piccole Sorelle dei Poveri che stavano lottando per poter esercitare il loro diritto ad agire secondo coscienza in tema di contraccezione.

Ma l’arcivescovo Kurtz ha anche parlato di organizzazioni religiose chiuse o messe a rischio dal governo a causa della loro fede, attraverso una recente decisione che esclude i gruppi basati sulla fede dalla possibilità di fornire servizi pubblici, anche se questi servizi sono l’alloggio per i senzatetto, l’assistenza a migranti e rifugiati o la diffusione di pasti agli affamati.

Un incontro tra il Patriarca Caldeo e alcuni ambasciatori in Iraq

Nella serata dal 2 agosto, il Cardinale Louis Raphael Sako, patriarca di Babiloia dei Caldei, ha ricevuto nella sede del Patriarcato a Mosul l’arcivescovo Alberto Ortega Martin, nunzio apostolico in Iraq, e gli ambasciatori di Francia e Italia a Baghdad. All’incontro hanno partecipato anche il vescovo Shlemon Warduni, ausiliare del Patriarca di Babilonia, e il vescovo Mar Basilio Yaldo, ausiliare di Baghdad.

L’incontro è stato annunciato sul sito del Patriarcato Caldeo. La discussione ha riguardato il futuro dei cristiani in Iraq, e in particolare nella regione, ma anche il futuro governo iracheno e il sostegno che i cristiani di tutto il mondo possono dare alle Chiese in Iraq.

Il Cardinale Sako ha inviato una lettera ai politici iracheni che è stata pubblicata sull’agenzia Fides della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Nella lettera, il Cardinale Sako sottolineava che “la situazione disastrosa in cui versa l’Iraq rende urgente la formazione di un governo forte di coalizione”, anche per affrontare l’emergenza “dei gruppi armati organizzati su base settaria etnico-religiosa che ancora dettano legge in ampie parti del Paese”.

L’Iraq è in paralisi politico istituzionale della elezioni dello scorso 12 maggio, e la popolazione scende spesso in piazza per protestare contro una situazione insostenibile, che porta anche a razionamenti di acqua ed elettricità.
Tra i dieci punti sottoposti all'attenzione delle forze politiche irachene, il Primate della Chiesa caldea inserisce anche il suggerimento di riformare la Costituzione e le leggi, ancorandole al “principio di cittadinanza” che faccia prevalere la lealtà verso le istituzioni dello Stato su qualsiasi tipo di affiliazione religiosa o settaria.

Il Patriarcato Latino di Gerusalemme sulla nuova Legge Fondamentale

La nuova Legge Fondamentale dello Stato di Israele dichiara “Israele Stato – Nazione del popolo ebraico”. E il Patriarcato di Latino di Gerusalemme è sceso in campo con una dichiarazione diffusa il 31 luglio, in cui si sottolinea che “la legge è causa di grande preoccupazione”, perché “mentre definisce Israele come lo Stato-nazione del popolo ebraico, non offre nessuna garanzia costituzionale per i diritti degli autoctoni e delle altre minoranze che vivono nel Paese” .

Il Patriarcato si riferisce in particolare ai “cittadini palestinesi di Israele”, un 20 per cento della popolazione che resta “totalmente ignorato dalla legge”, in maniera “inconcepibile”, perché “anche nel caso in cui tale legge non abbia effetti concreti, essa manda un segnale inequivocabile ai cittadini palestinesi di Israele”.

Il messaggio – afferma il Patriarcato Latino - è che i palestinesi in Israele non sono “a casa loro”, considerando anche che la lingua araba è stata “degradata da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale”, mentre ci si è assunti “l’impegno di lavorare per lo sviluppo dell’insediamento degli Ebrei sul territorio”.

Si tratta, insomma, di una legge “esclusiva piuttosto che inclusiva, contestata più che consensuale, politicizzata più che fondata sulle norme fondamentali comuni e accettabili per tutte le componenti della popolazione”.

Il Patriarcato Latino denuncia che “non è sufficiente avere e garantire diritti individuali”, che in ogni Stato con larghe minoranze dovrebbero essere riconosciuti “i diritti collettivi di queste minoranze”, e sottolinea che “i cittadini cristiani di Israele hanno la stessa preoccupazione di ogni altra comunità non-ebraica nei confronti di questa legge” e “fanno appello a tutti gli appartenenti allo Stato di Israele che ancora credono nel concetto fondamentale dell’eguaglianza tra i cittadini di una stessa nazione, perché esprimano la loro obiezione a questa legge e ai pericoli derivanti da essa per il futuro di questo Paese”.

Papa Francesco tornerà in Uganda nel 2019?

Il 2019 potrebbe essere l’anno dei ritorni, per Papa Francesco. C’è un invito aperto per visitare di nuovo Ginevra, con un focus sulle organizzazioni internazionali che andrebbe a celebrare il centenario della Organizzazione Internazionale del Lavoro. E c’è un altro invito per tornare in Uganda, per celebrare i cinquanta anni del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar, conosciuto con la sigla di SECAM.

Papa Francesco è stato in Uganda a novembre 2015, nel corso di un viaggio che ha toccato anche il Kenya e la Repubblica Centrafricana, dove Papa Francesco ha aperto la prima Porta Santa dell’Anno Santo Straordinario della Misericordia.

Ora potrebbe tornare alla fine di luglio del 2019, per le celebrazioni del Giubileo d’oro del SECAM, al culmine di un anno di festa cominciato la scorsa settimana alla Cattedrale Rugabe di Kampala.

Il SECAM è nato nel 1969 a Kampala, al termine di un incontro di vescovi africani che discutevano di come mettere in pratica la risoluzione del Concilio Vaticano II di mettere su una struttura che riunisse insieme le Chiese cattoliche del continente, e la prima sessione del SECAM fu presieduta dal Beato Paolo VI durante il suo viaggio in Africa.

Papa Francesco è stato invitato alle celebrazioni, ha dichiarato l’arcivescovo Charles Gabriel Palmer Buckle di Cape Coast, che funge da tesoriere del SECAM. La scorsa settimana, i 20 vescovi del direttivo SECAM si sono riuniti a Kampala per organizzare le celebrazioni del loro “Giubileo d’oro”.

Le celebrazioni conclusive saranno a Kampala dal 20 al 29 luglio 2019, con la presenza di almeno 60 vescovi.

La nunziatura in Sud Sudan

Lo stabilimento di una nunziatura in Sud Sudan fa da premessa alla nomina di un inviato del Papa in Sud Sudan: lo ha detto il vescovo Erkolano Lodu Tombe, di Yei. Al momento, l’arcivescovo Charles Balva ha l’incarico di “rappresentante del Papa” in Sud Sudan, che cumula a quello di nunzio in Kenya. Ma lo stabilimento della nunziatura, un segno di particolare attenzione del Papa verso una nazione martoriata da un conflitto.

Addirittura, Papa Francesco avrebbe voluto visitare il Sud Sudan, e si era pensato anche ad un “viaggio ecumenico” da compiere insieme all’arcivescovo Justin Welby di Canterbury, Primate della Confessione Anglicana, ma questo non è stato possibile per ragioni di sicurezza.

 

La Santa Sede ratifica la convenzione sull’insegnamento superiore in Asia e Pacifico

Lo scorso 1 agosto è stata data notizia che la Santa Sede ha ratificato la convenzione regionale sul riconoscimento delle qualifiche dell’insegnamento superiore in Asia e Pacifico. La Convenzione è stata adottata il 26 novembre 2011, durante una conferenza internazionale di Stati convocata dall’UNESCO, cui la Santa Sede aveva partecipato con una delegazione guidata dall’arcivescovo Joseph Chennoth, nunzio apostolico in Giappone.

Fu l’arcivescovo Chennoth a firmare, il 16 luglio 2011, la convenzione a nome della Santa Sede, mentre lo strumento di ratifica è stato consegnato gli scorsi giorni da monsignor Francesco Follo, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO. La convenzione, che entrerà in vigore l’1 settembre 2018, è anche una revisione della Convenzione regionale sul riconoscimento di studi, diplomi e gradi dell’insegnamento superiore in asia e nel Pacifico, cui la Santa Sede aveva aderito il 10 luglio 1995.

Papa Francesco incontra i politici provenienti dal Braile

Nella mattinata del 2 agosto, Papa Francesco ha ricevuto l’ambasciatore Celso Amorim, già cancelliere del governo dell’ex presidente del Brasile Luiz Ignacio Lula da Silva e ministro della Difesa dell’ex presidente Dilma Roussef.

Secondo quanto divulgato dallo staff dello stesso Amorim, Papa Francesco avrebbe mostrato “interesse e preoccupazione” per la crisi politica istituzionale del Brasile, colpita in particolare dal processo a carico dell’ex presidente Lula.

È stato donato al Papa “La verità vincerà”, in cui Lula racconta il suo punto di vista sulla vicenda giudiziaria che lo riguarda.

Oltre ad Amorim, erano presenti all’incontro anche Alberto Ferandenz, ex ministro segretario del Consiglio dei Ministri argentino durante il governo Nestor Kirchner e, per 18 mesi, di quello della vedova Cristina Kirchner; e Carlos Ominami, ex ministro dell’Economia e dello Sviluppo del Cile.

In generale, i tre hanno parlato al Papa della situazione in America Latina.

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