Diplomazia pontificia, quale è la situazione della libertà religiosa nel mondo?

La sede dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha celebrato la scorsa settimana il suo centenario
Foto: ILO
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In attesa del ministeriale sulla libertà religiosa, la Segreteria di Stato degli Stati Uniti ha stilato il suo rapporto annuale sulla libertà religiosa, che conferma il trend già notato con i rapporti di Aiuto alla Chiesa che Soffre a quello di Open Doors.

Altre notizie: il messaggio di Papa Francesco all’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il suo centenario, gli interventi della Santa Sede a New York, Ginevra e Roma nelle agenzie delle Nazioni Unite.

Papa Francesco all’Organizzazione Internazionale del Lavoro

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro celebra il suo centenario quest’anno ed è l’unica organizzazione internazionale che ha tra i suoi dipendenti che ha tra i suoi dipendenti un consulente per gli affari religiosi che è sempre un religioso, e sempre un gesuita. Papa Francesco ha inviato un messaggio alla 108esima sessione della International Labour Conference, letto lo scorso 18 giugno dal Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Papa Francesco ha sottolineato che c’è “bisogno di persone e istituzioni che difendono la dignità dei lavoratori, la dignità del lavoro di tutti e il benessere della terra, la nostra casa comune!”.

Papa Francesco ha quindi ricordato i “gravi problemi” di disoccupazione, sfruttamento, lavoro in schiavitù e salari iniqui, notato che il lavoro è, “infatti, essenziale non solo per la realizzazione della persona, ma anche per lo sviluppo sociale” e non può “essere considerato solo come un mero strumento nella catena di produzione di beni e servizi ma abbia la priorità su qualsiasi altro fattore di produzione, compreso il capitale.”

Papa Francesco ha infine chiesto di difendere i posti di lavoro e di crearne di nuovi, e segnalato il “valido contributo” di movimenti sociali e sindacati, con il principio “della tripla "T" (tierra, techo, trabajo): terra, tetto e lavoro, che sviluppa il criterio della "destinazione universale dei beni della terra".

Altra tripla T da seguire è “tradizione, tempo e tecnologia”, ha detto il Papa, che ha anche esortato ad ascoltare le giovani generazioni per contrastare l'atteggiamento di dominio attraverso un atteggiamento di cura: la cura della terra e delle generazioni future. Si tratta di una "questione fondamentale di giustizia intergenerazionale, “poiché il mondo che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che ci seguiranno".

Quale è lo stato di salute della libertà religiosa?

A un mese dal secondo ministeriale sulla libertà religiosa di Washington, che vedrà ancora una volta la presenza della Santa Sede, la Segreteria di Stato degli Stati Uniti ha pubblicato il Rapporto 2018 sulla Libertà Religiosa Internazionale.

Nel rapporto sono stati evidenziati alcuni dei successi in tema della libertà religiosa dagli scorsi anni, dalla liberazione di Asia Bibi, la donna condannata a morte in Pakistan per blasfemia la cui sentenza è stata ribaltata in Pakistan lo scorso anno, a quello del pastore Andrew Bunson in Turchia.

Ma il rapporto ha messo anche in luce che c’è una persecuzione religiosa crescente in nazioni come la Cina, l’Iran e l’Eritrea, per fare tre esempi. In quest’ultimo caso, la nazionalizzazione degli ospedali ha creato varie tensioni tra Chiesa e governo, considerando che quasi tutti gli ospedali del Paese sono gestiti da congregazioni religiose.

Il rapporto USA sulla libertà religiosa conferma il trend di crescita della persecuzione religiosa, già delineato negli altri rapporti distribuiti quest’anno, da quello biennale di Aiuto alla Chiesa che Soffre a quello annuale di Open Doors.

Il rapporto USA sottolinea che circa l’80 per cento della popolazione mondiale vive in aree dove il diritto alla libertà religiosa è soggetto a forti restrizioni.

Non tutto è nero, nel rapporto. Ci sono anche miglioramenti. Per esempio, per la prima volta in 13 anni, l’Uzbekistan esce dalla lista delle nazioni che destano una particolare preoccupazione. Le nazioni di particolare preoccupazione sono, secondo la terminologia del rapporto, nazioni che hanno commesso “violazioni della libertà religiosa sistematica, continua e forte”.

Il rapporto sottolinea che ci sono nazioni che hanno continuato ad avere e persino accresciuto la loro persecuzione contro minoranze religiose. Tra queste, i cristiani sono i più perseguitati. Nonostante il rovesciamento della sentenza di morte di Asia Bibi e il suo rilascio, il Pakistan è stato comunque incluso in una speciale lista di osservazione con la possibilità di essere considerato “nazione dalla particolare preoccupazione”, anche perché ci sono ancora 40 persone che sono condannate a morte o imprigionate a vite per blasfemia.

Il rapporto USA punta anche il dito contro “l’intensa persecuzione” della Cina nei confronti di cristiani, musulmani uyguri, Falung Gong e buddisti tibetani. Dell’Iran viene sottolineata la persecuzione dei Baha’i.

La Santa Sede a New York: il contrasto al terrorismo

Le missioni permanenti di Pakistan e Turchia alle Nazioni Unite, insieme alla missione della Santa Sede e all’ufficio ONU dell’antiterrorismo, hanno organizzato lo scorso 24 giugno un evento di “Combattere il terrorismo e altri atti di violenza basati sulla religione o il credo: sviluppare tolleranza e inclusività”.

È intervenuto anche l’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede. Nel suo discorso, il nunzio ha sottolineato che “tutti hanno provato orrore dai recenti attacchi contro Ebrei, Musulmani e cristiani, specialmente nei loro luoghi di culto”.

L’arcivescovo Auza ha lodato la comunità internazionale per aver fatto passi avanti nella prevenzione di eventi del genere, ma ha aggiunto che c’è bisogno di “una azione nazionale e cambiamenti culturali”.

Sette sono i temi da sviluppare, secondo l’arcivescovo: la protezione del diritto della libertà di coscienza, religione e credo; la garanzia dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte la legge; una positiva e rispettosa separazione tra Stato e religione; l’appello a tutti i leader politici, sociali e religiosi a non usare la religione per incitare odio e violenza; l’assicurazione che le religioni non siano messe in stato di accusa per la follia omicida di quelli che manipolano la libertà religiosa per motivi politici e ideologici. Ci vuole anche “coraggio di chiamare la violenza anti-Cristiana con il suo nome”, un “vero impegno al dialogo interculturale e interreligioso”, che riconosca “che la religione è parte della soluzione”; il bisogno di una educazione efficace che formi le persone nel dialogo, il rispetto per gli altri, la riconciliazione, la giustizia, il rispetto per lo Stato di diritto.

L’arcivescovo Auza ha infine incoraggiato i presenti a rafforzare i loro ruoli e con pazienza, perseveranza, saggezza, coraggio e leadership diventare parte di soluzioni di lungo e breve termine al problema del terrorismo.

La Santa Sede all’ONU di New York: la questione palestinese

Il 25 giugno si è tenuta alle Nazioni Unite una riunione della Conferenza di impegno del Comitato Ad Hoc della Assemblea Generale per l’annuncio di contributi volontari all’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Aiuto e le Opere per i Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente). L’intervento della Santa Sede è stato presentato da monsignor Tomasz Grysa, vice dell’Osservatore Permanente.

La Santa Sede ha messo a disposizione dell’UNRWA un fondo di 40 mila dollari in aggiunta ai contributi diretti in favore dei rifugiati palestinesi attraverso il lavoro di molte entità della Chiesa Cattolica. La Santa Sede ha sottolineato di sperare per una chiara e durevole soluzione della situazione dei rifugiati palestinesi, da raggiungere attraverso rinnovate negoziazioni tra Israele e Palestina.

La Santa Sede alla FAO: sostenere le organizzazioni rurali

Si è tenuta dal 22 al 29 giugno la 41esima sessione della Conferenza della FAO, sul tema “Migrazione, agricoltura e sviluppo rurale”. Il 26 giugno, monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore della Santa Sede presso le Organizzazioni e gli Organismi delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura.

I protagonisti di questi fenomeni – ha detto l’osservatore della Santa Sede – “non sono cifre o mere statistiche, ma piuttosto persone colpite dal dolore”, sono “esseri umani come noi, che sono obbligati ad abbandonare le loro terre e le loro case per scappare dalla povertà, dai conflitti, dalla persecuzione, dagli effetti del cambiamento climatico e dei disastri naturali”.

Il numero dei migranti – ha aggiunto – è in rapida crescita, e sono persone che si muovono “non per scelta libera”, ma piuttosto per disperazione.

La delegazione della Santa Sede, ha aggiunto il monsignore, “non intende presentare soluzioni tecniche, ma piuttosto offrire un orientamento che contribuisca a dare impulso ad iniziative efficaci che tengano in conto la necessità delle persone umane”.

Il tema dell’agricoltura è centrale, perché “ha un ruolo cruciale nella dinamica dello sviluppo sostenibile di un Paese, costituendo uno dei principali catalizzatori attraverso i quali altre attività economiche e sociali possono avere un reale sviluppo”.

La Santa Sede sottolinea che è “imprescindibile” arrivare ad una agricoltura sostenibile, sviluppando l’agroecologia e formando le strutture necessarie.

La Santa Sede nota che “i flussi migratori che hanno carattere strutturale” necessitano il superamento della fase di emergenza.

La Santa Sede nota che, oltre ai migranti, c’è da considerare gli sfollati, che spesso si spostano “dalle zone rurali a quelle urbane”, e per rispondere accuratamente a questo problema si devono analizzare le previsioni di incremento demografico nelle prossime decadi e la conseguente necessità di aumentare la produzione di alimenti. Per questo, “si deve riflettere anche dell’importanza della crescita della forza lavoro nelle aree rurali”.

Monsignor Chica Arellano ricorda anche i giovani che appartengono alle comunità indigene e che “con frequenza si trovano costretti ad abbandonare le loro terre”.

Monsignor Chica Arellano ha sottolineato che ora il Decennio delle Nazioni Unite per l’Agricoltura familiare “è una opportunità di valore per promuovere la formulazione di politiche che appoggiano e sostengono le famiglie rurali, in modo che non perdano la loro identità come trasmettitori di valori tanto fondamentali come la custodia delle tradizioni, il rispetto intergenerazionale e il rafforzamento del ruolo insostituibile della donna nel settore agricolo”.

La Santa Sede ha anche ricordato l’importanza di “sviluppare una visione dell’economia e della società eticamente fondata”, perché solo così “sarà possibile formulare decisioni e intraprendere azioni a favore di questo principio di solidarietà che è alla base della coesistenza giusta e pacifica tra le nazioni”.

La Santa Sede all’ONU di Ginevra: sul diritto all’educazione

Si è riunita negli scorsi giorni a Ginevra la 41esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani. Il 26 giugno si è letto un rapporto sul Diritto dell’Educazione. L’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra, ha preso la parola al dibattito a nome della Santa Sede.

L’arcivescovo ha ricordato che gli Stati membri delle Nazioni Unite sono state d’accordo che il quarto obiettivo dell’agenda 2030 è di “assicurare inclusiva ed qua educazione di qualità e promuovere opportunità di apprendimento per tutti che durino tutta la vita”.

Per questo, è chiaro che il diritto all’educazione è il diritto di ciascuna persona umana di godere di una formazione che li aiuti ad arrivare ai loro fini e a contribuire al bene della società di cui sono membri e di cui condividerà i doveri una volta adulto”.

Non sembra, dunque, “un diritto esclusivo degli Stati imporsi nelle istituzioni educative”, come invece viene sottolineato nel rapporto, perché invece l’articolo 29 della Convenzione dei Diritti del Fanciullo “afferma con chiarezza che gli individui e le organizzazioni hanno la libertà di stabilire e dirigere istituzioni educative”.

La Santa Sede, invece, è d’accordo con il rapporto quando questo richiama che “gli Stati devono rispettare la libertà dei genitori di scegliere per i loro bambini scuole diverse da quelle stabilite dall’autorità di pubblica”.

La Santa Sede chiede di stabilire un criterio che si basi “sulle esigenze concrete di ogn nazione e nella loro storia particolare, più che nei principi aggressivamente ideologici del rapporto preso in considerazione”.

Per la Santa Sede, l’educazione non è un bene economico e famiglie e studenti non devono considerati come clienti. Gli Stati sono chiamati a supportare propriamente il diritto all’educazione, in modo da “permettere a tutti di goderne e arricchendo la vita di una società con il contributo di ogni persona e ogni comunità in essa”.

La Santa Sede all’ONU di Ginevra: una nuova risoluzione

Il 26 giugno, si è discusso al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite a Ginevra di una risoluzione per “Rafforzare il coordinamento dell’assistenza in caso di emergenza umanitaria alle Nazioni Unite”.

L’arcivescovo Jurkovic ha sottolineato che “la Santa Sede, secondo la sua natura, ha sempre levato la voce in difesa della dignità e dei diritti fondamentali di quanti hanno sperimentato emergenze umanitarie”, con un occhio di particolare riguardo al fornire la protezione fisica, lavorare con la polizia e con gli agenti di frontiera, facilitando l’accesso alla giustizia e all’aiuto umanitario, così come gli alloggi, le emergenze sanitarie e l’educazione attraverso sforzi locali e mediazioni.

La Santa Sede apprezza che la risoluzione abbia un linguaggio forte sulla prevenzione dei disastri naturali, così come sono stati fatti progressi riguardo la protezione di oggetti e siti civili, ed è considerato buono il fatto che il testo include un diritto all’educazione.

La Santa Sede apprezza anche la particolare enfasi sulla protezione dei bambini, e chiede di agire per prevenire, rispondere ed investigare atti di violenza contro i bambini esposti ad abusi in emergenze umanitarie. Tra gli altri elementi positivi, i progressi sul tema degli sfollati, che include anche “accettazione e riconoscimento del fatto che, come una unica famiglia umana, siamo interdipendenti”; e l’enfasi posta sulle azioni necessarie per rispondere ai bisogni nutritivi delle popolazioni, con particolare riguardo per donne e bambini in tempo di gravidanza e allattamento.

Tuttavia, la Santa Sede ha anche mosso due riserve al testo. La prima, la solita, riguarda l’inclusione della formula “diritti sessuali e riproduttivi”, così come quella di “pianificazione famigliare”: la Santa Sede chiarisce che non considera “né l’aborto né l’accesso all’aborto o ad abortificienti” come parte delle formule, né considera “la creazione di nuovi diritti o la promozione di una radicale autonomia individuale sul tema”.

Quindi, la questione del gender. La Santa Sede considera il termine solo se si include “nella identità sessuale biologica e della differenza di sesso”, perché la Santa Sede non riconosce “l’idea che il gender è costruito socialmente, ma che si trova nella identità oggettiva della persona umana come nata uomo e donna”.

La Santa Sede a Ginevra: sul traffico di esseri umani

Un dibattito della 41esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani è stato dedicato al Rapporto sul traffico di esseri umani. La Santa Sede ha icordato che ci sono oltre 40 milioni di vittime della moderna schiavitù, un mercato che genera 32 miliardi di dollari di profitti. Lo sfruttamento di quello che è il secondo mercato più remunerativo dopo il traffico illegale di armi ha molte facce, dal lavoro forzato alla schiavitù sessuale, colpisce i più vulnerabili della società come “uomini, bambini, poveri, migranti, rifugiati e persone con disabilità”, e gli effetti sono disastrosi.

La Santa Sede ha fatto notare che “gli sforzi globali per terminare tutte le forme di schiavitù entro il 2030 sono ancora troppo poco coordinate”, c’è bisogno di accelerare il lavoro “sia a livello locale che internazionale”, affrontando “non solo i sintomi, ma anche le cause”, perché “troppo spesso è una mancanza di opportunità, la presenza di povertà e conflitti che creano pericolose situazioni in cui la disperazione rende facile lo sfruttamento da parte dei criminali”.

L’arcivescovo Jurkovic, capo della delegazione vaticana, ha ricordato la pubblicazione degli “Orientamenti pastorali sul Traffico di Esseri Umani” stilato dalla sezione Migranti e Rifugiati della Santa Sede, in cui si sottolinea che “le vittime devono essere protette con cura e reintegrate nella società assicurando accesso alla protezione sociale, educazione, opportunità di occupazione, assistenza sanitaria e al sistema giuridico”.

La Santa Sede sottolinea che “è obbligo degli Stati rompere questo ciclo di indifferenza e stabilire o migliorare programmi e meccanismi per proteggere, riabilitare e re-integrare vittime del traffico.

La Santa Sede all’ONU di Ginevra: i diritti umani e le compagnie multinazionali

A Ginevra, la Santa Sede ha preso parte al dibattito su “Gruppi di Identità con i gruppi di lavoro sulle aziende internazionali e i diritti umani”, che si è tenuto il 27 giugno.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Jurkovic ha sottolineato che la Santa Sede ha sempre raccomandato la necessità di regolare in maniera prudente e chiara le attività economiche delle aziende transnazionali, affinché siano guidate da “alti ideali di chiarezza, solidità e preoccupazione per lo sviluppo autentico della famiglia umana”.

La Santa Sede ha notato che l’impatto di un sistema economico non è sostenibile se è visto “solo come una risposta ad immediati bisogni economici”, ma invece funziona se è motivato dalla “sensibilità dei bisogni generali delle generazioni future”.

L’arcivescovo Jurkovic ha quindi sottolineato che “la natura transnazionale delle libertà economiche e dei diritti umani necessita una riflessione inevitabile e un dibattito su una chiara legislazione transnazionale” che possa “supportare i governi nei loro doveri di proteggere contro gli abusi di diritti umani”, mentre “la mancanza di cooperazione tra Stati lascia molte persone senza protezione di legge e incapaci di asserire e difendere i loro diritti”.

Ci vuole una “collaborazione armoniosa tra tutte le forze sociali, ognuna di queste impegnata a raggiungere il bene comune secondo le loro rispettive aree di competenza e responsabilità”.

Il congedo dell’ambasciatore di Slovenia presso la Santa Sede

Subito dopo la vista del primo ministro sloveno Marjan Sarec a Papa Francesco, Tomasz Kunstelij, ambasciatore di Slovenia presso la Santa Sede, è stato in visita di congedo da Papa Francesco. Kunstelij viene promosso all’incarico di ambasciatore di Slovenia presso l’Italia.

Nativo di Lubana, 56 anni, Kunstelij è ambasciatore di Slovenia presso la Santa Sede dal 2016. È entrato al servizio del ministero degli Esteri nel 1993, e lì ha svolto l’incarico di segretario generale, capo di gabinetto e capo di protocollo diplomatico, prima di essere ambasciatore n Canada e n Argentina.

La Santa Sede ha instaurato rapporti diplomatici con la Slovenia il 5 luglio 1992 ed è stata una delle prime nazioni a riconoscere l’allora neonato Stato. Giovanni Paolo II ha visitato il Paese due volte, tra il 17 e il 19 maggio 1996 e il 19 settembre 1999.

I rapporti sono di cordiale cooperazione reciproca, molti sono gli incontri tra officiali di entrambe le parti e ci sono visioni comuni sulla politica estera. La base giuridica che regola i rapporti tra la Repubblica di Slovenia e la Santa Sede è l'Accordo tra la Repubblica di Slovenia e la Santa Sede sulle questioni legali, che è entrato in vigore il 28 maggio 2004.

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