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Dal caso Asia Bibi all’appello all’Europa indifferente: i numeri del Rapporto ACS

Presentazione del XIV rapporto sulla libertà religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre | Il panel della presentazione del XIV rapporto sulla libertà religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Ambasciata di Italia presso la Santa Sede, 22 novembre 2018 | Presentazione del XIV rapporto sulla libertà religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre | Il panel della presentazione del XIV rapporto sulla libertà religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Ambasciata di Italia presso la Santa Sede, 22 novembre 2018 |

Dal fenomeno dell’ultranazionalismo all’appello all’Europa secolarizzata e indifferente. Dal caso di Asia Bibi e delle leggi della blasfemia in Pakistan alle leggi anticonversione dell’India. Ma anche le limitazioni sulla libertà religiosa in Europa, con leggi sulla registrazione delle denominazioni religiose che ricordano i tempi sovietici. Fino al fenomeno, in crescita in Egitto, del rapimento e la conversione forzata delle donne.

C’è tutto questo nel XIV rapporto sulla Libertà Religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Uno spaccato che va dalle vere e proprie persecuzioni a quelle che Papa Francesco ha chiamato “persecuzioni bianche”. In tutto, ha sottolineato Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia, ci sono 300 milioni di cristiani che vivono in terre di persecuzione, in pratica 1 ogni 7.

Due le situazioni particolari presentate in conferenza stampa: quella dell’Egitto e quella del Pakistan.

Il vescovo copto cattolico di Minya Botros Fahim Awad Hanna, ha sottolineato che “l’Egitto è considerato culla di civilizzazione, ma per i diritti umani c’è tanta strada da fare. Per costruire una chiesa ci vuole tanta burocrazia, addirittura un tempo ci voleva il permesso del capo dello Stato”.

Il vescovo Hannah ha poi ricordato l’ultimo episodio, l’attentato del 2 novembre, quando “una famiglia che andava a battezzare il figlio non è più tornata a casa”. E ha messo in luce che “non c’è un problema nel sistema nel governo. Affrontare un governo è facile, noi in Egitto abbiamo fatto due rivoluzioni diverse. Il problema è affrontare una mentalità pubblica, perché i movimenti e comunità integraliste islamiche hanno avuto libertà di fare, e questo ha creato una corrente di fanatismo e di chiusura nei confronti dell’altro”.

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L’avvocato Tabassum Yousaf, donna, cattolica del Pakistan, ha invece delineato la prospettiva giuridica del Paese, spiegando nove casi, con foto anche crude che testimoniano la difficoltà della situazione. “Sono una cattolica che è stata cresciuta in una società islamica”, ha detto. E ha messo in luce come tutto parta dalle scuole dove “i cristiani nelle scuole e nelle società sono considerati e chiamati ‘choora’ (intoccabili) o Bhanghi (impuri) e noi siamo chiamati ‘Eisai’, seguaci di Esisa, che è Gesù, ma queste parole hanno un senso di implicazione economica e sociale di ‘intoccabile e impuro’.”

Queste due testimonianze raccontano due delle caratteristiche principali del rapporto, che viene stilato da Aiuto alla Chiesa che Soffre dal 1999, ogni due anni.

Cosa è successo in questi due anni? Nell’Occidente, si sono moltiplicati gli attentati, e il rapporto non nega che la matrice politica abbia la prevalenza, ma mette in luce come questi attentati abbiano anche, forte, una matrice religiosa. Dal martirio di padre Hamel in Francia agli attacchi di Londra e Nizza, gli eventi ci sono stati, e sono stati innegabili.

C’è stato un viaggio papale in Myanmar e Bangladesh, con forti appelli per le minoranze e in particolare per i Rohingya, che però non ha avuto, formalmente, gli effetti sperati, tanto che la situazione in Myanmar è considerata “peggiorata”, mentre in Bangladesh ancora si sentono gli effetti dell’attentato di Dhaka del 2016.

Il rapporto copre il periodo che va da giugno 2016 a giugno 2018. Ci sono 38 Paesi in cui si registrano “gravi o estreme violazioni della libertà religiosa”.

Di questi, 21 Paesi sono luoghi di vera e propria persecuzione: Afghanistan, Arabia Saudita, Bangladesh, Myanmar, Cina, Corea del nord, Eritrea, India, Indonesia, Iraq, Libia, Niger, Nigeria, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Yemen.

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In 17 Paesi c’è invece una situazione di discriminazione: Algeria, Azerbaigian, Bhutan, Brunei, Egitto, Federazione Russa, Iran, Kazkistan, Kirghizistan, Laos, Maldive, Mauritania, Qatar, Tagikistan, Turchia, Ucraina e Vietnam.

Prendendo i 38 Paesi di persecuzione e discriminazione, ce ne sono 17 in cui la situazione è peggiorata. Ma le cose non vanno così bene nei posti dove la situazione è rimasta invariata. Perché in Corea del Nord, Arabia Saudita, Nigeria, Afghanistan ed Eritrea non ci sono cambiamenti perché non si può peggiorare.

Ma c’è anche da dire che non tutto è a tinte fosche. Sono calate in maniera brusca le violenze commesse dal gruppo islamista al Shaabab, e questo permette di escludere Tanzania e Kenya dalla lista dei Paesi di persecuzioni.

A un primo sguardo del rapporto, quello che è evidente è che gli attacchi alla libertà religiosa seguono in qualche modo la tendenza del mondo. Così, il nazionalismo che si è diffuso sempre più come una risposta alla globalizzazione e agli enti sovranazionali si riflette anche nella libertà religiosa. È aumentato, infatti, il nazionalismo aggressivo ai danni delle minoranze.

Così tanto che il rapporto lo definisce “ultra nazionalismo”, e che si sviluppa in modo diverso da Paese a Paese.

Ci sono quattro Paesi in cui è particolarmente sviluppato: India, Cina, Corea del Nord, Pakistan.

L’India, ha vissuto nel corso degli anni un peggioramento, fino al punto di considerare le minoranze come “una minaccia per l’unità del Paese”, mentre l’induismo è sempre più diventato caratteristica principale della mentalità nazionale. Lì, le leggi anti conversione rappresentano una arma in mano ai fondamentalisti.

E così, si moltiplicano gli attacchi contro le minoranze religiose, che coincidono con l’ascesa del Bharatiya Janata Party. Per quanto riguarda i cristiani, sono stati compiuti 736 attacchi contro di loro nel 2017, quasi il doppio rispetto al 2016, quando ci furono 358 attacchi.

Ma se in India è l’induismo a fare da religione di Stato, in Cina è lo Stato ad essere religione. Nonostante l’accordo riservato della Santa Sede con la Cina sulla nomina dei vescovi, non si è fermato il processo di sinizzazione voluto dal presidente Xi Jinping: nel gennaio 2018 sono stati introdotti nuovi “regolamenti degli affari religiosi”, che impongono ai gruppi religiosi di limitare le loro attività ad alcuni luoghi specifici, mentre in alcuni luoghi sono stati anche offerti soldi ai cristiani per rimuovere le immagini natalizie del bambino Gesù e sostituirle con ritratti del presidente Xi. La vendita online della Bibbia è proibita nell’aprile 2018, mentre tra il 2014 e il 2016 le autorità della provincia di Zhejang hanno rimosso migliaia di croci e distrutto o danneggiato tra le 1500 e le 1700 chiese, secondo le stime più caute.

Il cardinale Mauro Piacenza, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha sottolineato che “non c’è contraddizione tra i dati e quello che la Chiesa fa per il dialogo, perché la Chiesa sempre cerca un dialogo, anche lì dove sembra non esserci possibilità”.

Non c’è solo la persecuzione contro i cristiani. Anche gli uiguri, il più grande gruppo musulmano del Paese, è soggetto al processo di sinizzazione: si ritiene che ci siano circa 100 mila uiguri detenuti a tempo indefinito in campi di rieducazione.

In Corea del Nord, i gruppi religiosi sono percepiti come una minaccia al “culto personale” della dinastia Kim, mentre la libertà religiosa è negata dallo Stato. Stime dicono che ci sono migliaia di cristiani in campi di prigionia, che ricevono un trattamento più duro a causa della loro fede.

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Capitolo Pakistan. Sono negli occhi di tutti le proteste dei radicalisti islamici dopo la sentenza che annullava la condanna a morte di Asia Bibi, condannata per blasfemia perché denunciata per aver bevuto a un pozzo dove si abbeveravano anche musulmani. Uscita dal carcere qualche giorno dopo, all’arrivo delle necessarie carte burocratiche, Asia Bibi e la famiglia sono ancora nel Paese, mentre si cerca un canale diplomatico per sottrarla alla possibile violenza di coloro che hanno protestato per la sentenza, anche in maniera violenta. Sono i sintomi di una situazione che in Pakistan è sempre sui livelli di allarme. L’intenzione degli estremisti è quella di trasformare il Paese in uno Stato islamico, e ogni modifica eventuale alla legge sulla blasfemia – di cui, è bene ricordare, le prime vittime sono musulmane – è fortemente osteggiata. Nel Paese del martirio di Shabhaz Bhatti e dell’assassinio del governatore Salman Taseer, entrambi colpevoli di voler modificare la legge, anche il ministro dell’interno Ahsan Iqbal si è salvato miracolosamente da un attentato nel maggio 2018, dopo che questi aveva visitato una comunità cristiana a Narowal. In trenta anni, la legge ha provocato 40 condanne a morte e 60 esecuzioni extragiudiziali, più migliaia di accuse, di cui l’80 per cento considerate false.

Ci sono misure oppressive ultra nazionaliste anche in Tagikistan, dove una legge del 2017 è stata approvata una legge che ha chiesto alle donne di indossare abiti più in linea con la tradizione locale, cosa che ha portato all’arresto, in un solo mese, di 8 mila donne musulmane perché portavano il velo. In Turkmenistan, sono state inasprite le sanzioni ai gruppi religiosi in cerca di riconoscimento statale con “La legge della religione” del 2016, mentre sono frequenti le irruzioni delle Chiese.

Ed è a livelli di guardia anche la Turchia: dopo aver sostenuto i diritti delle minoranze, l’agenda del presidente Recep Tayyip Erdogan è cambiata dopo il fallito “golpe” del luglio 2016. E così, i musulmani aleviti hanno visto le moschee riadattate a templi sunniti, mentre sono state chiuse due emittenti televisive sciite jaaferi per diffusione di propaganda terroristica. C’è da una parte una Turchia che prova a dialogare, come dimostra il recente viaggio del presidente turco Erdogan da Papa Francesco, e un’altra che al suo interno punta a ricompattare la ragione.

Guardando in Africa, è l’Eritrea ad avere maggiori problemi: il governo vuole controllare le istituzioni religiose e incarcera i membri dei gruppi religiosi non registrati, mentre le autorità hanno anche preso il controllo di molte scuole religiose cristiane, musulmane e ortodosse. Da vedere come cambierà la prospettiva con la pace con l’Etiopia, e il nuovo vento internazionale di cui anche i leaders religiosi possono prendersi il merito.

La Santa Sede ha un forte dialogo con l’Iran, ed è a Qom, nella Università delle Denominazioni Religiose, che si è persino pensato ad un progetto di un catechismo in farsi, presentato qualche anno fa. Ma la situazione, a livello interno, è dura: i non musulmani non sono ammessi nei ranghi della magistratura e della polizia, l’abbigliamento islamico è obbligatorio anche per le donne non musulmane, è aumentata la pressione sui baha’i, così come il numero di musulmani sufi detenut, nonché la diffusione dell’antisemitismo, mentre crescono le condanne a carico dei fedeli delle Chiese domestiche.

Quindi, il Myanmar. Recentemente, il Cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, a Roma come presidente delegato del Sinodo sui giovani, ha reiterato alla Segreteria di Stato vaticana la richiesta di patrocinare una conferenza internazionale sulla situazione in Myanmar, con particolare riferimento ai musulmani dello Stato di Rakhine, ovvero i rohingya. E le trattative sul rimpatrio dei rhoingya dal Bangladesh e dalla Birmania sono state rinviate all’anno prossimo.

La loro situazione, delineata nel rapporto ACS, è drammatica: sono quasi 700 mila i Rohingya fuggitia dal Myanmar verso il Bangladesh, raggiungendo i 200 mila rohingya già nel Paese, secondo quella che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto come “una pulizia etnica da manuale”.

Una pulizia etnica che ha anche ragioni politiche, ma da cui non sfugge il dato religioso. E in cui, tra l’altro, si è inserita anche la costituzione di un esercito islamico, la cui presenza giustifica, purtroppo, gli atti di repressione del governo.

Questo porta a un secondo tema del rapporto, e cioè la diffusione di movimenti militanti islamici, in qualche modo mascherati dalle compagne contro l’ISIS. Così, se Boko Haram perde terreno in Nigeria, ci sono nuovi gruppi più piccoli, come quello dei fulani, che hanno attaccato contadini cristiani nella middle belt del Paese, con l’idea – denunciata dai vescovi locali – di portare avanti “una chiara agenda per islamizzare un’area prevalentemente cristiana”.

Il Niger, da parte sua, è accerchiato da gruppi islamisti, come Al Qaeda nel Maghreb islamico, che opera in Mali (non a caso la visita del Cardinale Pietro Parolin in Mali per il centotrentenario della Chiesa locale rappresentava anche una chiara iniziativa dipomatica), o l’ISIS in Libia, fino ai gruppi fulani che operano sia in Mali e sia in Burkina Faso. In quest’ultimo Stato, che sta anche lavorando ad un accordo con la Satna Sede, un campanello d’allarme è stato lanciato con il rapimento del missionario Pierluigi Maccalli.

Ma la più grande nazione islamica del mondo è l’Indonesia, e lì, il 13 maggio 2018, tre chiese sono state attaccate a Surabaya, causando 13 vittime. Non solo i cristiani sono sotto attacco: anche musulmani sciiti e ahmadi hanno subito violenze e discriminazioni, così come la comunità buddista.

Del Bangladesh, è noto l’attentato dell’1 luglio 2016, quando 22 persone sono rimaste uccise in un attacco ad una caffetteria di Dhaka. È la punta dell’iceberg di un fenomeno che, nei due anni prese in esame dal rapporto, ha causato la morte di altri 18 intellettuali.

Il rapporto ACS mette in luce anche una situazione di persecuzione in Palestina, con una drammatica situazione che riguarda la Chiesa locale a Gaza e che ha portato i cristiani nella striscia a diminuire del 75 per cento: erano 4500 sei anni fa, oggi sono 1000.

Anche in Egitto i cristiani sono sotto attacco. Il rapporto non può, per ovvie ragioni, includere nel conto l’ultimo del 2 novembre, che ha preso di mira i cristiani copti. Ma, nei due anni analizzati, ci sono stati quattro gravi attentati, avvenuti al Cairo, Alessandria, Tanta e Minya.

Oltre agli attentati, in Egitto si registra il crescente fenomeno del rapimento e la conversione forzata all’Islam di adolescenti, ragazze e donne cristiane: ad aprile 2018 sono state rapite sette ragazze, mentre un uomo che lavorava per una rete di sequestratori ha rivelato di ricevere circa 2500 euro da organizzazioni estremiste per ogni ragazza. La polizia spesso fa resistenza alle famiglie.

In Pakistan, le donne delle minoranze sono vittime di violenza anche perché, se non possono dimostrare che il rapporto è avvenuto contro la loro volontà sono considerate colpevoli di adulterio.

Senza considerare il fatto che i jihadisti usano anche lo stupro come arma di guerra, perché non solo convertono forzatamente una donna, ma crescono anche i suoi figli nell’Islam radicale, assicurando una “prossima generazione di jihadisti”, e in più impediscono le nascite alle religioni “concorrenti”.

In Europa, il rapporto nota che è cresciuto l’antisemitismo, specialmente in Francia, dove c’è la più grande comunità ebraica di Europa che è stata oggetto di un picco, documentato, di attacchi antisemiti e violenze contro centri culturali e religiosi ebraici. L’antisemitismo è spesso legato alla crescita dell’Islam militante in occidente, mentre la crisi migratoria porta spesso con sé una crescita dell’avversione nei confronti dell’Islam.

Di certo, nei due anni presi in esame dal Rapporto si è notato il ritorno degli attacchi terroristici in Occidente, a Manchester, Berlino, Barcellona, Parigi. Attentati che hanno, sì, anche ragioni politiche (come la protesta per le politiche occidentali in Siria), ma che non mancano di avere una motivazione religiosa di fondo. Gli attentatori de Las Ramblas di Barcellona volevano, in fondo, anche attaccare la Sagrada Familia.

Eppure, tutto questo accade nell’indifferenza. Il martirio di padre Jacques Hamel, ad agosto 2016, era stato preceduto da una serie di piccoli attacchi, anche hacker, alle comunità cristiane riportati e caduti nell’indifferenza. E l’Occidente secolarizzato sembra ignorare le condizioni delle minoranze, non li aiuta, e non provvede – si legge nel rapporto – “a fornire la necessaria e urgente assistenza ai gruppi di fede minoritari, in particolare alle comunità di sfollati che desiderano tornare a casa nelle rispettive nazioni dalle quali sono stati costretti a fuggire.

Il Rapporto però non fa solo un quadro a tinte fosche. Ci sono spiragli di speranza in Iraq, per esempio. A giugno 2018, erano 25650 i cristiani tornati a Qaraqosh, nella Piana di Ninive, vale a dire il 50 per cento di quelli che nel 2014 abitavano la città poi messa sotto attacco dal Daesh. E questo nonostante nel 2016 nessuno pensava che l’occupazione islamista sarebbe finita presto. Anche in questo caso, il rapporto denuncia l’indifferenza dei governi occidentali, mentre l’opera di ricostruzione è stata principalmente fornita da organizzati della Chiesa.

Ed è all’Europa che il rapporto lancia il messaggio. Perché –viene sottolineato – occuparsi del diritto alla libertà religiosa “ha anche ulteriori importanti conseguenze per la nostra Europa sui fronti della prevenzione del terrorismo e dell’attenuazione della pressione migratoria”.

Su quest’ultimo tema, viene fatto notare che “difendere la libertà religiosa in molti casi coincide con la difesa del naturale diritto ad abitare la propria patria, dalla quale non si aveva alcuna intenzione di allontanarsi e nella quale si vuole tornare o continuare a vivere. Se le violazioni della libertà religiosa provocano migrazioni forzate, il rispetto del medesimo diritto permette di contenere tali dinamiche, riducendo così la tensione sociale che affligge le Nazioni che ricevono migranti nel proprio territorio”.