Ecumenismo, Cardinale Koch: "Oggi molti cristiani non soffrono per la divisione"

Il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani celebra i 25 anni dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Ut Unum Sint” e i sessanta anni del Pontificio Consiglio da lui guidato

Un momento della conferenza del Cardinale Koch durante l'Atto Accademico del 4 dicembre 2020, Pontificia Università Angelicum
Foto: Angelicum
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Venticinque anni dopo l’enciclica Ut Unum Sint di San Giovanni Paolo II, sessanta anni dopo la costituzione di quello che sarebbe diventato il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, i cristiani sembrano aver perso di vista l’obiettivo dell’unità, fino a dare per scontata l’unità. Per questo, il Cardinale Kurt Koch sottolinea che il suo più grande dolore è dovuto al fatto che molti cristiani non soffrono quasi più a causa della divisione tuttora esistente”.

Il Cardinale, che presiede il dicastero vaticano incaricato del dialogo ecumenico, ha espresso questo dolore al termine di una relazione tenuta in un Atto Accademico alla Pontificia Università Angelicum di Roma il 4 dicembre. Il Cardinale Koch ha dedicato la sua relazione alla Ut Unum Sint di San Giovanni Paolo II, delineando anche quanto per il Papa polacco fosse importante, e personalmente importante, arrivare alla piena unità dei cristiani. Ma se il lavoro di San Giovanni Paolo II si poneva a completamento e realizzazione del Concilio Vaticano II, e risentiva ancora degli entusiasmi del rimo movimento ecumenico, oggi sembra che la divisione dei cristiani sia accettata. “Eppure – nota il Cardinale Koch – così come non può esserci vero amore tra le persone senza sofferenza e dolore, così non possiamo raggiungere l’unità dei cristiani senza la consapevolezza dolorosa del trauma delle divisioni della Chiesa”.

Parole che cadono come un macigno in un movimento ecumenico che condivide, ormai, molti documenti bilaterali che godono di un crescente consenso, e vivono anche molti momenti di preghiera insieme secondo quell’ecumenismo spirituale che lo stesso Giovanni Paolo II promuoveva, ma che poi alla fine sembra non arrivare mai ad un accordo totale sul fine ultimo di questo movimento, che è quello di tornare ad una unità reale dei cristiani.

Eppure, le premesse c’erano tutte, nota il Cardinale Koch, sin dal decreto conciliare Unitatis Redintegratio che, in fondo, andava interpretato alla luce della costituzione dogmatica Lumen Gentium, come voleva Paolo VI. Non un invito dunque, né qualcosa che poteva slegarsi dalla dottrina della Chiesa, ma piuttosto parte della missione della Chiesa stessa, “anche perché – spiega il Cardinale Koch – la missione cristiana si rivolge all’umanità intera e in ultima analisi mira all’unità di tutto il genere umano”.

Viene da qui la sottolineatura di San Giovanni Paolo II che “il dialogo ecumenico non è soltanto uno scambio di idee. In qualche modo, esso è sempre uno scambio di doni”.

Eppure, oggi non si è ancora raggiunto un consenso sull’obiettivo del movimento ecumenico, perché “la maggior parte delle divergenze confessionali tuttora esistenti riguardano l’interpretazione differenziata dell'unità ecumenica della Chiesa”, e così si resta “concordi sulla necessità dell’unità, ma non sulla sua forma concreta”. E allora l’enciclica di San Giovanni Paolo II va intesa come “un appello spirituale volto a mantenere viva la questione dell'unità della Chiesa con ostinata passione”.

Il Cardinale Koch nota che l’ecumenismo spirituale è il primo tipo di ecumenismo, e che per questo “il movimento ecumenico è stato un movimento di preghiera all’inizio”, dimostrando così che “gli sforzi ecumenici sono soprattutto un compito spirituale e che quindi non può esserci vero ecumenismo che non sia ancorato alla preghiera”.

San Giovanni Paolo II considerava anche i martiri come i testimoni più credibili del Vangelo, e delineava quindi un ecumenismo dei martiri in cui c’era già “un'unità fondamentale tra i cristiani e nutrendo la speranza che i martiri ci aiutino dal cielo a ritrovare la piena unità. Mentre noi cristiani e noi Chiese su questa terra sperimentiamo ancora una comunione imperfetta, i martiri nella gloria celeste vivono già una comunione piena e perfetta”.

Spiega il Cardinale Koch: “Con Papa Giovanni Paolo II, possiamo riconoscere nell'ecumenismo dei martiri il nucleo più intimo di tutti gli sforzi ecumenici volti al ripristino dell'unità dei cristiani”. Ed è un punto di vista che nasce proprio dal Concilio, che riconosce “una vera unione nello Spirito Santo” operata anche nelle altre comunità cristiane.

Tutto, in Giovanni Paolo II, è un tentativo di riportare i cristiani all’unità. C’è persino un obbligo giuridico all’unità, dato dal fatto che il Codice di Diritto Canonico per le Chiese Orientali è considerato modificabile o persino cancellabile in alcuni casi, e il primo caso è proprio il ritorno alla piena unità dei cristiani.

Il Cardinale Koch sottolinea che “la ragione ancora più profonda dell'impegno ecumenico di Papa Giovanni Paolo II deve essere certamente ricercata nella convinzione secondo la quale, dopo il primo millennio del cristianesimo, che fu il tempo della Chiesa indivisa, e dopo il secondo millennio, che ha condotto a profonde divisioni nella Chiesa sia in Oriente che in Occidente, il terzo millennio dovrà assumersi il grande compito di ripristinare l'unità perduta”.

È una convinzione che il cardinale sente sua, mentre guida il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. E questo, in una situazione che sembra essere promettente, ma anche statica a volte.

“Oggi – conclude il Cardinale - il dolore maggiore che provo è dovuto al fatto che molti cristiani non soffrono quasi più a causa della divisione tuttora esistente. Eppure, così come non può esserci vero amore tra le persone senza sofferenza e dolore, così non possiamo raggiungere l’unità dei cristiani senza la consapevolezza dolorosa del trauma delle divisioni nella Chiesa”.

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