Il cambio di passo della diplomazia pontificia nel 1914, raccontato da un libro

Una immagine di Papa Benedetto XV
Foto: YouTube
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Non si tratta solo della fotografia dello stato della diplomazia pontificia nel 1914, quando Pio X muore e viene eletto Benedetto XV. Il rapporto sull’attività svolta nel pontificato di Pio X, coordinato dall’allora monsignor Eugenio Pacelli e consegnato al nuovo Papa, racconta anche di un cambio di passo, dando tutti gli indizi di quello che sarà la diplomazia del Papa nel secolo successivo.

Il rapporto è pubblicato da Paolo Valvo e Roberto Regoli, nel libro “Da Pio X a Benedetto XV. La diplomazia pontificia in Europa e in America Latina nel 1914” (Edizioni Studium), e racconta di un mondo molto diverso da quello di oggi.

Tra il 1903 e il 1914, la Santa Sede ha solo 9 nunziature (una l’ha persa nel corso del decennio), sempre meno rapporti con i Paesi europei, mentre crescono i rapporti con i Paesi latino-americani. Lo Stato temporale è stato perduto, mentre i nuovi governi sudamericani, ormai indipendenti dalle colonie, rivendicano le stesse garanzie di Patronato che erano state concesse agli Stati europei.

Non è una cosa da poco. Nella grande impresa della evangelizzazione delle Nuove Terre, i Papi avevano fatto accordi con i re, concesso anche una certa influenza nella nomina dei vescovi, e tutto questo allo scopo di poter davvero arrivare in quelle terre lontane. Sarebbe stata, altrimenti, una impresa improba.

Ma era parte di quella commistione tra Chiesa e Stato che – come ha spiegato il Cardinale Pietro Parolin ad Aquileia non più tardi di un mese fa – oggi sarebbe inaccettabile, ma che allora aveva dato buoni frutti.

Di certo, la Chiesa si è liberata di quell’influenza, e per questo Benedetto XVI parlò, durante il viaggio in Germania del 2011, di “provvidenziali ondate di secolarizzazione”. Feroci contro la Chiesa, è vero, ma in grado di rendere la Chiesa meno mondana.

Sono questi i temi che si devono tenere a mente leggendo il libro di Regoli e Valvo. Perché è in quel passaggio verso il Pontificato di Benedetto XV che comincia la svolta della diplomazia pontificia. Non più tesa solo alle relazioni bilaterali, ma a relazioni universali e multilaterali, che si producono nello sforzo del Papa di portare i belligeranti ad un accordo di pace. Non più soggetta ai protettorati, ma libera di lavorare sul campo, formando sacerdoti locali e creando una vera e propria evangelizzazione a partire dal basso, che portò – ad esempio – all’ordinazione dei primi vescovi cinesi sotto Pio XI.

È una svolta, rispetto a quello che è successo negli anni di Pio X. Annotano gli autori: “Appare evidente che la mens diplomatica che ha prodotto il testo del 1914 ha priorità piuttosto pastorali e di politica ecclesiastica in senso stretto”.

La Chiesa comunque guarda al mondo, anche perché è completamente isolata in Europa: la Triplice Alleanza tra Italia, Austria e Prussia obbliga a guardare alla Francia, dove però i rigurgiti anticlericali portano prima alla rottura dei rapporti bilaterali del 1904, quindi alla denuncia del concordato del 1801 con la legge sulla separazione del 1905.

Si guarda così all’altro continente: nel 1893, Leone XIII apre una delegazione apostolica negli Stati Uniti, quindi ne apre una in Canada nel 1899, mentre nelle Indie c’era già dal 1884. Nel 1905, una delegazione pontificia viene inviata in Giappone per studiare la situazione, nel 1911 una delegazione partecipa all’incoronazione di Re Giorgio V in Inghilterra, cui prende parte anche monsignor Pacelli. Quindi, viene inviata una delegazione apostolica in Australia nel 1914, mentre in quegli anni sono due le rappresentanze diplomatiche pontificie in America Latina (il Venezuela nel 1909, l’America centrale nel 1908) e una in Cina nel 1922. Nel 1904 viene inviato un visitatore apostolico in Messico e un delegato ad Haiti.

Non è un caso che l’area geografica più presente nelle relazioni del 1914 riguarda l’America Latina: vengono considerati 12 Paesi, mentre sono 7 i Paesi europei considerati, tra cui la Serbia con cui c’è stato un concordato stipulato il 24 giugno 1914 e presentato nel dettaglio al nuovo Papa.

Non è un caso che le questioni europee riguardano soprattutto la difesa degli interessi religiosi. In particolare – scrivono gli autori – “la chiave di lettura dei rapporti con la Francia passa in quel momento per la ‘pura difesa degl’interessi religiosi’, a causa dei quali la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari giustifica il mantenimento del Protettorato francese in Vicino Oriente ed Estremo Oriente”, perché questo permette di mantenere un filo legato alla Francia, e perché la Chiesa è aiutata dalla presenza francese, dato che non ha uno status giuridico in quei territori.

Eppure, la separazione del 1903 fa superare il problema delle nomine episcopali, perché “ormai il papa ordina chi vuole e può scrivere sulla bolla di nomina ciò che vuole”.

Di particolare interesse la questione del Concordato, perché la Santa Sede sa che la Serbia, stipulandolo, vuole escludere qualsiasi ingerenza austriaca e attirare gli slavi cattolici sudditi degli Asburgo, ma allo stesso tempo accetta il rischio, mostrando “come quella papale sia veramente una diplomazia sui generis, in quanto non riconducibile alle dinamiche e agli interessi propri di una potenza territoriale”.

Per quanto riguarda il Sudamerica, c’è una nunziatura in Brasile, e internunziature sono stabilite in Argentina e Cile, mentre i rappresentanti pontifici hanno carattere diplomatico in Bolivia, Colombia, Costa Rica, Honduras, Nicaragua, Perù e Venezuela.

Ma – notano gli autori - “anche in altri Paesi dove pure incombe la ‘spada di Damocle’ del patronato o di un regime di separazione tendenzialmente ostile, la diplomazia pontificia intrattiene relazioni costruttive con le autorità civili”.

L’interesse per l’America Latina era stato sviluppato già con Leone XIII, che nel 1899 aveva ospitato a Roma il primo Concilio Plenario Latino Americano, ma Pio X fa un passo oltre rispetto ai predecessori. Prima, si ricorreva sistematicamente al Concordato per promuovere un modello di Stato confessionale in cui alla religione cattolica viene assicurata una posizione di assoluto privilegio (in cambio del quale la Santa Sede, con Pio IX, si mostra generalmente pronta a riconoscere alle sue controparti il diritto di presentazione per le sedi episcopali e gli altri benefici vacanti).

Questo, però, cambia con Benedetto XV. E, in fondo, è da lì che comincia la diplomazia pontificia come la conosciamo oggi.

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