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Papa Francesco nel Baltico: le sfide 25 anni dopo Giovanni Paolo II

Papa Francesco in Estonia | Il manifesto della visita di Papa Francesco in Estonia | Andrea Gagliarducci / ACI Stampa Papa Francesco in Estonia | Il manifesto della visita di Papa Francesco in Estonia | Andrea Gagliarducci / ACI Stampa

Cosa si aspettano Lituania, Lettonia ed Estonia da Papa Francesco? Prima di tutto, che venga a ravvivare la fede nelle loro nazioni. E, soprattutto, che aiuti a terminare la transizione dal sistema sovietico. Perché è da questa transizione che dipende il futuro dei loro Paesi, colpiti, tutti, da una fortissima emigrazione. Basti pensare, a titolo di esempio, che la popolazione lituana si è in pratica dimezzata nel corso degli ultimi dieci anni.

Venticinque anni fa, l’arrivo di Giovanni Paolo II coincise con il cambio di regime.

Helena Puseep, tra gli organizzatori del viaggio del Papa polacco in Estonia nel 1993, racconta ad ACI Stampa che si è trattato di “un grande evento per noi. Stavamo per uscire dal periodo dell’Unione Sovietica, la vita era differente, e non era nemmeno sicuro che il Papa sarebbe stato in grado di visitare tutti gli Stati baltici, perché la situazione non era chiara e alcune truppe sovietiche erano ancora qui in Estonia. Ma il Papa fu molto coraggioso a venire qui”.

 

Il messaggio che lasciò il Pontefice all’Estonia fu di “non avere paura. Non avere paura di cambiare la vostra vita, di trovare un nuovo modo di vivere. Prendete la vita nelle vostre mani. Era il momento giusto di parlare con le persone, si veniva fuori da una società chiusa come era la società sovietica, e la gente stava semplicemente svegliandosi, cominciando un nuovo inizio”.

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Oggi – racconta ancora Helena Puseep - “c’è un modo differente di svegliarsi. Dobbiamo cominciare un nuovo inizio, stiamo vivendo in un’altra società e credo che sia necessario che la gente pensi quale sia il vero significato della vita, quello che dobbiamo fare oggi. Questo è il risveglio, questo è il momento cui pensarci, pensare”.

È un risveglio che parte dalla necessità di ricostruire la propria identità. Leon Taivans, storico lettone esperto del periodo sovietico, laico, ritiene che è necessario per la Lettonia guardare indietro alle sue radici cristiane.

“L’identità religiosa – spiega - è ancora il punto centrale, ma non c’è influenza religiosa. Sfortunatamente il cristianesimo sta andando fuori. E se non c’è religione, non c’è speranza”.

È un grido di dolore, in nazioni che aspettano in fondo, di essere confermate nella fede. Sia l’arcivescovo Zbignevs Stankevics di Riga che l’arcivescovo Gintaras Grusas di Vilnius parlano di un periodo di grandi cambiamenti che è avvenuto in 25 anni, e lo stesso fa il vescovo Philippe Jourdan, amministratore apostolico di Estonia.

Cosa faranno i giovani di tutta questa libertà che i loro padri fanno ancora fatica a maneggiare?

(11 – continua)

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