Il rapporto McCarrick, tra errori di valutazione e necessità di difendere la Chiesa

Pubblicato il rapporto della Santa Sede che ricostruisce cosa si sapeva delle accuse all’ex cardinale McCarrick, cosa è stato fatto e cosa no, e perché

L'ex cardinale Theodore McCarrick
Foto: US Institute of Peace. CC BY NC 20
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C’è un momento, nel rapporto McCarrick, che è rivelatore. È il 1999, e l’allora arcivescovo di Newark viene incluso nella terna da cui deve scaturire la scelta dell’arcivescovo di Washington, tra l’altro sede cardinalizia. È a quel punto che arrivano accuse, non circostanziate, sulla condotta morale di McCarrick, sul fatto che avesse in passato condiviso il letto con giovani adulti. Viene chiesto al nunzio di investigare, e non arrivano prove concrete. Comunque, Giovanni Paolo II decide di lasciar cadere la candidatura. È lo stesso McCarrick a scrivere all’allora monsignor Dziwisz, segretario del Papa, rispondendo punto per punto alle accuse. E il Papa si convince che l’ex cardinale è sincero. In fondo, ne ha visti tanti di casi del genere in Polonia, con sacerdoti accusati falsamente. E c’è anche stato, negli Stati Uniti, il caso del Cardinale Joseph Bernardin, arcivescovo di Chicago, anche lui finito ingiustamente accusato. Così, Giovanni Paolo II fa fa reintrodurre McCarrick nella terna, e viene infine scelto come arcivescovo di Washington.

È il momento decisivo della storia, ma racconta anche molto del clima che si respirava in quegli anni. Non ci sono solo le informazioni parziali, le dicerie non confermate, la mancanza di prove, le inchieste fatte in maniera superficiale. C’è, per la Chiesa, la necessità di fare giustizia, proteggere i piccoli, ma anche difendere i propri pastori dalle accuse ingiuste. E sono molte. Da qui, la decisione di Giovanni Paolo II di ignorare le accuse, di fidarsi di McCarrick. Giovanni Paolo II sarà poi quello, con il Cardinale Joseph Ratzinger prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, ad affrontare con forza lo scandalo degli abusi, e a ricalibrare un sistema che lasciava tutte le decisioni a livello locale, senza che Roma poi potesse intervenire.

Se la chiave di lettura del caso McCarrick sta in quell’episodio, c’è comunque bisogno di andarsi a leggere tutte le 461 pagine del Rapporto sulla conoscenza istituzionale e il processo decisionale della Santa Sede riguardante l’ex cardinale Theodor Edgar McCarrick (dal 1930 al 2017) per comprendere i dettagli. E questi dettagli vanno visti senza pregiudizio: non tutto viene fatto in malafede, anzi, in molti casi prevale la superficialità, un po’ guidata dall’idea che in fondo la Chiesa vada sempre difesa, un po’ influenzati dall’idea che più che la pena aiuta la misericordia – e che l’idea di giustizia fosse stata messa un po’ da parte dopo il Concilio Vaticano II era stato magistralmente spiegato da Benedetto XVI nella lettera ai cattolici di Irlanda del 2010.

La storia è presto detta: il Cardinale McCarrick, dal 2006 in pensione dall’incarico di Washington, era persona molto in vista, conosciuta e attiva in viaggi internazionali in vari luoghi, come la Cina, e per la sua straordinaria capacità di intessere relazioni e raccogliere fondi. Nel 2017 arrivano accuse circostanziate di abusi su minori, che aprono il “vaso di Pandora”: mentre subito viene fatta partire una indagine canonica, e si chiede al cardinale di evitare di esercitare il ministero episcopale in pubblico, continuano le testimonianze di rapporti perlomeno inopportuni con vari seminaristi, nonché di altri abusi su minori. McCarrick rinuncia al cardinalato nel 2018, quindi viene addirittura ridotto allo stato laicale nel 2019.

Il rapporto rappresenta invece una risposta alle accuse, rivolte anche direttamente a Papa Francesco, di aver sempre saputo della condotta del Cardinale, ma di non aver mai considerato le accuse. La storia, in realtà, nasce da molto lontano. E c’è da dire che davvero Benedetto XVI fu il primo a prendere provvedimenti, in maniera decisa, e cercando anche lui di salvaguardare l’immagine di una Chiesa scossa e messa sotto attacco.

Il rapporto nota che, fino al 2017, non c’erano mai state accuse circostanziate di abusi su minori operate da McCarrick, mentre non erano circostanziate le varie denunce anonime sulla condotta morale dell’ex arcivescovo di Washington arrivate a cardinali e alla nunziatura della Santa Sede negli Anni Novanta, considerate per questo non credibili.

Non c’erano state, invece, segnalazioni di una condotta impropria di McCarrick né durante l’indagine previa alla sua prima candidatura all’episcopato, per cui era stato considerato nel 1968, nel 1972 e nel 1977, quando viene nominato ausiliare di New York. E non ci sono segnalazioni nemmeno nelle indagini che precedono la sua nomina a vescovo di Metuchen nel 1981 e a Newark nel 1986.

Nel 1995, quando McCarrick è arcivescovo di Newark, si decide di includere una tappa nella città nell’ambito di uno dei grandi viaggio di San Giovanni Paolo II. E per questo si fa una prima indagine, guidata dal Cardinale John O’Connor, allora arcivescovo di New York. Alla fine, il Cardinale O’Connor conclude che non ci sono impedimenti alla visita.

Ma sarà proprio il Cardinale O’Connor ha dare parere negativo alla candidatura di McCarrick come arcivescovo di Washington. In una lettera del 28 ottobre 1999 indirizzata all’arcivescovo Gabriel Montalvo Rivera, allora nunzio apostolico presso gli Stati Uniti, il Cardinale O’Connor sottolinea che scegliere McCarrick per la prestigiosa sede nella capitale degli Stati Uniti sarebbe un errore. Tra l’altro, McCarrick era già stato bocciato, negli anni precedenti, sia nella corsa per il posto di arcivescovo di Chicago, sia per quello di arcivescovo di New York.

Eppure, arrivano anche pareri positivi, sostegni alla candidatura di McCarrick a Washington. Tra queste una lettera dell’arcivescovo James Michael Harvey, oggi cardinale e arciprete di San Paolo Fuori Le Mura e allora prefetto della Casa Pontificia.

Giovanni Paolo II prima dà parere negativo, anche sulla base di un memorandum inviatogli dall’arcivescovo Giovan Battista Re (oggi cardinale e decano del Collegio Cardinalizio, allora sostituto della Segreteria di Stato) in cui questi sottolinea che è sua “convinzione personale” che non sia opportuno McCarrick venga trasferito a Washington.

A quel punto, McCarrick prende carta e penna e, il 6 agosto 2000, scrive al segretario di Giovanni Paolo II, Stanislao Dziwisz. Dalla lettera si evince confidenza personale, ma anche il fatto che McCarrick abbia già scritto al segretario del Papa polacco tempo prima, quando si cominciò a parlare di una sua promozione. E A Dziwisz confuta tutte le accuse, dice che già queste sono state presentate tempo prima e che lui le ha condivise sempre con il nunzio e con il suo consiglio presbiterale. In particolare, McCarrick fa sapere di conoscere le accuse a lui rivolte dal Cardinale O’Connor. Resta la domanda: chi lo aveva informato?

Fatto sta che Giovanni Paolo II si convince a riconsiderarlo nella terna dei possibili candidati. Ed è così che McCarrick diventa arcivescovo di Washington. Ci sono molte dicerie, una denuncia specifica su di lui viene ponderata ma ignorata, perché lo stesso sacerdote che denuncia è colpevole di abusi, e nel frattempo è già montato un clima di caccia alle streghe contro la Chiesa, che è sfociato nello scandalo degli abusi negli Stati Uniti nel 2002. McCarrick, tra l’altro, si è sempre schierato per la tolleranza zero.

Quando Benedetto XVI diventa Papa, nel 2005, i rumors si moltiplicano. Benedetto XVI – si legge nei verbali della Congregazione dei Vescovi aveva accordato al Cardinale McCarrick di rimanere altri due anni alla guida dell’arcidiocesi di Washington, ma, di fronte alle nuove accuse, ne chiede rapidamente la rinuncia, che avviene nel 2006.

In questo periodo, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò è delegato per le rappresentanze pontificie, ed ha segnalato ai superiori le “gravi” informazioni sul conto di McCarrick, sempre sottolineando, però, che non ci si trovava di fronte ad accuse provate. Benedetto XVI decide di non aprire un processo canonico perché il cardinale è già dimesso dall’incarico, perché non c’erano vittime minorenni, perché lo stesso cardinale dichiara, “sul suo giuramento di vescovo”, che non ha commesso i fatti, perché le accuse si riferiscono agli anni Ottanta e non ci sono casi recenti. Si chiede, piuttosto, a McCarrick di vivere una vita ritirata. Non sono sanzioni, sono raccomandazioni che vengono date nel 2006 e nel 2008, sia oralmente che per iscritto, e che sono prontamente disattese da McCarrick. Non solo. Ad ogni sollecitudine di evitare viaggi, l’allora porporato risponde con una serie di lettere che parlano di impegni già presi, di volontà di onorarli, di voler andare a Roma perlomeno per salutare il Papa. Addirittura, McCarrick invia una lettera lamentandosi delle richieste vaticane al compianto cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago.

Nel 2012, l’arcivescovo Viganò, ormai nunzio negli Stati Uniti, si trova a fronteggiare un’altra denuncia, e il Cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi, gli chiede di indagare. Dal rapporto emerge che il nunzio non compie tutti gli accertamenti richiesti.

Il rapporto appare essere necessario per difendere Papa Francesco, accusato dallo stesso arcivescovo Viganò di sapere e di non aver fatto nulla contro McCarrick. Di certo, McCarrick continua a viaggiare, mette in atto quella che nel rapporto viene definita “diplomazia soft”, ma senza però essere mai un diplomatico nella Santa Sede, rappresenta il Catholic Relief Service (la Caritas USA) e persino il Dipartimento di Stato USA. È ritenuto comunque latore di “informazioni utili”, apprezzato fundraiser e tenuto in alta considerazione. In effetti – gli eventi precipitano solo quando viene fuori la prima, circostanziata, denuncia di abuso su un minore, nel 2017, abuso avvenuto negli Settanta.

Ed è questa la prima volta che Papa Francesco viene in contatto con il caso McCarrick, in quanto non ne aveva mai ricevuto documentazione prima, ma solo voci, e riteneva che comunque la questione si fosse esaurita negli Anni Novanta.

Il rapporto mette insieme testimonianze, denunce, materiale di archivio. È un grande affresco su come vengano prese le decisioni nella Santa Sede.

La tentazione è di pensare che con Papa Francesco, le nuove norme con il motu proprio Vos Estis, le ulteriori chiarificazioni procedurali della Congregazione della Dottrina della Fede, la abolizione del segreto pontificio per i reati di abusosi sia fatto un passo decisivo. La realtà è che questo passo era cominciato già da tempo, da quando Giovanni Paolo II, su suggerimento di Joseph Ratzinger, centralizza la gestione dei delicta graviora nella Congregazione della Dottrina della Fede, e poi con Benedetto XVI e con le sue nuove norme che permettono di meglio affrontare le denunce e ampliano i limiti della prescrizione. Tra l’altro, Papa Francesco ha sempre detto di aver seguito la strada tracciata da Benedetto XVI

Il punto è, ora, di trovare un bilanciamento tra la necessaria giustizia e la necessità di proteggere la Chiesa da attacchi ingiusti. È la ricerca di questo punto di equilibrio che ha portato anche ad alcuni errori di valutazione. La pubblicazione del rapporto, mentre dalla Polonia all’Inghilterra sono ripresi attacchi sulle colpe vere e presunte della Chiesa per aver coperto gli abusi, può rivelarsi un positivo atto di trasparenza o un boomerang per la Chiesa.

Per il Cardinale Parolin non c’era scelta. “Come traspare dalla mole del rapporto e dalla quantità di documenti e di informazioni contenuti – scrive in una dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede - ci si è mossi alla ricerca della verità”. Ma ci tiene anche a sottolineare che “dalla lettura del documento tutte le procedure, compresa quella della nomina dei vescovi, dipendono dall’impegno e dall’onestà delle persone interessate”, perché “nessuna procedura, anche la più perfezionata, è esente da errori”.

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