Riforma della Curia, Cardinale Parolin: “La Segreteria di Stato dipende dal Papa”

Il segretario di Stato vaticano, nella seconda parte della sua intervista con il gruppo ACI, parla di come la riforma della Curia impatti sul lavoro della Segreteria di Stato

Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano
Foto: Archivio ACI Group
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All’inizio del cammino di riforma, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, aveva proposto di stabilire in Segreteria di Stato un ufficio per le mediazioni pontificie. Questo ufficio, nella Praedicate Evangelium, non è previsto, ma non è detto che non si faccia in futuro, spiega il Cardinale.

In questa seconda parte dell’intervista con ACI Stampa, il Cardinale Parolin affronta anche il tema della mancanza di personale diplomatico e del ruolo della Segreteria di Stato dopo la riforma, diminuito in alcune competenze ma sempre al servizio diretto del Papa.

Anni fa, lei propose di includere un Ufficio per le Mediazioni Pontificie nella Segreteria di Stato vaticana nell’ambito delle discussioni per la riforma della Curia. Ora la riforma della Curia è stata pubblicata, ma questo ufficio non c’è. Ma in che modo potrebbe funzionare un ufficio del genere oggi, quando tutti sembrano volere le mediazioni della Santa Sede, ma poi non ascoltano? – e mi riferisco alle esperienze più recenti di mediazione in Venezuela e Nicaragua, quest’ultima conclusasi con una espulsione repentina e sconcertante del nunzio…

Non è detto che la riforma della Curia metta la parola fine all’idea di un ufficio per le mediazioni pontificie. La Curia è un organismo vivente, va avanti, ovviamente sempre seguendo le indicazioni date dal Papa. Ma quanti istituti e enti si sono aggiunti sempre dopo ogni riforma?

Il problema fondamentale per noi è quello delle risorse. C’è bisogno di risorse umane e risorse economiche. Un ufficio del genere comportava un investimento massiccio, perché la mediazione non è solo fare gesti: è un impegno serio, fatto di studio, approfondimento. E ci vuole tempo, disponibilità, mezzi. Non si è andati avanti soprattutto per questa difficoltà di reperire le risorse. Siamo, in fondo, una realtà piccola che si trova ad affrontare problemi enormi, e cerchiamo di farlo con le forze che abbiamo a disposizione.

La stessa rete diplomatica della Santa Sede sembra mancare personale, dato che ci sono 14 sedi di nunziatura vacanti in questo momento…

La crisi è più generale, ed è una crisi che riguarda le vocazioni sacerdotali e religiose, un bacino da cui si attingeva anche il personale per la diplomazia della Santa Sede. A questo livello, si può vedere come ogni anno è molto difficile trovare nuovi candidati per l’Accademia Ecclesiastica.

In un mondo sempre più secolarizzato, la diplomazia della Santa Sede ha ancora un senso?

Ha il senso della ricerca della pace, al di là degli interessi particolari. La diplomazia della Santa Sede non agisce per nessuno scopo. Non ci sono interessi di tipo economico, non ci sono interessi di tipo militare, non ci sono interessi di tipo politico. Cerchiamo di essere presenti sulla base del Vangelo e della tradizione della Chiesa, perché la Santa Sede è presente nella comunità internazionale praticamente sin dalle origini. Cerchiamo di essere presenti là dove ci sono situazioni di sofferenza, e cerchiamo di aiutare a risolvere questa sofferenza legata ai conflitti, alle contrapposizioni o agli scontri di qualsiasi natura.

Come vede il futuro della Segreteria di Stato dopo la riforma? Cambia il lavoro con la nuova Curia o resta lo stesso?

Per quanto io abbia compreso, Paolo VI aveva risolo il problema del coordinamento in maniera verticistica, stabilendo che tutto passasse per la Segreteria di Stato. Oggi, l’ottica non è più questa. Certamente la Segreteria di Stato vede diminuite alcune sue competenze, ma continuerà a svolgere il suo compito di aiuto diretto al Papa nell’esercizio del ministero petrino. La Segreteria di Stato dipende, in fondo, direttamente dal Papa.

 

(2 – continua)

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