Scisma ortodosso, quale rischio per il dialogo ecumenico?

La firma dell'accordo tra il presidente Poroshenko e il Patriarca Bartolomeo
Foto: president.gov.ua
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La notizia che il Patriarcato di Mosca lasciava la commissione congiunta cattolico – ortodossa per via della presenza nel tavolo dei rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli non ha fermato il processo verso una Chiesa Ortodossa Ucraina. Lo scorso 3 novembre, infatti, il presidente ucraino Petro Poroshenko e il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I hanno firmato ad Istanbul un accordo sulla “cooperazione e l’interazione tra l’Ucraina e il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli”.

L’accordo rappresenta un ulteriore passo avanti verso la concessione del “tomos” di autocefalia richiesto lo scorso aprile da Poroshenko al Patriarca Bartolomeo. Ed è destinato ad incrementare ancora di più il divario con Mosca. L’Ucraina, infatti, non ha una Chiesa ortodossa territoriale, ma dipende ufficialmente dal Patriarcato di Mosca, che ne nomina il metropolita.

Ma non solo. Sempre in Ucraina, ci sono poi due Chiese ortodosse, Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Kiev, stabilita nel 1992 e sotto la guida di Filaret Denisenko, e la Chiesa Ucraina Autocefala Ortodossa, sotto la guida del Primate Makarij che aveva un numero più piccolo di fedeli e parrocchie.

Queste due Chiese non erano riconosciute dalla comunione della Chiese Ortodosse. La Chiesa ortodossa è infatti costituita da un insieme di Chiese autocefale e autonome, che vivono in comunione reciproca e riconoscono un primato tra pari al Patriarcato di Costantinopoli. La richiesta di autocefalia dovrebbe portare le due chiese scismatiche ad unirsi, convocare un Sinodo ed eleggere, una volta ottenuta l’autocefalia, il primo Patriarca Ortodosso di Ucraina.

Poroshenko e Bartolomeo, con l’accordo, si impegnano a collaborare proprio per la creazione di una Chiesa ortodossa indipendente in Ucraina. Il Patriarcato ecumenico dovrebbe redigere il tomos di autocefalia e quindi consegnarlo al primate eletto.

Un accordo “storico” per il presidente Poroshenko”, mentre il Patriarca Bartolomeo ha voluto sottolineare che “proprio come le altre nazioni dei Balcani, che hanno ricevuto l’autocefalia dalla Chiesa-madre, anche gli ucraini hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto. È infatti un diritto esclusivo della Chiesa-madre quello di concedere l’autocefalia quando essa si rende necessaria, e tutte le condizioni per questa procedura si realizzano”.

La reazione di Mosca è stata tuttavia moderata: Vladimir Legojda, capo del Dipartimento Sinodale per le relazioni tra la Chiesa e la Società, ha sottolineato che l’accordo del Fanar “non significa ancora la creazione di una Chiesa ucraina indipendente.” Un commento meno duro dei precedenti, che fa pensare anche a trattative segrete per ricomporre la frattura. Una frattura in realtà molto profonda.

La storia comincia lo scorso 0 aprile, quando il presidente ucraino Petro Poroshenko ha presentato al Patriarca Bartolomeo la richiesta di costituire una Chiesa nazionale ortodossa ucraina. Bartolomeo ha riflettuto, parlato con il Patriarca Kirill di Mosca e poi avviato le pratiche per concedere il tomos (documento) di autocefalia ad una nuova Chiesa ortodossa ucraina. Un affronto, per la Chiesa di Mosca, che sottolinea come dal 1686 il Patriarcato di Costantinopoli abbia concesso al Patriarca di Mosca la facoltà di ordinare il metropolita di Kiev, facendo in pratica dell’Ucraina suo territorio canonico. Ma la decisione del Patriarcato di Costantinopoli è andata ad annullare anche questa lettera sinodale.

In pratica, Mosca ritiene quella di Costantinopoli una “invasione” del suo territorio canonico, e per questo, nelle decisioni del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa del 15 ottobre, si è deciso di rompere la comunione con Costantinopoli.

La questione è ovviamente tutta interna alla Chiesa ortodossa. Ma ha delle possibili conseguenze anche sulla Chiesa cattolica.

Dopo l’incontro con Papa Francesco dello scorso 19 ottobre, il metropolita Hilarion ha dato la notizia che la Chiesa Ortodossa Russa ha deciso di uscire dal tavolo della Commissione del Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa.

Il Patriarcato di Mosca decide, dunque, di uscire dal dialogo ecumenico, pur sottolineando di mantenere ottimi rapporti bilaterali con la Chiesa Cattolica. E lo fa a motivo della disputa con il Patriarcato di Costantinopoli sulla costituzione di una Chiesa ortodossa autocefala in Ucraina.

Così, mentre sia il Patriarcato di Mosca e il Patriarcato di Costantinopoli sviluppano ponti di dialogo su vari temi di mutuo interesse con la Chiesa cattolica, si rallenta il dialogo teologico. E questo in un momento che sembrava particolarmente favorevole.

L’ultimo documento della Commissione Mista di Dialogo Teologico Cattolico – Ortodossa era stato pubblicato dopo l’incontro di Chieti, in centro Italia, nel settembre 2016. Il documento finale si concordava che nella Chiesa del Primo Millennio veniva riconosciuto un primato alla sede di Roma, che esercitava alcune prerogative come la cooperazione del riconoscimento di un Concilio come ecumenico o la possibilità di ricevere appelli. Le prerogative erano sempre svolte in un contesto di sinodalità, vale a dire o in relazione con i vescovi delle altre sedi principali del Primo Millennio oppure insieme al Sinodo della Chiesa di Roma.

Dopo l’incontro di Chieti c’è stato un incontro del comitato di coordinamento a Leros, in Grecia, dal 5 al 9 settembre 2017. Durante l’incontro, si è deciso di stilare un documento sul tema Verso l’unità nella fede: questioni teologiche e canoniche, la cui stesura è stata affidata ad una sottocommissione di quattro membri ortodossi e quattro membri cattolici. Il documento sarà diviso in due parti: la prima definirà i frutti del dialogo già intrapreso, la seconda indicherà quali questioni teologiche e canoniche devono essere risolte per arrivare alla piena comunione eucaristica. Se ne deve discutere nella prossima riunione del Comitato di Coordinamento, prevista entro la fine del 2018.

A motivo di una disputa di “politica ecclesiastica”, il Patriarcato di Mosca ha deciso di uscire da questo tavolo. Un modo, in fondo, per fare pressione al Papa perché faccia una mediazione con Costantinopoli, senza chiederla esplicitamente. Lo stesso metropolita Hilarion ha fatto sapere, in una intervista a Russia tv 24, che non è compito del Papa mediare o entrare in faccende ortodosse. Di certo, la speranza è che il Papa prenda una posizione, ma senza dargli una particolare legittimità.

Difficile che Papa Francesco si lasci trascinare in questa querelle. Ma la mossa di Mosca indica anche che, in fondo, da Oriente, non ci si vuole appellare al Papa formalmente come un arbitro: sebbene il primato sia stato riconosciuto più volte, nessuna della Chiese ortodosse sembra voler cedere davvero qualcosa per arrivare alla piena unità.

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