Verso una Chiesa ortodossa ucraina. E un possibile scisma a Oriente

Il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I con l'arcivescovo Daniel di Pamphilon e l'arcivescovo Ilarion di Edmonton, esarchi per l'Ucraina, incontrati l'11 ottobre 2018 al Fanar
Foto: Nikos Manginas / Patriacato Ecumenico di Costantinopoli
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Non si sa ancora se la decisione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli di concedere lo status di autocefalia alla Chiesa Ortodossa Ucraina porti davvero ad uno scisma all’interno del già frammentato mondo ortodosso, o se magari una richiesta di intervento a Papa Francesco (che se ne tiene fuori) potrebbe certificare con i fatti il primato della Chiesa di Roma sulle Chiese sorelle. Ma di certo l’annuncio che questa autocefalia ci sarà susciterà reazioni dure, per quella che il Patriarcato di Mosca considera una invasione.

Serve prima di tutto comprendere in cosa consista l’oggetto del contendere. La Chiesa ortodossa orientale è un insieme di Chiese autocefale e autonome, che vivono in comunione reciproca. Primus inter pares di questa comunione è il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che è la prima della Chiese ortodosse e dell’antica pentarchia, che include Alessandria e Antiochia e Gerusalemme. Il Patriarcato di Mosca è invece il primo dei Patriarcati moderni, e quinto nella sinassi, cioè nella successione.

Non c’era, però una Chiesa Ortodossa autocefala di Ucraina. C’erano invece due Chiese ortodosse, scismatiche – cioè fuori dalla successione ufficiale – che insistevano sul territorio insieme al Patriarcato di Mosca, anche questo con una giurisdizione sul territorio ucraino.

Le altre due giurisdizioni era della Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Kiev, stabilita nel 1992 e sotto la guida di Filaret Denisenko, e la Chiesa Ucraina Autocefala Ortodossa, che aveva un numero più piccolo di fedeli e parrocchie.

Sono queste due ultime Chiese ad aver chiesto al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, attraverso il presidente Petro Poroshenko, di garantire l’autocefalia con un tomos, vale a dire un documento ufficiale che lo attesti. L’intento del presidente Poroshenko è chiaro: per cementare lo spirito nazionale, c’è bisogno di una unità di intenti, e dunque una sola Chiesa ortodossa nazionale aiuta a cementare la nazione, alle prese con un conflitto che lo stesso Papa Francesco ha definito “un conflitto dimenticato”.

Il tema è stato oggetto di un ampio dibattito, che ha toccato le relazioni tra Patriarcato Ecumenico e Patriarcato di Mosca. C’è stato un incontro il 31 agosto tra i Patriarchi Bartolomeo e Kirill, a Istanbul, e subito dopo il Patriarcato Ecumenico aveva nominato due esarchi per l’Ucraina, Daniel di Pamphilion e Ilarion di Edmonton, inviati proprio a verificare come e quando fosse possibile garantire un tomos di autocefalia.

L’11 ottobre, ad Istanbul, il patriarca Ecumenico di Costantinopoli ha comunicato la sua decisione ufficiale, al termine del Sacro Sinodo, convocato dal 9 all’11 ottobre, e alla presenza dei due esarchi per l’Ucraina.

Si è deciso – sottolinea un comunicato del Patriarcato Ecumenico – di “rinnovare la decisione già presa” di concedere l’autocefalia”, e quindi viene revocato “il vincolo giuridico della lettera sinodale dell’anno 1686, rilasciata per le circostanze dell’epoca”.

Quella lettera concesse “il diritto al Patriarca di Mosca di ordinare il Metropolita di Kiev”, seppur “proclamando e affermando la sua dipendenza canonica dalla Chiesa Madre di Costantinopoli”.

Il comunicato fa anche appello “a tutte le parti coinvolte, perché evitino l’appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà, nonché evitino qualsiasi altro atto di violenza e rappresaglia, affinché la pace e l’amore di Cristo possano prevalere”.

L’appello non viene fuori dal nulla. Si pensa che in molti lasceranno la giurisdizione del Patriarcato di Mosca per poter passare con la Chiesa Ortodossa Ucraina, portando con sé anche pezzi di proprietà. Ed è uno dei rischi paventati anche da Mosca, che, in effetti, ha già fatto sapere lo scorso 14 settembre che la decisione di Bartolomeo sulla questione ucraina rappresentava una “invasione” del loro territorio canonico.

Si attende ora la reazione di Mosca. Il Patriarca Kirill sarà a Minsk questo fine settimana, e lì si rafforzeranno i rapporti con la metropolia, che è direttamente dipendente da Mosca. Nel frattempo, il Metropolita Hilarion, capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, è atteso la prossima settimana a Roma.

Al di là delle questioni religiose, sono molti i temi politici e territoriali che si intrecciano in questo processo. E la questione non è ancora finita, se si pensa che il Patriarca Atenagora disse al metropolita Pimen, in una lettera del 24 giugno 1970, che la decisione finale dell'autocefalia deve essere appannaggio di un Sinodo che rappresenti tutti.

Tutto si gioca sulla giurisdizione del Patriarcato di Mosca. Quando questo fu stabilito, viene notato, era comunque chiamato a considerare il Patriarcato Ecumenico primo come rango. E questo giustifica il fatto che è Costantinopoli a cui ci sia appella per le autocefalie. 

Ma poi Mosca gioca la carta della giurisdizione sul territorio ucraino, secondo un dibattito che sembra più che altro di geopolitica ecclesiastica. Ripercorrere la storia è complesso, perché si tocca un periodo difficile, fatto di scismi, annessioni, rivendicazioni territoriali.

Il Patriarcato Ecumenico sostiene che il territorio ucraino è sempre stato sua giurisdizione, quello di Mosca nega, e si cercano documenti sempre più antichi per certificare i diritti dell’uno e dell’altro.

Alla fine, è solo una delle tante dispute territoriali all’interno dell’ortodossia, considerando che il Patriarcato di Antiochia è in aperta polemica con il Patriarcato di Gerusalemme per la giurisdizione del Qatar.

Ma questa disputa sembra essere più grande, si porta anche le scorie del Grande e Santo Concilio Pan-Ortodosso cui alla fine il Patriarcato di Mosca non partecipò e va a toccare anche i rapporti ecumenici con la Chiesa Cattolica.

Sia Kirill che Bartolomeo vantano ottimi rapporti con Papa Francesco, che potrebbe essere persino chiamato in causa. D’altronde, Papa Francesco ha mostrato vicinanza al Patriarcato di Mosca quando, incontrandone una delegazione guidata dal metropolita Hilarion lo scorso 30 maggio, ha ribadito che non permetterà mai che dalla Chiesa cattolica nascerà un atteggiamento di divisione, e che in Russia c’è “un solo Patriarcato, il vostro”.

Parole che sembravano anche mettere in difficoltà la Chiesa Greco Cattolica Ucraina, accusata da Mosca di spingere per una Chiesa ortodossa unita. L’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk ha chiarito la posizione della comunità da lui guidata in un incontro con Papa Francesco lo scorso 3 luglio, a seguito del quale un comunicato denso che cercava di rimettere a posto i tasselli della storia.

Per la Chiesa Greco Cattolica si tratta di una sfida pastorale. In dichiarazioni con ACI Stampa, l’arcivescovo maggiore Shevchuk ha spiegato che l’ecumenismo non è diplomazia, e sottolineato che la Chiesa Greco Cattolica avrebbe accettato qualunque iniziativa della Chiesa ortodossa in favore dell’unità, che non avrebbe preso parte al processo perché un tema che riguarda le Chiese ortodosse, e che la Chiesa Greco Cattolica Ucraina è chiamata soprattutto a dare testimonianza dell’unità.

Tema cruciale, in fondo, perché anche la più grande delle 23 Chiese sui iuris nella Chiesa cattolica potrebbe anche essere colpita dai nuovi equilibri creati da una nuova Chiesa autocefalia ortodossa.

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