Suicidio assistito, la PAV apre la questione sulla funzione dei Comitati Etici

Una nota della Pontificia Accademia per la Vita chiarisce la questione del parere favorevole di un comitato etico e della loro funzione

Cure
Foto: ChiesaCattolica.it
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I vescovi italiani sono in Assemblea plenaria e non rilasciano per ora dichiarazioni sulla vicenda del via libera al “suicidio assistito” di un tetraplegico delle Marche, da parte del Comitato etico dell’ Asur Marche. Una vicenda che si è combattuta soprattutto a livello legale e che crea un drammatico ulteriore precedente in Italia in mancanza di una legislazione. Il comitato etico dell'Asur Marche ha attestato infatti che il paziente possiede i requisiti per l'accesso legale al suicidio assistito. 

A dare una indicazione dal punto di vista delle fede è una nota della Pontificia Accademia per la Vita che si ferma a riflessioni di ordine generale considerando che ancora non sono chiari i dettagli medici e legali. 

La nota della Pontificia Accademia per la vita ricorda che “è certamente comprensibile la sofferenza determinata da una patologia così inabilitante” ma la domanda è “se la risposta più adeguata davanti a una simile provocazione sia di incoraggiare a togliersi la vita. La legittimazione “di principio” del suicidio assistito, o addirittura dell’omicidio consenziente, non pone proprio alcun interrogativo e contraddizione ad una comunità civile che considera reato grave l’omissione di soccorso, anche nei casi presumibilmente più disperati, ed è pronta a battersi contro la pena di morte, anche di fronte a reati ripugnanti?

 Confessare dolorosamente la propria eccezionale impotenza a guarire e riconoscersi il nomale potere di sopprimere, non meritano linguaggi più degni per indicare la serietà del nostro giuramento di aver cura della nostra umanità vulnerabile, sofferente, disperata? Tutto quello che riusciamo ad esprimere è la richiesta di rendere normale il gesto della nostra reciproca soppressione?

Si pone, in altri termini, l’interrogativo – almeno l’interrogativo, se non altro per non perdere l’amore e l’onore del giuramento che sta al vertice di tutte le pratiche di cura – se non siano altre le strade da percorrere per una comunità che si rende responsabile della vita di tutti i suoi membri, favorendo così la percezione in ciascuno che la propria vita è significativa e ha un valore anche per gli altri. In tale linea, la strada più convincente ci sembra quella di un accompagnamento che assuma l’insieme delle molteplici esigenze personali in queste circostanze così difficili. È la logica delle cure palliative, che anche contemplano la possibilità di sospendere tutti i trattamenti che vengano considerati sproporzionati dal paziente, nella relazione che si stabilisce con l’équipe curante.

La vicenda solleva inoltre una domanda sul ruolo dei Comitati etici territoriali. Non si può escludere che la difficoltà della risposta sia stata determinata anche dalla difficoltà di chiarire il ruolo da svolgere.

 Infatti la dizione impiegata non è quella abituale (finora si è parlato di Comitati per la sperimentazione clinica di Comitati per l’etica clinica). Del resto, nella Sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 ( "Cappato-Dj Fabo”  che prevede quattro requisiti: persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, presenza di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, soggetto pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".ndr)  si richiede un compito che non corrisponde a quanto è previsto per entrambe le tipologie finora note: si tratta di operare un giudizio vincolante di conformità della particolare situazione clinica alle quattro condizioni stabilite dalla Sentenza della Corte Costituzionale. Un compito cioè che potrebbe più adeguatamente essere svolto da un comitato tecnico (medico-legale) che verifichi la sussistenza delle condizioni prescritte. Un comitato di etica potrebbe essere più correttamente coinvolto in una consultazione previa alla decisione del paziente”.

Un documento della Dottrina della fede, Samaritanus Bonus , a settembre del 2020 offriva uno strumento pastorale ai malati e a chi li assiste. 

Nel messaggio per la Giornata della Vita dei vescovi italiani  si legge : “Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia”. 

Si tratta del primo malato in Italia a ottenere un parere favorevole suicidio medicalmente assistito, dopo la sentenza "Cappato-Dj Fabo". 

La Regione Marche ha comunque comunicato che “sarà il Tribunale di Ancona a decidere se il paziente tetraplegico di 43 anni potrà avere diritto al suicidio medicalmente assistito” e la questione riguarda le modalità e la metodica di somministrazione del farmaco letale (Tiopentale sodico), dettagli sui quali “il comitato etico ha sollevato dubbi”.  E c’è la questione dell’autosomministrazione. “Il paziente - dicono alla Regione- deve autosomministrarsi il farmaco perché deve poter decidere anche all’ultimo istante di cambiare idea”.

E lo stesso Comitato etico dell' Asur  parla di “elemento soggettivo di difficile interpretazione” per quanto riguarda le sofferenze psicologiche, inoltre viene chiarito come ci sia stata, da parte dell’uomo, “l’'indisponibilità ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa” e pone 5 punti di discussione.

La Associazione Scienza e Vita ha dichiarato che si tratta di "una sconfitta per l'esercizio della medicina, il cui plurisecolare paradigma di dedizione assoluta alla cura e all'assistenza delle persone malate, sempre in favore della vita, viene adesso sovvertito, quasi "ribaltato", includendo in quell'assistenza anche la possibilità di "dare la morte" intenzionalmente.

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