Vescovi europei, affrontare il post-pandemia con fiducia rinnovata in Cristo

Nel messaggio finale della plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, i vescovi sottolineano la necessità di centrare di nuovo sull’Eucarestia

Un momento della plenaria del CCEE, quest'anno eccezionalmente online
Foto: CCEE
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Ripartire da quella che è stata il grande assente del tempo di pandemia: l’Eucarestia. I vescovi del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, riuniti per la prima volta on line dopo il necessario annullamento della plenaria a Praga per l’emergenza COVID, guardano al mondo dopo la pandemia sottolineando che è prima di tutto necessario tornare all’Eucarestia. Ci vuole, dicono, una fiducia riscoperta in Cristo, e quindi una solidarietà rinnovata, una rete tra persone che si aiutino l’un l’altro.

Si è chiusa il 26 settembre la plenaria del CCEE, che si è snodata in questi giorni con il messaggio del Papa e l’introduzione del presidente, il Cardinale Angelo Bagnasco, il quale è sottolineato che la religione “non è una sovrastruttura o un condizionamento”. Ed è, quello del ritorno a Cristo, un tema preponderante della presidenza Bagnasco, che si concluderà il prossimo anno con un grande evento per i cinquanta anni del CCEE a Roma, alla presenza del Papa.

A guardare indietro, questa plenaria si pone in perfetta continuità con le precedenti. Alla plenaria del 2019, a Santiago i vescovi conclusero che “la vera risposta alle domande di senso è Cristo”. Al termine di quella di Poznan del 2018

sottolinearono che “la cosa più decisiva è la fedeltà a Cristo”. A Minsk, nel 2017i vescovi europei si impegnarono a far tornare la voce di Gesù in Europa.

Quello di quest’anno, al termine di una plenaria dedicata a “La Chiesa in Europa dopo la pandemia”, i presidenti delle Conferenze Episcopali di Europa si rivolgono a tutti, dalla Chiesa cattolica nel continente ai cristiani delle diverse confessioni, ai credenti di ogni religione, a tutti i cittadini europei. E lo fanno “sapendo di non avere una sapienza nostra da portare, ma la parola che Dio ha detto al mondo in Gesù Cristo, morto e risorto perché l’umanità avesse la vita eterna”.

I vescovi non danno soluzioni pratiche, ma indicano una strada, che si delinea in due parole chiave. La prima è “la fiducia riscoperta”, perché “la ragione della nostra fiducia di credenti è Cristo che ha portato la condizione umana e, attraverso la morte, ha riscattato la vita”.

“Ogni giorno – aggiungono i vescovi - Cristo è presente in mezzo a noi nell’Eucaristia, fonte della fiducia e dell’ansia apostolica e missionaria che ci invita a uscire, a andare fuori verso tutti. La mancanza dell’Eucaristia nel tempo passato è un richiamo al ritorno alla piena comunione nell’assemblea liturgica di oggi”.

La seconda parola chiave è “solidarietà rinnovata”, che sia “tra persone, popoli e nazioni, anche nella grave crisi occupazionale”. Con una certezza: “Il Signore Gesù è la solidarietà di Dio. L’esperienza universale dimostra che ogni essere umano ha bisogno degli altri, che nessuno è autosufficiente: basta un virus invisibile

per piegare l’illusione di essere ‘invincibili’.”

I vescovi si dicono anche grati a “medici, operatori sanitari, forze dell’ordine, volontari, che, sull’esempio di Cristo, hanno sostenuto le popolazioni in difficoltà, specialmente i più deboli”, e denunciano che “se la relazione fa parte della nostra cultura, allora ogni chiusura agli altri per difendere se stessi, ogni interesse individuale, fino a lucrare sulle sventure, è contro la dignità personale, contro la collettività”. In un parola, è “contro diritti umani”.

I vescovi sottolineano che “nessuno deve essere escluso”, né nella distribuzione del vaccino, né quando si arriva a parlare dei migranti, per i quali è necessario dialogare con i governanti “per difendere la vita e la dignità di ogni persona”.

I vescovi sottolineano che “la ricerca di vie solidali per l’affronto delle difficoltà” esige anche “forme concrete di espressione verso il creato”, una cura da dare perché “l’opera di Dio è data a noi come casa comune”.

È una via, ammettono i vescovi, che il Continente sta già percorrendo, e che i vescovi incoraggiano, “ricordando la sua responsabilità di fronte al mondo che

scaturisce dall’umanesimo cristiano all’origine della sua storia. La Chiesa è presente e ha messo in campo ogni forma di vicinanza e di intervento. Essa ci sarà sempre, fedele al mandato del Signore”.

I vescovi chiedono anche una soluzione pacifica in Bielorussia – l’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, presidente della Conferenza Episcopale, è ancora impedito di rientrare nel Paese – e si dicono vicini alla popolazione del Libano, guardano alle loro comunità e plaudono il lavoro fatto con altre confessioni cristiane e con altre religione in tempo di pandemia. “Anche la ripresa della vita dei credenti – sottolineano – richiederà pazienza e perseveranza”.

Tutto si supera, però, con la fede in Cristo. “Se ci saranno situazioni nuove da affrontare, forse difficoltà inaspettate, non dobbiamo temere. A noi tocca essere fedeli discepoli del Signore”, concludono i vescovi.

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