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La Chiesa e i martiri dei regimi totalitari. Una giornata per non dimenticare

La giornata si celebra nel giorno in cui fu siglato il Patto Molotov – Ribbentrop. “Nazismo e comunismo, la stessa radice del male”, afferma Sua Beatitudine Shevchuk

Giovanni Paolo II in Ucraina | Giovanni Paolo II alla Divina Liturgia di beatificazione dei martiri greco-cattolici ucraini a Lviv (Leopoli) il 27 giugno 2001 | tsn.ua Giovanni Paolo II in Ucraina | Giovanni Paolo II alla Divina Liturgia di beatificazione dei martiri greco-cattolici ucraini a Lviv (Leopoli) il 27 giugno 2001 | tsn.ua

Emilian Kowcz, sacerdote ucraino greco-cattolico, era colpevole di aiutare gli Ebrei. Morì nel campo di concentramento di Majdanek. E così successe a molti sacerdoti, morti nei campi di concentramento o per opera del regime nazista. Ma non andò loro meglio quando arrivò il regime sovietico. Perché anche in quel caso, la persecuzione fu tremenda. E provocò martiri. A centinaia.

Dal 2008, l’Unione Europea celebra il 23 agosto la Giornata Europea della memoria delle Vittime di Tutti i Regimi Totalitari e Autoritari, che era nata come Giornata Europea della Memoria per le vittime dello stalinismo e del nazismo. La data scelta è il 23 agosto, perché fu in quel giorno che fu siglato il patto Molotov – Ribbentrop. Nazisti e sovietici si spartivano Romania, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia in zone di influenza. E, in fondo, quel patto fatto con i nazisti viene mantenuto anche gli alleati. Tanto che dopo la Seconda Guerra Mondiale arriva la “cortina di ferro”, la zona di influenza sovietica dove la religione non aveva nemmeno il diritto ad esistere.

Non è un caso che, già prima della decisione dell’Unione Europea, le popolazioni di là e di qua della Cortina di Ferro avevano preso a ricordare questa data, specialmente negli Anni Ottanta, chiamandola “Giornata del Nastro Nero”. E non è un caso che fu proprio il 23 agosto del 1989, nel cinquantesimo anniversario del Patto, le popolazioni delle nazioni baltiche fecero una gigantesca catena, la Catena Baltica, formata da 2 milioni di persone che si unirono mano nella mano in un percorso di 675 chilometri, toccando Tallinn, Riga e Vilnius per chiedere l’indipendenza delle loro nazioni. Dopo pochi mesi, sarebbe poi caduto il Muro di Berlino.

Vale la pena, allora, ricordare questi martiri e le loro storie. Per l’Ucraina ci aveva pensato San Giovanni Paolo II, che a Leopoli, il 27 giugno 2001, beatificò 25 martiri, tra vescovi, sacerdoti, suore e laici, tutti cadute vittime del regime comunista. Ma c’erano anche figure straordinarie come quella Beato Kowcz, perite sotto la dominazione nazista. Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina ricorda che “tutti e due i regimi hanno la stessa radice del male, e da qui derivano le loro somiglianze. Purtroppo, il comunismo, al contrario del nazismo, non è stato condannato dalla comunità internazionale e perciò continua ad esistere nel mondo odierno”.

Che i due regimi fossero drammaticamente legati lo raccontano le storie dei martiri del silenzio. Come quella del Cardinale Josef Mindszenty, che prende il suo cognome dal suo villaggio di origine abbandonando quello di origine tedesca proprio in spregio del nazismo. O come quella Cardinale Aloizje Stepinac, che si ritrova prima a dover fare i conti con il regime degli ustascia e poi ad essere accusato di collaborazionismo in un processo farsa dei comunisti, secondo una leggenda nera che ancora ne impedisce l’avanzamento della causa di beatificazione.

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E ancora, la storia del Cardinale Jozef Beran, che passa dal campo di concentramento di Dachau e poi, dopo la Guerra, viene perseguitato dal regime comunista. E quindi la storia del Cardinale Stefan Wyszynski, che è tra coloro che partecipavano alla rivolta anti-nazista di Varsavia nel 1944 ed è poi l’eroe della libertà polacca durante gli anni del dominio sovietico. Senza contare il vescovo lituano Teofilo Matulionis, che durante l’occupazione nazista si adoperò per salvare ebrei lituani e che poi fu incarcerato e torturato dai sovietici, tanto da morire una volta scarcerato proprio a causa delle sofferenze: Papa Francesco ne ha visitato la cella a Vilnius, in quello che era il carcere del KGB.

Anche l’Ucraina ha vissuto sotto entrambi i regimi, e il beato Kowcz si affianca al metropolita Andryi Sheptytski, colui che guidò la Chiesa Greco Cattolica Ucraina durante gli Anni Trenta e Quaranta e la rese una realtà globale, ma che è anche noto per il suo lavoro in favore degli Ebrei in una Ucraina che pativa con forza le persecuzioni della Shoah: recentemente è stata trovata un’altra fossa comune con i resti di 286 ebrei.

Nell’omelia di beatificazione dei 25 martiri ucraini, Giovanni Paolo II fece anche un riferimento diretto a Sheptytsky e alla sua “eroica azione apostolica”.

“La Chiesa greco-cattolica ucraina – spiega l’arcivescovo maggiore Shevchuk – ha pagato un tributo altissimo al regime stalinista che ha dominato per decenni il nostro Paese. Nel ricordo dei nostri martiri, noi come Chiesa ci impegniamo affinché la libertà religiosa sia sempre rispettata, e nessuna Chiesa soffra mai quello che ha dovuto soffrire la nostra Chiesa, insieme alle altre confessioni cristiane, sotto il regime sovietico”.

In generale, i greco-cattolici hanno pagato duramente durante gli anni della dominazione sovietica. Di rito orientale, ma uniti a Roma, subivano le pressioni dei sovietici di farsi assorbire dalle Chiese nazionali ortodosse, oppure di essere perseguitati. Fu la sorte dei greco-cattolici di Blaj, la “piccola Roma” di Romania. Il 2 giugno 2019, papa Francesco ha celebrato la Messa di beatificazione di sette vescovi martiri, arrestati tutti lo stesso giorno e poi uccisi proprio per la loro unione con Roma. Tra questi, il Cardinale Hossu, che non venne mai a Roma a ricevere la berretta cardinalizia per non abbandonare il suo popolo.

La Slovacchia ha appena ricordato il settantesimo anniversario della “notte barbarica”, durante la quale il governo comunista attaccò brutalmente i monasteri e ne distrusse 76 in una notte. Anche lì, la Chiesa Greco Cattolica locale fu assorbita con lo pseudo-sinodo di Presov, in una operazione che solo recentemente ha visto un inizio di purificazione della memoria e di riconciliazione con le scuse da parte del presidente del Consiglio Nazionale di Slovacchia Kollar a nome dello Stato per l’abolizione della Chiesa durante il regime sovietico.

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Cristiani cattolici di rito latino e bizantino, ma anche ortodossi, si sono così ritrovati accomunati dalla persecuzione di due regimi che volevano cancellare il nome di Dio. Come successe in Bulgaria, nell’isola di Belene, un lager dove furono rinchiusi centinaia di sacerdoti ortodossi e decine di pastori protestanti e sacerdoti cattolici, suore e laici. Alcuni, al lager non sono mai arrivati, come i quattro beati cattolici: il vescovo Eugenio Bossilkov di Nicopoli e tre sacerdoti assunzionisti – Pavel Dzidzov, Kamen Vichev e Josafat Scisckov -, condannati a morte e fucilati davanti alla prigione di Sofia nella notte dell’11 novembre 1952.

“Quello che abbiamo patito sotto i regimi totalitari – sottolinea l’Arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk – è un vero e proprio ecumenismo del sangue, che ha unito tutte le confessioni cristiane nella persecuzione. È una testimonianza viva, che deve essere ricordata con gratitudine. Allo stesso tempo, questa testimonianza è un impegno affinché tutte le confessioni cristiane, un giorno, possano essere unite non a causa di un martirio, ma perché accomunati da un’unica fede, mettendo da parte ogni diatriba storica e/o politica”.