Diplomazia pontificia, dopo il viaggio di Papa Francesco in Iraq

Prime reazioni al viaggio in Iraq di Papa Francesco. Molta attività della Santa Sede nel multilaterale, con un intervento dell’arcivescovo Gallagher al Congresso sulla Prevenzione della Criminalità

Papa Francesco durante l'incontro interreligioso a Ur, 6 marzo 2021
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Il ringraziamento del presidente di Iraq, le dichiarazioni dell’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede. Ma anche il tema dell’assenza della religione ebraica tra quelle rappresentate all’incontro interreligioso nella piana di Ur. Una settimana dopo il viaggio di Papa Francesco in Iraq, si registrano le prime reazioni, le prime conseguenze del viaggio che, nelle intenzioni di Papa Francesco, doveva portare nuova speranza ai cristiani che sono chiamati a ricostruire la regione.

Nel multilaterale, si registrano tre interventi della Santa Sede, due presso le organizzazioni internazionali a Ginevra e una presso una conferenza delle Nazioni Unite a Kyoto. Papa Francesco ha nominato in questa settimana anche il nuovo nunzio in Giappone e quello in India, mentre la visita del presidente portoghese Rebelo il 12 marzo è stata importante anche per la decisione di rinviare alla Corte Costituzionale la legge sull’eutanasia licenziata dalle Camere.

                                    FOCUS PAPA FRANCESCO IN IRAQ

Dopo Papa Francesco in Iraq: il presidente Salih

Papa Francesco è stato in Iraq dal 5 all’8 marzo. La giornata del 6 marzo, in particolare, ha visto l’incontro con il Grande Ayatollah al Sistani a Najaf e poi la preghiera interreligiosa nella Piana di Ur, e verrà ricordato con una giornata nazionale dedicata alla Coesistenza, annunciata già durante il viaggio del Papa. Il 10 marzo, Barham Salih, presidente dell’Iraq, ha ringraziato Papa Francesco per la sua visita in un tweet.

“Grazie, Santità, per la sua storica visita – ha scritto Salih - è una prova del suo interesse per l’Iraq e il suo popolo, e la sua presenza fra di noi e in diverse città, il suo incontro con diversi settori del popolo è un messaggio di pace e solidarietà umana che resterà nella coscienza degli iracheni e che ci aiuterà a guarire la ferita profonda che ci ha colpito durante decenni di violenze e persecuzioni”.

Il tweet del presidente iracheno giunge in risposta a un ringraziamento di papa Francesco, in cui il pontefice esprime la propria gratitudine a Salih, al governo del Paese, ai patriarchi e ai vescovi iracheni. In precedenza, il Papa aveva scritto in un tweet: “Continuiamo a pregare per l’Iraq e per il Medio Oriente. In Iraq, nonostante la distruzione, le palme, simbolo del Paese, hanno continuato a crescere e portare frutto. Così è per la fraternità: non fa rumore, ma è fruttuosa e ci fa crescere”.

Dopo Papa Francesco in Iraq: l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede

Per Oren David, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, il viaggio di Papa Francesco in Iraq “è stato sicuramente di grande impatto e seguito in tutto il mondo. Israele è un paese multiculturale e multireligioso dove a tutti è consentito di pregare liberamente e di indossare i propri simboli religiosi ed è quindi naturale che accogliamo con favore il messaggio di Papa Francesco per la pace e la sicurezza, un messaggio forte contro la violenza e il terrorismo e in favore delle religioni che devono portare ai loro fedeli un messaggio di pace, dialogo e coesistenza”.

L’ambasciatore David ha rilasciato queste dichiarazioni al Sir, l’agenzia di stampa della Conferenza Episcopale Italiana. L’ambasciatore si è soffermato anche nell’incontro a Ur, da dove Abramo partì verso la Terra Promessa.

“Abramo – ha dichiarato l’Ambasciatore David – è figura centrale nell’ebraismo e la sua storia è raccontata nella Genesi ed è riconosciuto anche da cristiani e musulmani. Ur è la patria di Abramo e noi tutti siamo suoi figli. Questo viaggio del Papa può aiutarci a riscoprirci fratelli, a mettere da parte l’odio e l’intolleranza, soprattutto quella di matrice religiosa”.

Dopo Papa Francesco in Iraq, l’assenza degli ebrei da Ur

Non c’è stata una presenza ebraica, nell’incontro interreligioso di Ur, e gli ebrei non sono stati ricordati se non per un accenno di Papa Francesco nel suo discorso, nella preghiera e nel discorso con le autorità politiche e il Corpo Diplomatico. È stato spiegato che gli ebrei sono una piccola comunità e non hanno un punto di riferimento che poteva rappresentarli.

Ci sono però altre motivazioni. Sandro Magister ha fatto notare la contrarietà di Iraq e Iran, nazioni a maggioranza sciita, agli accordi di Abramo con cui alcuni Paesi Arabi Sunniti, dagli Emirati Arabi Uniti al Marocco, hanno stabilito relazioni con Israele.

In Iraq, d’altronde, gli ebrei sono proprio scomparsi, così pochi che a Baghdad già dal 2008 non ci sono nemmeno quei dieci maschi adulti che consentono la rituale preghiera di comunione. E questo nonostante gli ebrei si siano formati anche a Baghdad: a Baghdad nacque il pensiero ebraico post-talmudico, a Baghdad si stabilì l’attuale rituale di preghiera ebraica, come ha spiegato Vittorio Robiati Bendaud su “Formiche”.

Sia cristiani che ebrei hanno vissuto la stessa sorte in quella terra nell’ultimo secolo. Nel 1915, 800 mila cristiani assiri furono sterminati, mentre nel 1941 un pogrom fece quasi 200 morti e migliaia di feriti per gli ebrei. La nascita dello Stato di Israele creò una frattura, e l’Iraq cominciò a spopolarsi degli ebrei.

La voce degli ebrei è stata rappresentata dal rabbino David Rosen, un uomo del dialogo, che ha dichiarato ad Asia News: “Questa visita di papa Francesco si ricollega alla Dichiarazione sulla fratellanza firmata ad Abu Dhabi due anni fa: è un gesto che spero porti frutti. Dalla mia prospettiva, però, mi auguro anche che questo percorso si espanda ulteriormente, perché al momento resta ancora un’iniziativa solo tra cristiani e musulmani. Sono contento che ora coinvolga tutto il mondo islamico. Ma sarebbe altrettanto importante che questo riconoscimento di fratellanza includesse anche una rappresentanza ufficiale dell’ebraismo. E questo non solo per il legame profondo che esiste con il cristianesimo, ma anche per quanto significherebbe per l’islam. Fino a quando non ci si arriverà la Dichiarazione sulla fratellanza resterà esposta al rischio di essere male interpretata”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, il tema della libertà religiosa

Lo scorso 4 marzo, si è tenuta al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra una riunione sul Rapporto del Relatore Speciale sulla Libertà di Religione e Credo. La Santa Sede è intervenuta con l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente presso le organizzazioni internazionali di Ginevra.

Nel suo intervento, l’arcivescovo ha sottolineato che la Santa Sede “riconosce il significativo lavoro presentato nel rapporto che mette in luce situazioni di discriminazione, stigma, atti di violenza e restrizioni sul diritto di manifestare la religione di ciascuno in maniera individuale e comunitaria, spesso sperimentata da persone musulmane”.

L’arcivescovo Jurkovic ha notato che l’attuale scenario ha portato ad una crescente erosione della libertà religiosa a causa delle misure anti-COVID, e che è dunque importante che le autorità civili si impegnino “a proteggere, rispettare e difendere la libertà di religione e di credo, come la più intima dimensione della dignità della persona umana”.

La Santa Sede non ha mancato di far notare come il rapporto restringa il campo a “Odio anti-Islamico / Islamofobia”, e si è lamentata che invece non consideri il generale contesto di persecuzione di tutte le persone con fende o senza fede.

Vanno condannate certamente tutte le manifestazioni anti-religiose, ma “la decisione di limitare l’argomento ad un particolare gruppo religioso crei un problema, così come lo creerebbe “ogni legislazione o pratica che definisce un gruppo specifico sulla base, in tutto o in parte, di criteri religiosi rappresenta una forma di discriminazione subdola, e non importa quali siano gli effetti che si intende raggiungere o la reale riuscita di queste leggi e pratiche”.

La Santa Sede ha anche notato che è “profondamente preoccupante che questo rapporto, che dovrebbe difendere il diritto umano fondamentale e universale della libertà religiosa o di fede, si è focalizzato su un singolo gruppo religioso escludendo gli altri, con il rischio di polarizzare la comunità internazionale e creare più conflitto che possa ulteriormente mettere in pericolo i diritti che questo consiglio dovrebbe promuovere e proteggere”.

La Santa Sede a Ginevra, il tema dei paesi meno svilppati

l’11 marzo, la Santa Sede ha partecipato al Consiglio dell’Organizzazione Mondiale del Commercio su aspetti commerciali relativi ai diritti di proprietà intellettuale.

L’arcivescovo Jurkovic ha messo in luce come “le nazioni meno sviluppate sono il segmento più povero e debole della comunità internazionale, caratterizzato da costrizioni e molte difficoltà nel raggiungere i loro obiettivi di sviluppo”.

Si tatta di un gruppo di nazioni che “rappresenta il 13 per cent della popolazione mondiale”, e che combatte la povertà “giorno dopo giorno”, impegnandosi per “una maggiore crescita economica”.

Le sfide delle nazioni meno sviluppate sono state esacerbate dalla pandemia, che potrebbe avere anche “implicazioni a lungo termine per l’economia globale” e specialmente proprio per queste nazioni sottosviluppate.

Ad ogni modo, queste nazioni avevano già diversi problemi strutturali già prima del 2020. L’arcivescovo Jurkovic ha notato che “la gravità della situazione presente, resa sempre più evidente dalla pandemia del COVID, richiede una presa di posizione responsabile da parte della comunità internazionale”, perché “non possiamo rimanere in silenzio di fronte a tutta sofferenza”. E per questo, si chiede che i Paesi meno sviluppati non debbano rispondere a tutte le obbligazioni dei TRIPs (i brevetti sul commercio) per un periodo di dodici anni dall’entrata in vigore della decisione dell’assemblea generale di escludere un membro dalla lista delle nazioni meno sviluppate”.

L’arcivescovo Gallagher sul tema del crimine

In un video intervento diffuso lo scorso 8 marzo, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati ha sottolineato la necessità che “Stato di diritto, prevenzione dei crimini e giustizia penale vadano di pari passo".

L’arcivescovo parlava al 14esimo Congresso delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e la giustizia penale, che si tenuta a Kyoto, in Giappone, dal 7 al 12 marzo.

L’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che “implementare lo stato di diritto è essenziale per raggiungere un vero sviluppo umano integrale”. Allo stesso tempo, il “ministro degli Esteri” vaticano ha messo in luce come il crimine si alimenti “dalle ineguaglianze economiche e sociali, così come dalla corruzione, facendo vittime soprattutto tra i più vulnerabili”. Una situazione peggiorata dalla pandemia.

Allo stesso tempo, la prevenzione del crimine non deve essere ridotta alla punizione dei criminali, mentre la legge penale è chiamata ad applicare sia il principio di precauzione per prevenire “ogni incrocia sui diritti umani e le libertà fondamentali”, e il principio Pro homine, che ha lo scopo di proteggere sempre la dignità della persona umana.

La Santa Sede a New York, la tragedia degli sfollati

L'arcivescovo Gabriele Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, ha parlato l'11 marzo ad una consultazione on line del Panel di Alto Livello sugli Sfollati Interni.  

L'Osservatore della Santa Sede ha fatto tre suggerimenti per accrescere la pace e la sicurezza per gli sfollati: che gli Stati sviluppino un più chiaro sistema di responsabilità, considerando che gli sfollati interni restano all'interno dei confini nazionali e dunque hanno gli stessi diritti di altri citttadini; che ci sia una maggiore cooperazione tra i sistemi di prevenzione esistente secondo il principio che tutte le persone hanno diritto alla vita, libertà e sicurezza nella loro nazione di origine; e che gli Stati sviluppino una maggiore cooperazione con le organizzazioni di tipo religioso, che fanno un gran lavoro per gli sfollati. 

                                                FOCUS NUNZIATURE

Un nuovo “ambasciatore del Papa in Giappone

Continua il “domino” dei nunzi, mentre diverse nunziature importanti (come per esempio quella di Ucraina) sono ancora vacanti. Resta vacante anche la nunziatura in Iran, perché l’11 marzo, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Leo Boccardi nunzio apostolico in Giappone. Questi aveva servito come nunzio a Teheran dal 2013.

Classe 1953, sacerdote dal 1979, Boccardi è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1987, e ha prestato successivamente la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Uganda, Papua Nuova Guinea, Belgio, e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

Nel 2001, Boccardi è stato nominato rappresentante della Santa Sede presso varie organizzazioni internazionali con sede a Vienna, mentre nel 2007 è scelto come nunzio in Sudan e Eritrea, posizione che mantiene fino al 2013, quando è stato inviato come ambasciatore del Papa in Iran.

Dalla Terrasanta all'India: il nunzio Girelli a Nuova Delhi

Resterà vacante per un po' anche la cruciale nunziatura di Israele. Il 13 marzo, Papa Francesco ha nominato l'arcivescovo Leopoldo Girelli nunzio in India, dove prende il posto dell'arcivescovo Giambattista Diquattro, a sua volta spostato come nunzio in Brasile

L’arcivescovo Leopoldo Girelli era stato nominato nunzio di Israele e delegato apostolico di Gerusalemme e Palestina il 13 settembre 2017, nomina cui aveva aggiunto successivamente quella di nunzio apostolico a Cipro. Ha cominciato la sua missione in Terrasanta proprio nei giorni in cui il presidente USA Donald Trump annunciava il trasferimento dell'Ambasciata degli Stati Uniti in Israele a Gerusalemme.

Sembra il suo destino, trovarsi in scenari difficili. Viene dalla nunziatura di Singapore, incarico cui si aggiunse quello di rappresentante non residente della Santa Sede in Vietnam. Una nomina importante, quest’ultima, perché fu il primo rappresentante del Papa ammesso da Hanoi dal 1975, frutto di un tavolo bilaterale di incontri che punta a stringere le relazioni diplomatiche.

Nel servizio diplomatico della Santa Sede dal 1987, l'arcivescovo Girelli ha servito come segretario della nunziatura apostolica in Camerun (1987-1991) e in Nuova Zelanda (1991-1993), quindi consigliere alla Sezione Affari generali della Segretaria di Stato vaticana (1993-2001), dove si è occupato anche dei discorsi di San Giovanni Paolo II. Dal 2001 al 2006, ha servito nella nunziatura apostolica negli Stati Uniti (2001-2006).

Il 13 aprile 2006 è stato nominato arcivescovo titolare di Capri e nunzio apostolico in Indonesia, incarico cui si è aggiunto quello di nunzio apostolico a Timor Est, che ha vissuto due colpi di Stato nel corso del suo mandato. Nel 2011, era stato trasferito a Singapore.

                                               FOCUS ECUMENISMO

L'incontro tra il rappresentante di Etchmiadzin e il Cardinale Parolin

Il 10 marzo, l'arcivescovo Khajag Barsamian, che rappresenta al Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, ha incontrato il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Si è trattato di un incontro di circa un'ora, secondo un comunicato della Pontificia Legazione dell'Europa Occidentale di Etchmiadzin.

L'arcivescovo Barsamian ha portato i saluti del Catholicos Karekin II al Segretario di Stato, che ha voluto essere aggiornato della situazione in Nagorno Karabakh, in armeno Artsakh. L'arcivescovo Barsamian ha allora illustrato le attuli sfide della regione e della situazione dei prigionieri di guerra armeni, che dopo il conflitto sono ancora tenuti prigionieri dagli Azeri.

La conversazione ha riguardato anche la situazione degli sfollati armeni in Nagorno Karabakh e delle antiche chiese armene della regione, che sono siti storici. Più volte, si è notato che in Artsakh potrebbe avere luogo un genocidio culturale.  

                                                FOCUS AMBASCIATE

L’Ambasciata di Australia presso la Santa Sede nella Giornata Internazionale della donna

L’8 marzo, nella Giornata Internazionale della Donna, l’Ambasciata di Australia presso la Santa Sede ha ospitato un webinar dal titolo “Un futuro eguale nel mondo del COVID 19: campioni di cambiamento nello scegliere le sfide”.

Molte le intervenute al panel. Suor Alessandra Smerilli, economista, coordinatore della Commissione Vaticana COVID 19, ha sottolineato che la Chiesa del futuro debba essere più sinodale, e che le donne debbano contribuire sul lavoro e l’organizzazione della Chiesa, magari cambiando il concetto di leadership, da vedere come una persona che può coordinare un team e de progetti.

Suor Nathalie Becquart, neo sottosegretario del Sinodo dei Vescovi, ha invece messo in luce che c’è bisogno di una nuova mentalità”, mentre il Cardinale Mario Grech ha affermato che la nomina di Suor Becquart – che avrà diritto di voto al Sinodo – è “una pietra miliare” nel percorso di un maggiore riconoscimento delle donne in Vaticano.

Francesca Di Giovanni, la prima donna sottosegretario in Segreteria di Stato (nella nuova posizione di sottosegretario per il multilaterale, ha spiegato di come Papa Francesco abbia da subito sottolineato la necessità di “camminare insieme in spirito di solidarietà e fraternità”.

Il vescovo Paul Tighe, segretario per il Pontificio Consiglio per la Cultura, ha preso parte all’incontro, sottolineando il suo impegno perché anche nelle conferenze le donne siano pienamente rappresentate.

Catacombe di Comodilla, un aiuto dall’Azerbaigian per il restauro

La Santa Sede e la Repubblica dell'Azerbaigian hanno rinnovato il 4 marzo un accordo finalizzato al restauro e alla valorizzazione delle Catacombe di Commodilla, nel quartiere romano della Garbatella. Il programma conservativo si pone come obiettivo la valorizzazione di queste catacombe in vista di una loro apertura al pubblico.

Secondo un comunicato stampa, “l'Azerbaigian, dove il Papa Francesco si è recato nel 2016, registra una convivenza pacifica e rispettosa tra la maggioritaria religione mussulmana, i cattolici, gli ortodossi e gli ebrei ed un proficuo dialogo interreligioso”.

Grazie ad un primo finanziamento della Fondazione Heydar Aliyev, sono già state svolte le prime operazioni. Gli interventi conservativi consentiranno anche di restituire al moderno quartiere della Garbatella, tra i più vitali e dinamici della città di Roma, un monumento eccezionale.

I lavori si concentreranno nel restauro delle pitture del cubicolo e su altre due rappresentazioni collocate all’interno della «Basilichetta». Si tratta della raffigurazione dei martiri Felice e Adautto, collocata nella parete di fondo, e del dipinto murale con scena di Traditio Clavium, in cui accanto al Cristo seduto sul globo e circondato dai santi Pietro, Paolo, Stefano, Felice e Adautto, compare l’unica immagine ancora leggibile nella sua interezza della martire Merita, anch’essa venerata nel complesso cimiteriale.

Gli accordi precedenti firmati tra la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e la Fondazione Heydar Aliyev dell'Azerbaigian hanno permesso di eseguire lavori di restauro nelle catacombe romane di San Marcellino e Pietro ad Duas Lauros, iniziati nel 2012 ed inaugurati in febbraio 2016.

La fondazione Heydar Aliyev dell'Azerbaigian ha siglato altre due intese la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, per il restauro del monumento di Zeus e degli antichi amori, nella sala Sixtina del Museo Vaticano. Si sommano a tutto questo i lavori nelle catacombe di San Sebastiano fuori le Mura, nella collezione di sarcofagi, e il restauro concluso del bassorilievo nella basilica di San Pietro, dove si vede papa Leone Magno che caccia via il barbaro Attila pronto per invadere Roma.

                                                FOCUS AMERICA

Gli USA danno uno Status di protezione temporanea al Venezuela. I vescovi approvano

Con un comunicato l’8 marzo, la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha plaudito alla decisione dell’amministrazione Biden di considerare il Venezuela in uno Status di Temporanea Protezione – decisione che permette a quanti lavorano negli Stati Uniti di rimanere lì durante un periodo in cui è considerato insicuro tornare nella loro patria. Lo status è valido per 18 mesi, e può essere rinnovato.

II vescovo Mario E. Dorsonville, ausiliare di Washington e presidente del sottocomitato sulla Migrazione, e il vescovo David J. Malloy di Rockford, che guida il comitato Giustizia e Pace della Conferenza Episcopale, hanno voluto “lodare questa giusta ed umana decisione dell’amministrazione, che fornirà un necessario sollievo ai Venezuelani che già sono negli Stati Uniti”, considerando che “la situazione in Venezuela si è fortemente deteriorata nell’ultimo decennio”.

I vescovi USA notano che, se il nuovo status garantirà qualche sollievo, ci sono Venezuelani che rimangono colpiti dalle nuove situazioni, e per questo incoraggiano “l’amministrazione a lavorare per affrontare queste condizioni attraverso la diplomazia, l’assistenza umanitaria e gli forzi internazionali”.

                                                FOCUS ASIA

La presa di posizione del Cardinale Bo

Il Cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, ha visto il suo account twitter sospeso e la sua voce, molto critica sul golpe, è stata silenziata. L’arcivescovo, “con omelie e messaggi social, ha esortato le autorità a liberare i prigionieri politici, invitando tutti al dialogo e facendo appello ai manifestanti di protestare senza trascendere nella violenza”.

                                                FOCUS EUROPA

Papa Francesco e il presidente del Portogallo, i temi dell’incontro

Il 12 marzo, Marcelo Rebelo de Sousa, presidente del Portogallo rieletto nel novembre 2020, è stato in visita da Papa Francesco. A lui, il Papa ha detto di voler tornare a Fatima nel 2023, quando ci sarà la GMG di Lisbona.  

Secondo la Presidenza della Repubblica il presidente ha discusso con Papa Francisco “la situazione della pandemia e le sue conseguenze, e anche le Giornate della Gioventù a Lisbona nel 2023, il Papa ha confermato la sua ferma intenzione di essere presente, anche visitando nuovamente Fátima ”.

Già nel 2016, quando Rebelo de Sousa è stato eletto per la prima volta, ha deciso di visitare il Vaticano, sottolineando il “ruolo essenziale” della Santa Sede nel riconoscimento dell'indipendenza del Portogallo. 

“Il presidente della Repubblica portoghese – ha scritto Aurora Miguel per Ecclesia -ha parlato anche della“ visita storica ”del Papa in Iraq e delle“ prospettive che si posso no aprire ”per la pacificazione in Medio Oriente. I due leader hanno affrontato temi legati alla situazione attuale in Unione Europea, Africa e America Latina, con particolare attenzione a Mozambico e Venezuela ”.

Dopo l'incontro con il Papa, Marcelo Rebelo de Sousa ha incontrato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, accompagnato dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati.

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