Diplomazia pontificia, un amico del Papa ambasciatore e la questione Santa Sofia

Sarà Guzman Carriquiry il nuovo ambasciatore dell’Uruguay presso la Santa Sede. La presidente greca chiama Papa Francesco su Santa Sofia

Guzman Carriquiry durante un volo papale. Sarà il nuovo ambasciatore di Uruguay presso la Santa Sede
Foto: Alan Holdren / CNA
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Santa Sofia è tornata moschea, e la prima preghiera si è tenuta il 24 luglio, simbolicamente giorno in cui il Trattato di Losanna sancì la fine dell’Impero Ottomano. Papa Francesco si è detto “molto addolorato” per la scelta del governo turco all’Angelus del 12 luglio. Dopo la decisione, è proseguito il forcing diplomatico da parte di vari Paesi, in particolare la Grecia il cui presidente ha chiamato Papa Francesco.

Questi avrà un amico nel Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Guzman Carriquiry è stato infatti nominato ambasciatore di Uruguay presso la Santa Sede. Altri temi sul tavolo: le tensioni tra Armenia e Azerbaijan, la situazione in Venezuela, la questione delle migrazioni.

                                                FOCUS AMBASCIATE

Un amico di Papa Francesco ambasciatore di Uruguay

Sarà Guzman Carriquiry Lecour il nuovo ambasciatore di Uruguay presso la Santa Sede. Lo ha annunciato Francisco Bustillo, ministro degli Esteri dell’Uruguay, che ha definito Carriquiry “forse il laico più autorevole in Vaticano”.

Carriquiry, classe 1944, è entrato al servizio della Santa Sede nel 1971 e ha ricoperto vari incarichi, fino a diventare nel 2011 segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, incarico cui ha aggiunto quello di vicepresidente nel 2014.

Docente universitario, amico di Papa Francesco che, quando era cardinale, ha firmato la prefazione a due suoi libri, Carriquiry curerà ora le relazioni tra la sua nazione e la Santa Sede, facendo un percorso inverso a quello di Julio Cesar Caballero Moreno, che da ambasciatore di Bolivia presso la Santa Sede è stato nominato capufficio della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Con Papa Francesco, Carriquiry condivide il concetto di “patria grande” dell’America Latina, un concetto che è venuto dal loro comune maestro Methol Ferré.

Il segretario del Papa lancia un ospedale e un orfanotrofio al Cairo

Il 21 luglio, monsignor Ioannis Lahzi Gaid, segretario particolare di Papa Francesco, ha presentato il progetto della costruzione di un orfanotrofio e un ospedale nella “Nuova Cairo”, il nuovo quartiere della capitale egiziana. La presentazione è avvenuta presso l’ambasciata degli Emirati Arabi presso l’Italia, anche perché nasce nell’ambito del lavoro sulla fraternità iniziato con il “Documento sulla Fratellanza umana di Abu Dhabi”.

Un frutto di questo documento è l’orfanotrofio “Oasi della Pietà”, di proprietà della Chiesa copta d’Egitto, è frutto del “Documento della Fratellanza Umana” di Abu Dhabi, con l’obiettivo di aiutare i bambini senza famiglia. “Da quell’evento, che ha cambiato la storia del dialogo interreligioso, è nata l’idea di costruire un orfanotrofio che apra le porte dei bambini bisognosi senza distinzione alcuna”, ha detto monsignor Gaid.

Il “Bambino Gesù Women’s and Children’s Hospital” punta a creare una struttura pediatrica modello sul territorio egiziano, che è ancora affetto da un alto tasso di mortalità materna e infantile. L’ospedale sarà affiliato al Bambino Gesù di Roma, ed è la prima opera medico-sanitaria della Chiesa Copta Cattolica di Egitto nella Nuova Capitale Amministrativa del Cairo.

Erano presenti alla presentazione dei progetti i cardinali Angelo Becciu, Domenico Calcagno e Giuseppe Petrocchi e gli arcivescovi Fabio Dal Cin, Marcello Semeraro e Stefano Russo.

                                                FOCUS SANTA SOFIA

Santa Sofia, il presidente greco chiama Papa Francesco

Katerina Sakellaropoulou, presidente di Grecia, ha chiamato Papa Francesco lo scorso 20 luglio per discutere della decisione del governo turco di riconvertire Santa Sofia, l’antica cattedrale di Costantinopoli, in Moschea.

Santa Sofia era già stata moschea dal 1453, inizio della dominazione ottomana, fino al 1934, quando il governo di Kemal Ataturk decise di trasformarla in un museo. Il governo turco ha infine deciso di renderla di nuovo una moschea, e la prima preghiera islamica nell’antica basilica si è tenuta il 24 luglio.

Nella sua telefonata, il presidente Sakellaropoulos ha sottolineato che la decisione di Erdogan ha “profondamente angosciato quelli che credono questo simbolo della cristianità appartenga all’umanità e al suo patrimonio culturale”. La scelta, ha aggiunto la presidente, “allontana la Turchia dai valori del secolarismo e dai principi di tolleranza e pluralismo”.

Secondo la presidente greca, la decisione di Erdogan “non è un affare interno della Turchia, ma una questione più ampia che deve essere esplicitamente e inequivocabilmente condannata dalla comunità internazionale”.

Sakellaropoulos ha anche ringraziato il Papa per la sua dichiarazione di supporto e gli ha chiesto inoltre di usare tutta la sua influenza per sollevare una generale consapevolezza internazonale, in modo che la leadership turca rovesci la sua decisione e ristabilisca lo status di Santa Sofia come monumento protetto.

Secondo la presidenza greca, Papa Francesco si è mostrato d’accordo con il punto di vista della presidente e ha riconosciuto i motivi politici della decisione di Erdogan e ha promesso di continuare a portare avanti i suoi sforzi.

Altro tema di conversazione è stato l’impegno greco nel ricevere rifugiati e migranti. Papa Francesco è stato a Lesbo nel 2016, mentre si pensava che ci sarebbe stato un viaggio papale in Grecia, sui luoghi di San Paolo, già a novembre di quest’anno, come parte di un itinerario che avrebbe visto il Papa toccare anche Montenegro e Cipro. Quest’anno il viaggio non è stato possibile, mentre questo potrebbe avere luogo nel 2021. La presidente greca ha ufficialmente invitato il Papa a visitare il Paese nel 2021, anno in cui si celererà il secondo centenario della Rivoluzione Greca del 1821. Il Papa avrebbe accettato l’invito, con la riserva che le condizioni dovranno essere favorevoli al viaggio.

Sempre sulla questione Santa Sofia, è da registrare l’incontro tra l’arcivescovo Elpiphodoros di America, la massima autorità della Chiesa Greco Ortodossa negli Stati Uniti, con il presidente USA Donald Trump e il vicepresidente Mike Pence. L’incontro ha avuto luogo lo scorso 24 luglio.

L’arcivescovo ha voluto così informare la Casa Bianca di come si sviluppa la situazione intorno alla conversione di Santa Sofia in Moschea, ma l’incontro è stato anche riguardo altri temi di particolare importanza per il patriarcato, in particolare la riapertura della Scuola Teologica di Halki.

L’arcivescovo Elpiphodporos è stato accompagnato da padre Alex Karloustos, vicario generale e direttore degli Affari Pubblici della Diocesi Greco Ortodossa di America.

                                                            FOCUS CAUCASO

Armenia – Azerbaijan, la posizione della Santa Sede

All’Angelus dello scorso 19 luglio, Papa Francesco ha detto di seguire con preoccupazione “il riacuirsi delle tensioni armate nelle regioni del Caucaso, tra Armenia e Azerbaijan”, e ha chiesto l’impegno della comunità internazionale perché “si possa giungere ad una soluzione pacifica duratura”.

L’appello nasceva da una escalation al confine tra Azerbaijan e Armenia. Gli azeri hanno prima cercato di prendere una posizione in territorio armeno il 12 luglio, cui poi sono seguite varie schermaglie che hanno sfociato in veri e propri attacchi di artiglieria il 16 luglio. Secondo altre ricostruzioni sono gli armeni ad avere invece cercato di prendere posizioni vantaggiose. L'escalation ha comunque causato 16 vittime.

In una dichiarazione fatta pervenire ad ACI Stampa, l'Ambasciata dell'Azerbaijan presso la Santa Sede accusa l'Armenia di un uso strumentale degli attacchi per prendere "posizioni vantaggiose", e sostiene che il tutto si inserisce in un quadro di provocazioni alla sovranità dell'Azerbaijan, nonché in un preciso disegno che serve anche a coprire una cattiva gestione, da parte del governo, dell'emergenza COVID.

L'ambasciata di Azerbaijan presso la Santa Sede lega anche la questione ad un problema di approvvigionamento energetico. Sottolinea, nella dichiarazione, che ci sono tre oleodotti che partono da Baku (verso Soupsa; verso Tbilisi-Ceyhan; verso Tbilisi Erzurum) e questo "ha permesso a Baku di rafforzare considerevolmente la sicurezza energetica dei suoi partner nella regione, la Georgia e la Turchia".

L'ambasciata nota anche che "attualmente, con il sostegno finanziario attivo dell'Azerbaijan (che ha portato 10 miliardi su 30 miliardi complessivi di progetto) si sta realizzando il Corridoio Gazier Sud, un progetto di importanza paneuropea, un gasdotto alternativo, costituito di tre tronconi". In più "l'Azerbaijan sta per aprire alla fine di quest'anno il percorso di un gasdotto alternativo e così di sviluppare la distribuzione di gas da fonti diversi verso l'Europa, in modo da diversificare e i mezzi di trasporto del gas". 

Insomma, tutti questo sta a dimostrare - sottolinea l'ambasciata - che "non abbiamo alcun interesse nel conflitto, mentre, per mezzo di queste provocazioni, l'Armenia tenta di screditare l'Azerbaijan intanto come fornitore affidabile di gas". Inoltre, l'Azerbaijan nota che "l'Armenia non è interessata alla risoluzione di un conflitto con l'Azerbaijan" sulla questione del Nagorno Karabach. 

La Santa Sede segue con attenzione l’evolversi della vicenda. Proprio a causa delle tensioni tra Armenia e Azerbaijan, era stato deciso di non collegare la nunziatura di Tbilisi a Baku. Generalmente, il nunzio apostolico in Georgia era anche nunzio in Armenia e Azerbaijan. Nel 2018, però, Papa Francesco ha deciso di nominare nunzio in Azerbaijan l’arcivescovo Paul Fitzpatrick Russell, nunzio in Turchia e Turkmenistan.

Le tensioni riguardano la regione del Nagorno Karabach, una regione montuosa di circa 10 mila chilometri quadrati inserita nel Caucaso meridionale. 

Della questione ha parlato anche Armen Sarkissian, presidente armeno, in un incontro con il Catholicos Karekin II; Catholicos di tutti gli armeni, in una visita che ha fatto nel week end del 18 – 19 luglio alla Sede di Etchmiadzin, il “Vaticano” della Chiesa Apostolica Armena.

Durante l’incontro, Sarkissian e Karekin hanno proprio discusse delle operazioni miltari in carso, e hanno sottolineato che è stato importante e simbolico che il clero della Chiesa Apostolica in Armenia e in Diaspora “abbiano supportato e continuino a supportare l’Armenia, e a rafforzare e incoraggiare i soldati con le loro preghiere”.

Tra i temi dell’incontro, anche le relazioni con la diaspora.

In questa settimana, Vatican News in lingua armena ha pubblicato due appelli governativi armeni, da parte del presidente armeno Armen Sargsyan e del ministero degli Affari esteri. Nel suo appello, il presidente ha invitato tutte le persone nella diaspora ad aiutare finanziariamente le comunità di frontiera armene, che sostiene essere soggetti di attacchi. 

"Nonostante il fatto che siamo stati oggetto di operazioni offensive per decenni - ha scritto il presidente - i residenti delle comunità di confine dell'Armenia sono rimasti fermi sulla loro terra e sono diventati le nostre ferme guardie di frontiera". Il presidente ha aggiunto che "le comunità frontaliere rivestono un'importanza strategica per la sicurezza dell'Armenia e dell'Artsakh, pertanto il sostegno alla sicurezza, economico e sociale di tali comunità è una priorità nazionale".

Il ministero degli Affari Esteri armeno ha invece notato che "di recente, sono stati registrati casi e tentativi di violenza contro cittadini dell'Amenia e membri della comunità armena in diversi paesi del mondo. Vi sono stati anche casi di ostruzione del normale lavoro del servizio diplomatico all'estero e delle comunità armene, nonché la distruzione deliberata delle loro proprietà personali e ufficiali, che in un caso separato hanno anche minacciato la sicurezza del personale diplomatico".

Il ministero ha accusato le "istituzioni statali azere" di condurre le operazioni, e ha "condannato fermamente la pratica di incitamento agli scontri etnici in diversi paesi, che è un'altra manifestazione dell'irresponsabilità di Baku e si adatta perfettamente alla retorica e alla politica di incitamento all'ostilità tra i due popoli senza restrizioni geografiche". 

La Santa Sede chiede un impegno della comunità internazionale per risolvere definitivamente il problema che, come si può intuire dalle opposte dichiarazioni, va al di là delle mere questioni territoriali. 

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede all’OSCE: c’è contrasto tra i diritti e il modo in cui sono garantiti

La Missione della Santa Sede all’OSCE a Vienna ha partecipato alla 20esima Conferenza dell’Alleanza contro il traffico di esseri umani.

Il tema della Conferenza era “Terminare l’impunità: fare giustizia perseguendo il traffico di esseri umani”, e si è tenuta dal 20 al 22 luglio. La Santa Sede ha fatto quattro interventi, pronunciati da monsignor Joseph Grech, incaricato d’affari della missione.

Scopo e natura del traffico di esseri umani

Il 20 luglio, la Santa Sede si è concentrata su scopo e natura del problema. Sottolineando che le statistiche del traffico di esseri umani “dovrebbero renderci indignati”, perché c’è un alto numero di vittime stimate per legge, ma un basso numero di persone che sono effettivamente perseguite per questo crimine. Eppure, nota la Santa Sede, non c’è “mancanza di regolamenti innovativi e aggiornati a livello nazionale e internazionale, inclusi i trattati bilaterali e multilaterali”.

La Santa Sede, però, nota che resta sempre la domanda sull’applicazione efficace di questi strumenti, anche perché “i sistemi di giustizia non sono ben fondati”, si concentrano spesso su “pesci piccoli” piuttosto che su pesci grossi.

Il bene comune – nota la Santa Sede – richiede che l’accesso alla giustizia, alla rappresentanza politica e il riconoscimento della dignità degli altri non sono privilegio dei ricchi, ma che siano specialmente accessibili ai deboli e ai vulnerabili, e invece “l’accesso a questi diritti è oggi complesso e spesso incerto”.

La Santa Sede si appella a giudici, pubblici ministeri e altri attori nel sistema giuridico affinché sappiano cogliere “ogni opportunità per assicurarsi che le vittime siano trattate in maniera chiara, in accordo con la loro inalienabile dignità di persone e per garantire che il processo aiuti nella guarigione delle vittime”.

La Santa Sede nota anche che le misure straordinarie per il COVID 19 – tra cui la restrizione delle frontiere e la limitazione dei movimenti interni, nonché la riduzione dei servizi pubblici e sociali – “lasciano le vittime del traffico di esseri umani in condizioni ancora più disperate, perché hanno ancora meno possibilità di liberarsi o trovare aiuto.

Lavorare in maniera più intelligente per migliorare indagini e processi

Il 21 luglio, la Santa Sede ha partecipato al panel sullo sviluppo di indagini e processi. La Santa Sede nota che c’è “urgente bisogno” di una collaborazione intergovernativa, e che questo, con l’aiuto di giudici e pubblici ministeri, può “portare a cornici legali più vincolanti che combattano meglio il traffico di esseri umani a livello transnazionale”.

La Santa Sede promuove la crescita di un costante scambio di informazioni tra le forze di polizia e le reti di specialisti in traffico di esseri umani, per una migliore collaborazione internazionale.

La Santa Sede, tuttavia, crede che il successo della cooperazione arrivi solo se “la società civile e pubblica, l’accademia e il settore primati siano coinvolti per sollecitare una più grande azione governativa”, e allo stesso tempo è necessario “supportare un sistema giudiziario indipendente, specialmente quando ci si trova di fronte a crimini senza scrupoli e interessi di terze parti che non vogliono essere coinvolte in procedimenti legali”.

La Santa Sede auspica anche un coinvolgimento dei media, il cui ruolo positivo può dare un supporto nel creare consapevolezza.

Approcci centrati sulle vittime per indagini e processi

Sempre il 21 luglio, la Santa Sede è intervenuta sul panel riguardante le vittime, la cui sicurezza – spiega – “deve essere naturalmente garantita durante tutto il processo, mentre dovrebbero avere la possibilità di presentare prove, sia nelle indagini preliminari che durante il processo, con tutto il supporto necessario”.

Secondo la Santa Sede, in caso in cui le vittime non possano testimoniare di persona, dovrebbero “avere altri mezzi per dare testimonianza”, come testimonianze depositate di fronte a organizzazioni internazionali che lavorano come amicus curiae o interviste registrate.

Il punto è che “il risultato della giustizia deve essere per la vittima un senso di sollievo dalla schiavitù. Le vittime devono poter riconoscere che hanno di nuovo la possibilità di una vita degna e portatrice di diritti inalienabili. Devono anche ricevere qualche risarcimento per la sofferenza che hanno sperimentato, insieme alla possibilità di guardare avanti con speranza verso il futuro”.

La Santa Sede chiede anche la possibilità per le vittime di integrarsi pienamente nella società dove sono, e di reintegrarsi nella loro società di origine, come tra l’altro stabilito dall’OSCE.

Raccomandazioni per il futuro

Il 22 luglio, parlando delle raccomandazioni per il futuro, la Santa Sede ribadisce il bisogno di creare “un sistema legislativo che si focalizzi primariamente sulle persone e che prenda in considerazione e difenda i loro inalienabili diritti umani e le loro libertà fondamentali”.

La Santa Sede nota che “la necessità di lavorare per la creazione di questo sistema coincide con l’obiettivo degli incontri dell’Alleanza,” per la quale resta il “forte sostegno della Santa Sede”.

 

                                          FOCUS AMERICA LATINA

Venezuela, un messaggio del Cardinale Pietro Parolin

Lo scorso 22 luglio, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha ricevuto Tamara Suju, avvocato e difensore dei diritti umani venezuelano. Suju ha voluto informare il cardinale della situazione dei prigionieri politici in Venezuela. A loro il cardinale, secondo lo stesso avvocato, ha voluto mandare un messaggio. “Dio li benedica. Non perdano la speranza”, avrebbe detto il segretario di Stato vaticano, che prima di essere chiamato alla guida della diplomazia pontificia era stato, dal 2009 al 2014, nunzio in Venezuela.

L’attenzione della Santa Sede per il Paese dell’America Centrale è stata costante. Il 10 aprile 2014, Papa Francesco chiese a tutti i leader politici di non fare violenze e di rispettare verità e giustizia. L’1 marzo 2015, il Papa condannò la morte degli studenti che manifestavano pacificamente, mentre nel settembre 2015, di passaggio a Cuba, l’entourage papale fece comprendere la non opportunità di estendere un invito a Nicolas Maduro.

Il 2 dicembre 2016, la Santa Sede fece conoscere le quattro condizioni che avrebbero dovuto accompagnare un eventuale negoziato: elezioni, restaurazione dell’Assemblea Nazionale, apertura di un canale umanitario e liberazione dei prigionieri politici.

Queste condizioni non furono rispettate, e la mediazione della Santa Sede fu così ritirata perché – come spiegò Papa Francesco di ritorno dall’Egitto – l’attitudine del governo venezuelano era un “sì, sì, ma no, no”.

Il 30 aprile 2017, appena tornato dal viaggio di Egitto, Papa Francesco esortò nuovamente una “soluzione negoziata di fronte alla grave crisi umanitaria”. La Santa Sede inviò anche un rappresentante minore, ma non il nunzio, al giuramento di Maduro per il nuovo mandato presidenziale nel gennaio 2019.

La Conferenza Episcopale Venezuelana ha più volte parlato duramente del “regime di fatto” di Nicolas Maduro.

 

                                                           FOCUS AFRICA

Camerun, speranze di pace per il conflitto anglofono

Si sono tenuti la scorsa settimana presso la residenza dell’arcivescovo Jean Mbarga una serie di incontri tra i rappresentanti ufficiali del governo e i separatisti delle regioni anglofone del Camerun. Gli incontri hanno riaperto le trattative per la cessazione delle ostilità.

I separatisti si sono autoproclamati come Repubblica indipendente di Ambazonia nel 2017. Il nome della regione prende il nome da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che segnava in epoca coloniale il confine tra il Camerun francese e quello inglese. Dalla proclamazione dell’Ambazonia, ci sono stati scontri gravissimi che hanno causato oltre 3 mila morti e centinaia di migliaia di profughi.

All’incontro, secondo quanto riferito a Fides dal vescovo di Bamenda Andrew Knea, avrebbe partecipato anche Ayuk Tabe, il leader dell’Ambazonia, che è stato prelevato allo scopo dalla sua cella dove è detenuto dal dicembre 2018. Tabe ha chiesto che i militari lascino le regioni anglofone e consegnino il controllo della sicurezza alla polizia; che vengano liberati i prigionieri connessi con la questione anglofona; che sia proclamata una amnistia per i separatisti in esilio.

                                                            FOCUS EUROPA

Cardinale Lopez, è necessario un cambio di mentalità sulle migrazioni

Lo scorso 22 luglio, il Cardinale Cristobal Lopez Romero, arcivescovo di Rabat, ha partecipato in videoconferenza al VI Foro sulle Migrazioni e la Mobilità Umana organizzato dalla Commissione Episcopale delle Migrazioni della Conferenza Episcopale Spagnola e dell’Istituto Universitario di Studi per le migrazioni della Pontificia Università Comillas.

Nel suo intervento, l’arcivescovo di Rabat ha sottolineato che si deve passare “dal vedere le migrazioni come un problema a concepirle come un fenomeno che è conseguenza di problemi diversi; dal vederle come un crimine o qualcosa di illegale al concepirle come un diritto; dal vederle come un problema a concepirle come una opportunità di vivere la solidarietà e la fraternità”.

Al Foro – cui ha partecipato anche padre Fabio Baggio, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale – il cardinale Lopez ha parlato dell’esperienza della Chiesa di Marocco, lì dove “nelle parrocchie, noi stessi abbiamo accolto e assistito i migranti con cibo, denaro per pagare gli affitti, aiuti medici. Abbiamo spento alcuni focolai, ma non abbiamo potuto fare altre cose, perché noi stessi eravamo confinati”.

Spagna, presentate le memorie della Chiesa per l’anno 2018

Lo scorso 24 luglio, monsignor Luis Arguello, segretario generale della Conferenza Episcopale Spagnola, insieme a Carlos Lopez Segovia e Fernando Gimenez Barriocanal, vice segretari per gli affari generali ed economici, sono saliti alla Moncloa per presentare il Report attività della Chiesa Cattolica del 2018.

I tre si sono incontrati con Antonio Hidalgo, sottosegretario della presidenza, relazioni con le Corte e la Memoria democratica, e con Mercedes Murillo, sotto-direttore generale sulla libertà religiosa.

Durante i colloqui, si legge in una nota della Conferenza Episcopale Spagnola, sono state discusse varie questioni di interesse nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e il governo in Spagna.

I due interlocutori hanno deciso di rinviare a settembre la discussione su alcune questioni economiche, mentre i rappresentanti dei vescovi spagnoli hanno trasmesso al governo l’importanza per la Chiesa di avere libertà necessaria per l’evangelizzazione e la missione. I vescovi hanno anche resa nota la loro preoccupazione per le questioni educative e antropologiche, mentre ci sono stati punti di incontro riguardo all’analisi sulle conseguenze sociali della pandemia.

Spagna, la Santa Sede e l’inumazione di Franco

Con una breve dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede dello scorso 21 luglio, il Vaticano ha fatto sapere di non aver interferito nella questione dell’esumazione e nel trasferimento del corpo di Francisco Franco, ma di aver sempre rispettato “la legalità e le decisioni delle autorità governative e giudiziarie competenti”.

La nota è una risposta all’intervista che il premier spagnolo Pedro Sanchez aveva concesso lo scorso 8 luglio al quotidiano italiano Il Corriere della Sera. Nell’intervista, Sanchez sosteneva di aver chiesto l’intervento vaticano per riesumare il corpo di Franco dalla Valles dos Caidos. Il corpo di Franco fu riesumato nel 2019 e portato ad una tomba ad accesso limitato nel cimitero di Mingorrubio.

Lo scambio ispano-vaticano sul tema è stato ampio. Il 29 ottobre 2018, il vicepremier spagnolo Carmen Calvo ha incontrato il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Tra i temi dell’incontro, anche la traslazione delle spoglie di Francisco Franco, dittatore spagnolo dal 1939 al 1975, anno della sua morte. Fu sepolto a Los Caidos, monumento nazionale dedicato a vincitori e vinti della guerra civile spagnola (1936-1939) costruito proprio sotto il regime del generale Franco, ma lo scorso agosto il governo socialista spagnolo ha approvato un decreto che apre la strada alla riesumazione dei resti di Francisco Franco. La famiglia del dittatore, che ha guidato la Spagna per 36 anni, ha quindi espresso la volontà di portare le spoglie in uno spazio di loro proprietà nella cripta della cattedrale dell’Almudena di Madrid.

Dopo l’incontro, la Sala Stampa della Santa aveva diffuso una dichiarazione dell’allora direttore Greg Burke in cui si sottolineava che "Il cardinale Pietro Parolin non si oppone alla riesumazione di Francisco Franco, se così deciso dalle autorità competenti; ma in nessun momento si è pronunciato sul luogo di sepoltura. È vero che la signora Carmen Calvo ha espresso la sua preoccupazione per la possibile sepoltura dei resti nella cattedrale dell'Almudena, così come il suo desiderio di esplorare altre alternative, anche attraverso il dialogo con la famiglia. Il Cardinale Segretario di Stato ha ritenuto opportuna questa soluzione”.

Parole che non andavano interpretate come un appoggio, ma piuttosto come un invito al dialogo.

Persecuzione dei cristiani, l’arcivescovo Gallagher sul rapporto Truro

È un rapporto che arriva al momento giusto, come “una sveglia”, il Rapporto Truro, ovvero il rapporto stilato dal vescovo anglicano Philip Mountstephen un anno fa su commissione del ministero degli Esteri britannico. Lo ha detto l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, in una videoconferenza organizzata il 22 luglio dall’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede in occasione del primo anniversario della pubblicazione del rapporto.

Il rapporto è arrivato a considerare la persecuzione dei cristiani “quasi un genocidio”. Secondo l’arcivescovo Gallagher, la Chiesa cattolica ha fallito nel difendere i cristiani in maniera efficace “in parte perché ha storicamente accettato la persecuzione come parte della sua storia di comunità”.

“Credo – ha detto l’arcivescovo – che siamo diventati in qualche modo compiacenti di fronte alla persecuzione, abituati a vederla come un fenomeno della nostra storia comunità, e quindi qualcosa con cui vivere”.

Allo stesso modo, l’arcivescovo Gallagher ha aggiunto che “tutti sanno che la negazione della libertà religiosa è l’inizio della negazione e dell’erosione di molti altri diritti umani. È quasi la cartina di tornasole dei diritti umani”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha chiesto anche a cristiani e persone di buona volontà di “compiere uno sforzo rinnovato per sottolineare la questione della coscienza in generale, anche fuori dalla sfera religiosa.

L’arcivescovo ha poi invitato a “non sottovalutare il potere della preghiera e dell’unità del popolo di fede”.

Il rapporto Truro, di fronte a una crescita della scala di violenza contro i cristiani, ha raccomandato alla Gran Bretagna di lavorare per una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedesse a tutte le nazioni in Medio Oriente e Nord Africa di proteggere i cristiani e permettere agli osservatori delle Nazioni Unite di monitorare le misure di sicurezza. Il rapporto ha anche chiesto di cercare nuovi termini per descrivere la persecuzione dei cristiani, come per esempio cristianofobia.

Il nunzio Ventura sarà giudicato a Parigi il 10 novembre

L’arcivescovo Luigi Ventura, nunzio emerito in Francia, sarà giudicato per “aggressione sessuale” a Parigi il prossimo 10 novembre. Il nunzio è accusato da quattro uomini, ma il nunzio ha sempre negato ogni addebito.

L’arcivescovo Ventura si era dimesso lo scorso 17 dicembre, al compimento del 75esimo anno di età. Era entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1978 e ha servito nelle nunziature di Brasile, Bolivia e Regno Unito, e quindi ha servito nella sezione delle Relazioni con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana dal 1984 al 1995. È stato nominato nunzio in Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger dal 1995 al 1999nunzio in Cile dal 1999 al 2001, e nunzio in Canada dal 2001 al 2009, prima di arrivare all’incarico di nunzio in Francia.

Nel luglio 2019, la Santa Sede aveva deciso di rinunciare all’immunità di giurisdizione di cui godeva il nunzio in Francia. L’arcivescovo era stato accusato di molestie sessuali ed era già stato ascoltato “su sua richiesta” dalla polizia giudiziaria francese ad inizio ad aprile, per rispondere alle accuse di “aggressione sessuale” nei confronti di alcuni giovani adulti.

Già la decisione del nunzio di presentarsi spontaneamente di fronte alla giustizia francese ad aprile, e anche la sua disponibilità ad incontrare alcune delle presunte vittime, aveva disinnescato un potenziale conflitto diplomatico, data la richiesta francese alla Santa Sede di rinunciare all’immunità.

Il caso del nunzio era scoppiato il 24 gennaio 2019, quando la Procura della Repubblica di Parigi ha aperto una indagine per “aggressione sessuale” a carico dell’arcivescovo Ventura a seguito di una denuncia partita proprio dal Comune di Parigi.

A febbraio, un altro dipendente del comune di Parigi aveva accusato di molestie il nunzio. La Santa Sede aveva comunicato, tramite la Sala Stampa, di aver appreso “a mezzo stampa” delle denunce e di rimanere in attesa delle indagini. Ora, dopo la scelta di presentarsi spontaneamente alle autorità, la decisione di rinunciare all’immunità diplomatica, sempre in nome della trasparenza.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Libano, i patrarchi delle Chiese orientali difendono la sua neutralità come progetto di pace

Il 23 luglio, i patriarchi delle Chiese Orientali presenti in Libano si sono riuniti a Bkerké, nella sede della Chiesa Maronita, per parlare della crisi in corso. I patriarchi hanno sottolineato che la neutralità del Libano è “un progetto di pace, non di guerra”. Si legge in un comunicato diffuso al termine della riunione che si tratta di “un progetto di accordo, non di conflitto. Il Libano non può rimanere ostaggio delle tensioni. È tempo di uscire dal declino. Siamo tutti per il Libano, e il Libano è tutto per noi”.

I patriarchi hanno espresso anche attenzione nei confronti del governo e del modo in cui cercherà di restaurare la vita economica del Paese.

Da settimane, il Libano è teatro di proteste anti-governative. Nassif Hitti, ministro degli Esteri libanese, è stato in Vaticano il 7 luglio, dove ha potuto incontrare il Cardinale Parolin e l'arcivescovo Gallagher. L’attenzione della Santa Sede al Libano è stata costantePapa Francesco, lo scorso maggio, ha inviato 400 borse di studio di 200 mila dollari in Libano per sostenere la pace.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Gli ambasciatori di America Latina e Caraibi incontrano il cardinale Parolin

José Luis Alvarez, ambasciatore di Ecuador presso la Santa Sede, è anche coordinatore protempore del Gruppo di Ambasciatori di America Latina e Caraibi (GRULAC) e in quella veste ha organizzato un incontro con il Cardinale Pietro Parolin. L’incontro ha avuto luogo il 22 luglio. Nell’incontro, il Cardinale ha apprezzato la collaborazione tra i Paesi latino-americani di fronte alla sfida della pandemia del COVID 19.

 

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