Diplomazia pontificia, la visita del Cardinale Parolin in Georgia

Il capo della diplomazia vaticana termina l’anno con un viaggio in Georgia, fino ai territori occupati. Un segno di attenzione per il Paese, in attesa (forse) di una visita del Patriarca Ilia a Roma

Il Cardinale Parolin visita l'Administrative Boundary Line in Georgia, 28 dicembre 2019
Foto: FB José Bettencourt
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L’anno scorso in Iraq, quest’anno in Georgia. Il Cardinale Pietro Parolin sembra aver deciso di dedicare gli ultimi giorni dell’anno ad un fronte caldo. Inizia oggi il suo viaggio in Georgia, e inizia proprio dai territori occupati, con un gesto diplomaticamente significativo.

Tra le altre notizie della settimana: gli auguri di Natale del presidente egiziano a Papa Francesco, la visita in Vaticano del sindaco di Nazareth, la difficile situazione nella Repubblica Democratica del Congo.

Il Cardinale Parolin in Georgia

È cominciato con una visita nei territori occupati, nella cosiddetta “Administrative Boundary Line”, il viaggio del Cardinale Pietro Parolin in Georgia. Il segretario di Stato vaticano sarà in quella che era la “terra del Vello d’oro” fino al 30 novembre, in un calendario fitto che prevede anche un incontro con le realtà caritative di Georgia (Caritas Georgia ha compiuto il suo 25esimo); una visita al Patriarca ortodosso Ilia, cui Papa Francesco ha scritto recentemente auspicando una sua presenza in Vaticano per il quarantesimo della sua prima visita; vari incontri istituzionali di alto livello, in particolare quelli con il presidente e il Primo ministro

Partito nella serata del 27 dicembre, il Cardinale Parolin è arrivato in Georgia a mezzanotte e mezza di oggi e ha potuto visitare i territori occupati nella località di Gutiant Kari. Ad accompagnarlo, c’erano il metropolita Andrea di Gori e il ministro per la Riconciliazione e l’Eguaglianza civica Ketevan Tsikhelavili. Durante l’ora e mezza nella zona, il Cardinale Parolin è stato anche al campo sfollati di Tzerovani. Questo si trova a circa 20 chilometri dalla capitale Tbilisi, e ospita anche un seminario molto frequentato. Nel campo, ci sono 6500 sfollati, in pratica una intera popolazione.

Dopo questa visita, il Cardinale Parolin ha incontrato il Primo Ministro Giorgi Gakharia e poi il presidente del Parlamento di Georgia Archi Talakvadze.

Ci sarà anche un incontro con la signora Gapridanshvili, la moglie del dottor Vazha Gapindashvili. Questi è un medico condannato a un anno e nove mesi di prigione del tribunale de facto del distretto di Leningori perché aveva presto soccorsi nella zona occupata.

Al momento in cui scriviamo, il Cardinale Parolin sta presiedendo messa nella Cattedrale dell’Assunzione della Vergine di Tbilisi. Concelebranti sono il vescovo Giuseppe Pasotto, amministratore delegato del Caucaso; l’arcivescovo Rapahel Minassian, ordinario per i Cattolici di Rito Armeno nell’Europa dell’Est; il vescovo Vladimir Feket, prefetto apostolico di Azerbaidjan; il reverendo Benyamin Beth Yadgar, pastore della Chiesa Cattolica Assiro caldea di Georgia.

La Messa celebra più anniversari: il 30esimo anniversario dell’arrivo in Georgia delle Sorelle della Carità di Madre Teresa di Calcutta; il 30esimo anniversario della presenza di armeno cattolici a Javaghk; il 25esimo anniversario dello stabilimento dell’Amministrazione Cattolica di Rito Latino del Caucaso del Sud; il 25esimo anniversario della presenza dell’Arca di jean Vanier in Georgia; il 20 esimo anniversario della storica visita in Georgia di San Giovanni Paolo II; e il decimo anniversario dell’apertura dell’apertura della chiesa cattolica Assiro Caldea di Mar Shimmon Bar Sabbae.

Nella serata del 28, il Cardinale Parolin ospiterà un ricevimento ufficiale. Nella mattinata di domenica 29 dicembre, il Segretario di Stato deporrà una corona di fiori al Memoriale degli Eori morti per l’unità della Georgia. Quindi, visiterà l’università cattolica Saba Orbaliani e avrà, tra le 12 e le 14, un incontro di lavoro con il ministro degli Affari Esteri David Zalkaliani.

Tra le 15 e le 18.30 ci sarà un incontro di istituzioni cattoliche al Centro Caritas di Tbilisi, per presentare il lavoro fatto in Georgia. Il Cardinale Parolin terrà un discorso.

Infine, nella serata di sabato ci sarà un incontro con il Patriarca Ilia di Georgia: Papa Francesco non ha mai nascosto la sua particolare predilezione per Ilia, e gli ha recentemente inviato, attraverso il nunzio apostolico, una lettera in cui auspica la sua presenza in Vaticano per il 40 anni dalla sua prima, storica visita.

Il 30 dicembre, il cardinale Parolin tornerà in Italia. La delegazione ufficiale del Cardinale Parolin è composta dal Cardinale stesso; dall’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Georgia; da monsignor Visvaldas Kulbokas, officiale della Segreteria di Stato della Santa Sede; e dal monsignor Giuseppe Laternza, consigliere della nunziatura in Georgia.

Si uniranno a loro, per la visita al patriarca Ilia, il vescovo Pasotto, l’arcivescovo Minassian, il reverend Beth Yadgar.

È la prima volta che il Cardinale Parolin visita la Georgia. Nel 2008, quando la Santa Sede parlò a favour dell’integrità territoriale della Georgia in numerosi forum internazionali, il Cardinale Parolin era sottosegretario vaticano per i rapport con gli Stati.

Il viaggio del Cardinale Parolin dimostra la grande attenzione della Santa Sede nei confronti del Paese. Lo scorso anno, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, era stato in visita nel Paese. Papa Francesco era stato in Georgia nel 2016.

                                                PAPA FRANCESCO

Papa Francesco ha incontrato il sindaco di Nazareth prima di Natale

Lo scorso 22 dicembre, Ali Sallam, sindaco di Nazareth, è stato ricevuto in udienza private da Papa Francesco. Tra i temi del colloquio, la situazione politica di Israele, l’importanza di Nazareth per la cristianità e soprattutto di una possibile seconda visita in Israele di Papa Francesco.

Per quanto riguarda Nazareth, Sallam e il Papa hanno parlato del modo migliore di promuovere Nazareth nel turismo cristiano. Il sindaco della città ha promosso l’idea di intitolare una delle strade principali a San Francesco, e ha invitato il Papa a tornare in Israele in modo da poter essere presente alla cerimonia di inaugurazione della “rinominata” strada.

Il sindaco ha parlato anche dell’idea della costruzione della prima università della città. Sul tavolo, anche il tema del conflitto israelo-palestinese: Papa Francesco ha promesso di fare tutto ciò che è in suo potere per aiutare i colloqui di pace.

Al termine dell’udienza, Sallam ha donato a Papa Francesco le chiavi della città, un certificate di residenza onoraria e una maglietta della squadra di calico della città con il numero 33, gli anni di Cristo.

Papa Francesco ha dato, da parte sua, un medaglione e la dichiarazione sulla Fraternità Umana che ha firmato insieme al Grande Imam di al Azhar Ahmed el Tayyb.

Papa Francesco è stato in Israele nel 2014, diventando così il quarto Papa a visitare Israele, in una visita definite come “pellegrinaggio in Terra Santa. In quell’occasione, Papa Francesco ha visitato il Museo dell’Olocausto di Yad Washem, il muro del Pianto e la Chiesa del Santo Sepolcro. Tra gli incontri instituzioanli ci furono quello con l’allora presidente israeliano Shimon Peres e con il primo ministro palestinese Benjamin Nethanyahu.

Papa Francesco riceve una telefonata dal presidente di Egitto per gli auguri di natale

Il Presidente dell'Egitto, Abdel-Fattah El-Sisi, si ha telefonato a Papa Francesco per gli auguri in occasione della Solennità del Natale e per il Capodanno. Il Presidente, nel corso della conversazione, ha sottolineato l'apprezzamento dell'Egitto per tutti i leader religiosi del mondo e in modo speciale per il Pontefice e per i suoi collaboratori della Santa Sede. El-Sisi  al tempo stesso ha osservato la necessità di lavorare tutti insieme e sempre in favore della convivenza pacifica, della libertà di culto e del rispetto reciproco. Da parte sua, Papa Francesco, secondo Bassam Rady, portavoce ufficiale della presidenza egiziana, ha messo l'accento sul bisogno della coesistenza pacifica di tutte le religioni, sulla collaborazione concreta e sulla pace.

                                                LIBERTÀ RELIGIOSA

Rapporto sulla Libertà Religiosa USA, quali sono le nazioni che destano più preoccupazioni

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha di nuovo selezionato un gruppo di nazioni come “nazioni che destano particolare preoccupazione” sotto la legge di Libertà religiosa internazionale del 1998. Questi Stati sono finiti nella lista per “aver messo in atto o tollerato sistematiche, continue e forti violenze di libertà religiosa”.

Le nazioni selezionate di nuovo sono Tajikistan, Turkmenistan, Cina, Eritrea, Iran, Myanmar, Corea del Nord, Pakistan ed Arabia Saudita.

Sempre parlando di Asia Centrale, l’Uzbekistan è nella lista degli osservati speciali. La lista è una categoria create nel 2006. Fanno parte della lista (ed è un ritorno) anche Isole Comore e Russia, nonché Cuba, Nicaragua, Nigeria e Sudan.

Il Dipartimento di Stato USA, nel rilasciare la lista, ha sottolineato con forza che “nessuna nazione, entità o individuo dovrebbe potere perseguitare persone di fede senza prendersi le proprie responsabilità. Abbiamo agito e continueremo a farlo.

Il governo USA ha comunque rinunciato a imporre sanzioni.

Soddisfazione da parte della Commissione USA per la Libertà religiosa internazionale. Questa, conosciuta come USCIRF, è un ente federale indipendente e bipartisan chiamato a monitorare lo stato della libertà religiosa nel mondo per fare raccomandazioni politiche a presidenti, segretario di Stato e Congresso.

Nessuna sanzione, dunque, nonostante questo sia preso in considerazione della legge. Gli USA possono evitare di imporre sanzioni se ci sono alcune condizioni.

Il Tajikistan è nella lista dal 2016, e il Turkmenistan dal 2014. L’Uzbekistan è stato nella ista delle nazioni a grande preoccupazione dal 2006 al 2018, e ora è uscita da quella lista ed è passata in quella degli osservatici speciali dal 2018.

Nel rapporto annuale del 2019 pubblicato nell’aprile 2019, l’USCIRF raccomandava di includere nuovamente nella lista Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, mentre – per quanto riguardava l’Uzbekistan, l’USCIRF notava che “mentre le condizioni della libertà religiosa in Uzbekistan hanno sperimentato un trend positive, restano serie preoccupazioni”, con riferimento particolare alle migliaia di prigionieri politici che sono ancora dietro le sbarre, mentre quelli rilasciati del governo non sono stati ancora riabilitati. Inoltre, gruppi cristiani, come i battisti e i testimoni di Geova, affrontano restrizioni e difficoltà nelle registrazioni.

                                                FOCUS AFRICA

La situazione in Repubblica Democratica del Congo

Lo scorso 19 dicembre, è stato rinnovato il mandato della MONUSCO, la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo. Il mandato è stato rinnovato con sullo sfondo controversie e scontri nelle regioni insecure dell’Est, oggetto tra l’altro di una menzione di Papa Francesco nell’urbi et orbi del giorno di Natale.

Al rinnovo del mandato, la diocesi di Butembo Beni ha rilasciato una nota, intitolato “Appello urgente sulla situazione di sicurezza della diocesi di Beni”.

Nella lettera, la Commissione Giustizia e Pace Diocesana testimonia le atrocità imposte alle popolazioni locali, e denuncia un piano di balcanizzazion che mira a far colonizzare la parte orientale del Paese da una popolazione alloctona, a danno degli indigeni.

Questi fatti persistono nonostante la presenza della missione più importante delle Nazioni Unite, fatto che ha portato la Chiesa cattolica a sollevare una serie di domande non solo sul ruolo dei peacemaker nel Paese, ma anche sul mandato stesso della MONUSCO. La Chiesa locale resta perplessa sull’efficacia della missione di fronte alle manifestazioni violente recentemente scoppiate a Nord Kivu, che hanno fatto seguito ad una ondata di omicidi a Beni, sintomatico anche di una insoddisfazione della popolazione nei confronti di MONUSCO.

La Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Butembo Beni lancia anche il sospetto che gli stessi scontri nella zona orientale del Paese siano stati al limite consentiti dalla missione, dato che la MONUSCO non ha agito sul terreno.

“Il fatto – scrive la commissione – che nessun autore dei crimini commessi nella Repubblica Democratica del Congo sia portato alla corte per un processo per richiesta stessa della MONUSCO è percepito dalla popolazione come un segno della sua complicità nei massacre perpetrati nella parte orientale del Paese”.

Ancora, la commissione afferma che “MONUSCO ha brillato per una passività sospetta che non esclude la complicità ai massimi livelli dei suoi organizzatori.

I vescovi sospettano anche che la MONUSCO abbia una chiara consapevolezza di chi sono i perpetuatori dei delitti.

Scrive la commissione che Leilla Zerrougni, rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, “aveva dichiarato apertamente che era necessario trovare una soluzione negoziata alla questione dei masscri di Beni. Quando la popolazione ha espresso il suo interesso per questo punto di vista, non perché volessero negoziare con i responsabili dei massacre, ma perché volevano conoscere la loro identità, non hanno mai più parlato della questione. Ciò significa che MONUSCO li conosce, ma sacrificherebbe la popolazione per ragioni che conosce”.

Secondo la commissione, il piano di balcanizzazione della regione è stata portata avanti con la corruzione delle forze armate da parte degli invasori, con un sospetto molto forte sul Rwanda. È a causa di queste infiltrazioni – sostengono ancora I vescovi – che “le operazioni edll’esercito sono difficili, al punto che il nemico gioca ad assaltare l’esercito”. La diocesi cheide “al sistema giudiziario Congolese e alla Corte Penale Internazionale di utilizzare i rapporti citando alcune autorità military nel settore per renderli disponibili ai tribunal competenti.

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