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Diplomazia Pontificia, il viaggio di Gallagher in Georgia

Arcivescovo Gallagher | L'arcivescovo Gallagher visita il villaggio di Khurvaleti, in Georgia | Nunziatura di Georgia Arcivescovo Gallagher | L'arcivescovo Gallagher visita il villaggio di Khurvaleti, in Georgia | Nunziatura di Georgia

È arrivato fino al confine dei territori occupati, ha tenuto una conferenza sulla diplomazia pontificia, ha incontrato le autorità: due anni dopo la visita di Papa Francesco, nel centenario della dichiarazione di indipendenza della nazione, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, è stato in Georgia per una serie di incontri di alto livello.

Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher in Georgia è il culmine di una settimana diplomatica che ha visto anche una serie di interventi della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York, mentre i vescovi della COMECE hanno commerato il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale durante la loro plenaria.

Gallagher in Georgia: l’incontro con il ministro degli Esteri

Sono stati molti gli incontri istituzionali della visita dell’arcivescovo Gallagher in Georgia. Il 22 ottobre, l’arcivescovo Gallagher si è incontrato con David Zalkaliani, ministro degli Affari Esteri. È stato il primo di una serie di meetings, che ha visto il “ministro degli Esteri vaticano” impegnato durante tutta la settimana. Tra gli appuntamenti, quello con il presidente della Repubblica, del Primo Ministro e del Presidente del Parlamento, nonché una visita al Patriarca Ilia II di Georgia.

Nell’incontro con il ministro Zalkaliani, l’arcivescovo Gallagher ha rimarcato il fatto che la Santa Sede ha riconosciuto subito la rinnovata indipendenza della Georgia seguita al collasso dell’Unione Sovietica, tanto che fu “uno dei primi 10 Stati ad aprire una rappresentanza pontificia a Tbilisi”, continuando a seguire con interesse gli eventi della Georgia, fino al conflitto di 10 anni fa che causò alla Georgia la perdita di controllo della regione di Skhinvali e di Abkhazia.

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La Santa Sede – ha detto l’arcivescovo Gallagher – non può che esprimere “rincrescimento per le sofferenze delle popolazioni colpite, specialmente per gli sfollati, e per le dannose conseguenze che ogni conflitto porta con sé alla pacifica coesistenza tra le nazioni, che hanno il diritto di vivere in armonia e pace.

Nell’incontro con il ministro degli Esteri, l’arcivescovo Gallagher ha anche rimarcato che la posizione della Santa Sede sul territorio e i confini della Georgia resta immutata.

Gallagher in Georgia: l’incontro con il Primo Ministro

Il 22 ottobre, l’arcivescovo Gallagher si è incontrato con il Primo Ministro Mamuka Bakthadze. I due, secondo un comunicato della Presidenza del Consiglio Georgiana, hanno parlato di come rafforzare la “produttiva cooperazione tra Georgia e Vaticano e migliorare i legami culturali che durano da secoli”. Bakthadze ha anche ringraziato il Vaticano per il supporto all’integrità territoriale e sovranità georgiana.

Il riferimento è alla posizione della Santa Sede sul secondo conflitto dell’Ossezia del Sud, avvenuto nell’agosto 2008, che viene anche definito al prima guerra europea del XXI secolo. Il conflitto, che si è concluso con il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, ha provocato 192 mila sfollati, e 20272 di loro erano ancora in questa condizione nel 2014.

Gallagher in Georgia: l’incontro con il presidente della Camera

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Irakli Kobakhidze, presidente della Camera di Georgia, ha invece ricevuto l’arcivescovo Gallagher il 23 settembre. Secondo un comunicato della Camera georgiana, l’arcivescovo ha sottolineato l’importanza della Georgia come di una anziana nazione cristiana nella cultura europea, e ha affermato che la Chiesa supporta l’integrazione europea della nazione. Si è parlato anche dei territori occupati, delle relazioni tra Georgia e Russia e dell’approccio pragmatico sul tema da parte del governo georgiano.

Gallagher in Georgia: la visita ai territori occupati

Tra le tappe della visita del segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, anche la visita al villaggio Khurvaleti, situato alla linea di occupazione tra Georgia e la regione di Tskhinvali in Ossezia del Sud. Parlando con le persone locali, l’arcivescovo Gallagher ha ricevuto informazioni riguardo la “grave situazione umanitaria” nei territori occupati. L’arcivescovo Gallagher ha anche commemorato i caduti per la Georgia a Tbilisi.

Gallagher in Georgia: la lecture sulla diplomazia Pontificia

Il 23 ottobre, l’arcivescovo Gallagher ha tenuto una lectio magistralis all’università statale Ivane Javakhishvili, sul tema “La diplomazia della Santa Sede e il suo impegno per la Pace e la dignità della persona umana, con particolare attenzione alla regione del Caucaso.

L’arcivescovo Gallagher ha ricordato l’occasione del suo viaggio, e cioè il centenario della dichiarazione di indipendenza del 1918, il “primo e profondo respiro” di indipendenza dei georgiani prima dell’invasione sovietica del 1921, tanto che la libertà si poté respirare di nuovo solo negli anni Novanta del secolo scorso “dopo la caduta del nuovo impero, sorto sulle ceneri di quello precedente”.

L’arcivescovo Gallagher ha rimarcato anche il ruolo delle personalità cattoliche nel Paese, prima di sottolineare il ruolo della diplomazia pontificia.

La diplomazia della Santa Sede è – ha sottolineato il “ministro degli Esteri” vaticano – “una diplomazia di pace”, e questo “risulta dalla stessa natura che è profondamente radicata al servizio della causa” di ogni uomo e “di tutto l’uomo, senza discriminazione e differenze”, secondo una “visione religiosa e cristiana, priva di interessi di parte, di sopraffazioni, vendette, aggressioni e ricatti”.

Concretamente “la diplomazia pontificia non ha interessi di potere, né politico, né economico, né ideologico”, e non è “una diplomazia come quelle dei singoli Stati che curano gli interessi proprio, quelli politici, economici, militari, territoriali, ideologici, di influenze, alleanze e promozione della propria cultura, arte, cucina ecc.”

Si tratta piuttosto di “una diplomazia della Chiesa universale”, che “non è legata ad uno Stato civile” e quindi “non dipende di alcun potere temporale”, considerando che la sua base territoriale, lo Stato di Città del Vaticano, è “uno Stato funzionale, che esiste a conveniente garanzia della libertà della Sede Apostolica e come mezzo per assicurare l’indipendenza reale e visibile del Romano Pontefice nell’esercizio della sua missione nel mondo”.

Tutto questo – ha notato l’arcivescovo Gallagher – permette alla Santa Sede di “rappresentare agli uni le ragioni degli altri”, attuando “un tentativo umanamente difficile, ma evangelicamente imprescindibile affinché mondi vicini tornino a dialogare e cessino di farsi dilaniare dall’odio prima ancora che dalle bombe”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha messo in luce la quantità e le diverse tipologie di conflitti nel mondo, una “generalizzata conflittualità” che sfocia nella “terza guerra mondiale a pezzi” di cui parla spesso Papa Francesco. Conflitti sostenuti spesso da “flussi di denaro” che alimentano il traffico di armi, le quali “rendono possibili i conflitti”, e lì dove ci sono conflitti ci sono le conseguenze, che sono “profughi, distruzioni, povertà, fame, regresso, facendo sì che nei territori interessati non vi potrà essere né ordine, né sviluppo, né pace”.

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La Santa Sede sostiene dunque “una diplomazia che deve riscoprire il ruolo di portatrice della solidarietà”, che sia “vettore di dialogo, di cooperazione e riconciliazione”, che siano una alternativa alle armi e che subentrino alle “rivendicazioni reciproche”.

Mettendo l’uomo al centro – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher – “la diplomazia pontificia cerca di perseguire la propria vocazione di elevarsi sopra ogni particolarismo e di parlare ad ogni persona che ha a cuore la ricerca della pace”, inviando un “messaggio universale al mondo intero” la cui “imparzialità è particolarmente apprezzata da diversi attori della politica nazionale”.

Il 70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ha ricordato l’arcivescovo, ha dato l’occasione alla Santa Sede di ribadire che “la persona umana è fondamento di ogni diritto”. “La Chiesa – ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano – non può fare a meno di tutelare la dignità di ogni persona umana, perché è insita nella stessa visione religiosa cristiana, secondo la quale Dio stesso ha insignito la persona della dignità e ha chiesto di rispettarla”.

L’arcivescovo Gallagher ha messo in luce che questo impegno per l’uomo non si limita al rispetto dei suoi “diritti civili e politici”, ma anche a quelli “economici, sociali e culturali”, tutelando la persona umana “in tutte le sue dimensioni” secondo il concetto di sviluppo integrale dell’uomo, che significa sia attenzione prioritaria a tutte le persone in situazioni di debolezza, sia “sviluppo di tutto l’uomo, cioè dell’uomo in tutte le dimensioni che lo costituiscono”.

Sono molte le sfide che la Santa Sede affronta in questo contesto, a partire dal “fenomeno delle persistenti e gravi violazioni dei diritti umani che si registrano in diverse parti del mondo”, considerando invece che “se si partisse dal riconoscere che i miei diritti e i diritti dell’altro sono interconnessi e interdipendenti, potrebbe aprirsi un cammino per eliminare questa enorme sfida del tempo odierno”.

Per quanto riguarda la Georgia, l’arcivescovo Gallagher ha ricordato che la Santa Sede ha da sempre dato attenzione ai Paesi dell’Est europeo usciti dal comunismo, dopo che per anni non c’erano state relazioni con i Paesi del blocco sovietico.

In Georgia nel periodo sovietico era rimasta aperta solo la chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo a Tbilisi, per dare una parvenza “di libertà religiosa”, e quindi la ricostituzione della Chiesa dopo settant’anni di dominio sovietico è stato duro e complicato.

Le vicende del Caucaso – ha aggiunto il ministro per i Rapporti con gli Stati vaticano – ha sempre guardato con sollecitudine le vicende politiche del Caucaso, ha tenuto aperto il dialogo ecumenico con il Patriarcato ortodosso di Georgia che è sfociato nella storica visita di Ilia II a Giovanni Paolo II il 6 giugno 1980, e ha riconosciuto subito l’indipendenza della Georgia, divenendo tra i primi dieci stati ad aprire una rappresentanza a Tbilisi e, già il 24 maggio 1992, allacciava relazioni diplomatiche con la Georgia, oltre che con Armenia, Azerbaigian e Moldova.

L’arcivescovo Gallagher ha ricordato le celebrazioni del 25esimo anniversario dell’allacciamento di relazioni diplomatiche, ma ha anche sottolineato che le relazioni tra Santa Sede e Georgia risalgono a tempi antichi, perché in Georgia la tradizione cristiana ha trovato radici sin dai primi secoli della cristianità, e ci sono moltissime testimonianze sulle relazioni tra i Papi e i Re georgiani, nonché la corrispondenza tra il Catholicos Kyrion I e San Gregorio Magno nel VII secolo, mentre i rapporti si sono intensificati dal XIII secolo, con le missioni di francescani, domenicani, gesuiti, teatini, cappuccini.

Relazioni che sono durate per secoli, con interruzioni “dovute alle vicende storiche quando la Georgia perdeva la propria sovranità”, mentre la Santa Sede rappresenta un po’ la madre dei tre riti latino, armeno, caldeo che si trovano sul territorio, e sono ormai 25 anni che c’è l’Amministrazione Apostolica del Caucaso, che dal 2011 ha potuto anche acquisire personalità giuridica pubblica. Compie 25 anni il prossimo anno anche Caritas Georgia, il cui operato è “ben visibile nella società georgiana”, e che è stata attiva sin dai primi anni di indipendenza, con un impegno umanitario duranto anche nel tempo della guerra del 2008.

Tra i vari anniversari, c’è anche il decimo anniversario del conflitto subito dalla Georgia nell’Ossezia del Sud, conflitto sul quale anche Benedetto XVI si era pronunciato con due interventi al termine di due Angelus nel 2008.

L’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che “a distanza di 10 anni e dopo oltre 40 sessioni dei colloqui di Ginevra, numerose questioni in ambito politico e umanitario rimangono irrisolte”, mentre “non hanno trovato piena applicazione le ripetute risoluzioni dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, dedicate al tema degli sfollati e dei rifugiati”.

Sono molte le attività di scambio, diverse le visite ufficiali in Vaticano dei presidenti della Repubblica, molti gli scambi culturali. Relazioni che si inseriscono nel grande impegno per la pace della diplomazia pontificia.

La Santa Sede all’ONU di New York: il tema del disarmo nucleare

Settimana di vari interventi, per la Missione della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York,

Il 22 ottobre, si è tenuta una sessione del Primo Comitato della 73esima Sessione dell’Assemblea Generale sul tema del “Disarmo Nucleare”. La Santa Sede si è molto impegnata sul disarmo, tanto da partecipare alle votazioni e ratificare tra le prime il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari.

Nell’intervento del 22 ottobre, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede, ha detto che “una guerra nucleare sarebbe catastrofica al di là di ogni immaginazione”, e perciò l’esistenza di 14 mila armi nucleari nel mondo rappresenta una delle più grandi sfide morali del tempo.

Il nunzio ha ricordato che già nel 1943 la Santa Sede si opponeva alle armi nucleari, posizione che continua oggi, tanto che Papa Francesco ha condannato sia la minaccia di utilizzare l’arsenale nucleare sia il loro mutuo sospetto.

L’arcivescovo Auza ha denunciato che gli Stati in possesso di armi nucleari non hanno rispettato fino in fondo i loro obblighi legali di promuovere negoziati in buona fede per l’eliminazione delle armi nucleari, dato che il Trattato di non Proliferazione Nucleare ha ormai 50 anni e non è stata fatta nessuna negoziazione per il disarmo nucleare.

La Santa Sede all’ONU di New York: no alla corsa agli armamenti spaziali

Il 24 ottobre, la Santa Sede è intervenuta al dibattito sulla “Prevenzione alla Corsa agli armamenti spaziali”.

L’arcivescovo Auza ha sottolineato che è difficile oggi identificare progressi recenti sul tema del disarmo, e richiamato al Trattato del 1967 che sottolineava come “tutte le esplorazioni e uso dello spazio e dei corpi celesti come la luna sarebbero stati portati avanti per il beneficio e l’interesse di tutte le nazioni e per prevenire il collocamento di armi nucleari o di distruzione di massa nello spazio”.

L’arcivescovo Auza ha detto che è importante, piuttosto, utilizzare l’osservazione dallo spazio per monitorare le attività sulla terra, e in particolare verificare se si stia davvero effettuando una riduzione delle armi nucleari, e ha lodato il lavoro della Commissione ONU per il disarmo, che “può dissuadere gli Stati dal sentirsi obbligati nel competere nella “corsa alle armi”, chiedendosi piuttosto se non sia arrivato il tempo di stabilire “una Agenzia Internazionale di Monitoraggio Satellitare”, sottolineando come si debba considerare anche l’idea di tenere zone franche intorno ad oggetti spaziali.

La Santa Sede all’ONU di New York: la cooperazione internazionale nello spazio

La sessione del 25 ottobre è stata dedicata alla cooperazione internazionale nello spazio, e l’arcivescovo Auza ha detto che “negli ultimi sessanta anni, mentre alcuni hanno utilizzato lo spazio per scopi militari, lo spazio è stato comunque usato prevalentemente per attività pacifiche, come osservazioni meteorologiche, comunicazioni, navigazione ed esplorazione scientifica”. L’arcivescovo ha sottolineato la necessità di “regole stradali” per prevenire nuovi veicoli spaziali che collidano con altri già nello spazio e per una eventuale sicura disposizione degli oggetti una volta che il loro scopo è stato definito, e ha enfatizzato che la Stazione Spaziale Internazionale è un modello di cooperazione.

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York: il ruolo delle donne

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dedicato lo scorso 25 ottobre un dibattito al tema “Donne, pace e sicurezza”. L’arcivescovo Bernardito Auza ha rimarcato, nel suo intervento, che quando alle donne viene data l’abilità di condividere i loro doni, la società si trasforma in meglio.

“La capacità delle donne di ascoltare, accogliere e aprire la loro generosità agli altri, di prendersi cura degli altri e di promuovere legami famigliari e fraterni fa il mondo più tenero e vivibile per tutti,” ha detto l’Osservatore Permanente della Santa Sede.

Secondo il nunzio, le donne devono avere uguale partecipazione e pieno coinvolgimento nell’impegno per la pace, la sicurezza e la politica. L’arcivescovo Auza ha quindi condannato l’uso della violenza sessuale contro donne e ragazze come armi di guerra e chiesto attenzione alle attività delle religiose donne nel difendere questi continui conflitti ed emergenze umanitarie.

L’arcivescovo ha quindi aggiunto che “donne e bambini in emergenza umanitaria devo ricevere accesso a servizi sanitari di base, e servizi essenziali di ostetricia, sanità e sicurezza alimentare”, mentre i servizi per l’aborto sono da considerare “totalmente inaccettabili”, perché “l’aiuto umanitario dovrebbe salvare vite, piuttosto che operare contro il diritto alla vita, e le situazioni di emergenza non possono essere usate come una scusa per discriminare e terminare le vite dei più giovani membri della famiglia umana”.

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York: risposta globale all’innalzamento del livello del mare

Sempre il 25 ottobre, c’è stato il Rapporto della Commissione di Legge Internazionale. In particolare, la Anta Sede ha notato la necessità di una risposta globale alla questione della crescita del livello del mare, secondo una ecologia integrale che possa bilanciare gli ecosistemi marini e costali e gli uomini e le donne che fanno affidamento su questi microsistemi.

La Commissione Internazionale ha deciso di considerare la questione dell’innalzamento del livello del mare a livello di legge del mare, di responsabilità statali, diritti umani e migrazione umana, incoraggiando in particolare di rendere prioritario il tema della protezione legale di migranti e persone sfollate. Scelta, questa, ben accolta dalla Santa Sede, in quanto “andrebbe a coprire una lacuna nella legge internazionale e a meglio preparare Stati, comunità coinvolte e comunità internazionale ad affrontare il tema.

Commissione Europea, incontro ad alto livello sul futuro dell’Europa con Chiese e associazioni religiose

Si è tenuto ai primi di ottobre un incontro di alto livello della Commissione Europea con rappresentanti delle principali Chiese e associazioni e comunità religiose d’Europa. Tema dell’incontro era “Il Futuro dell’Europa: affrontare le sfide con azioni concrete”. Ne ha parlato su SettimanaNews il vescovo Mariano Crociata, di Latina, primo vicepresidente della COMECE.

Il vescovo Crociata ha sottolineato che le diverse religioni e confessioni hanno superato “le preoccupazioni di parte per concentrare l’attenzione sull’Europa come bene di tutti”, e messo in luce come l’articolo 17 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea sia stato richiamato “solo per mostrare in atto una comunicazione aperta, trasparente e regolare che rispecchia il riconoscimento del posto delle religioni nell’Europa dei popoli e delle nazioni, e del bene reciproco che rappresenta il loro rapporto con l’Unione”.

Questa chiamata alla responsabilità europea, spiega il vescovo Crociata, nasce dalla situazione delicata che vive l’Europa, perché si è cominciato a pensare che l’Unione possa anche non esistere più, mentre c’è preoccupazione per come si sta evolvendo la società, anche sulla spinta di movimenti populisti e nazionalisti, che fanno tra l’altro a volte appello alla tradizione cristiana, “piegandola ad altri fini”, accettandone “alcune parti” ed escludendone altre, tradendo così “il suo spirito più autentico”.

L’inquietudine per il futuro, dice il vescovo Crociata, tocca vari ambiti: dalla questione ecologica, al modo in cui il mondo del lavoro sarà impattato dagli sviluppi tecnologiche, fino all’evoluzione del mondo della comunicazione chiede “il bisogno di riprendere il controllo del proprio destino”, impresa difficile.

Non è più aggirabile – sottolinea il vescovo di Latina – la questione dell’identità, ed è allarmante – aggiunge “che si stia perdendo di vista che, anche solo sul piano economico, è insieme che si prospera e che il rispetto delle minoranze è una sorta di originario principio ispiratore, mentre la disomogeneità nell’applicazione dei diritti si rivela una contraddizione che indebolisce dall’interno il senso proprio del valore stesso della democrazia e dei diritti umani, e insidia la maturità della coscienza europea e la certezza dei principi su cui si fonda la sua storia e la sua identità molto più delle presunte minacce esterne”.

Il vescovo Crociata nota anche il problema della distanza “tra istituzioni e popoli europei”, e richiama ad una “capacità alta della politica” che dovrebbe “mostrarsi in una visione e una iniziativa di respiro internazionale”, che dia un peso maggiore all’Unione nell’arena internazionale, cosa che aiuterebbe anche a gestire la crisi migratoria.

E questo può essere realizzato soprattutto attraverso una “risorsa unica nel suo genere” che è data dalla religione e dalle confessioni cristiane, che sono “fattore determinante di coesione sociale perché convinte della bontà e necessità del progetto di una unione tra i popoli e le nazioni europee”.

Si sente il bisogno di “unire le forze”, considerando che “un contributo nevralgico” può avvenire nel campo dell’educazione, dato che – sottolinea il vescovo Crociata – “le comunità religiose di fatto si trovano a svolgere un compito educativo non soltanto su temi e in ambiti strettamente religiosi, ma, per la natura stessa della fede e dell’esperienza religiosa, esse tendono a plasmare tutta la persona umana, accompagnandola in maniera particolare nella fase iniziale, e come tale determinante,

della sua formazione”.

Il tema si connette alla questione migratoria, perché “una delle esigenze di più grande urgenza e di maggiore impatto è trovare il giusto equilibrio tra rispetto delle identità culturali e religiose ed elaborazione delle relazioni e delle condizioni di convivenza”, e quindi “bisogna imparare a conoscere cultura e sensibilità religiosa di chi arriva da noi e cercare di far conoscere e capire il nostro mondo e il nostro stile di vita e di pensiero a chi arriva da fuori dei nostri Paesi e del nostro continente. Solo così si potrà imparare a vivere e a costruire insieme”.

Il vescovo Crociata parla delle questioni specifiche date dalla presenza islamica, lanciando l’idea di formare un Islam europeo.

Un tema che pone il problema della multiculturalità, e per questo proprio la scuola “svolge un compito insostituibile, proprio per il meticciato sociale germinale che riesce a creare e la naturalezza del processo di integrazione che è in grado di innescare”.

La plenaria della COMECE nel ricordo della I Guerra Mondiale

Si è tenuta ad Ypres, nella Fiandre, dal 24 al 26 ottobe l’assemblea plenaria autunnale della COMECE, la Commissione delle Conferenze Episcopali Europee. I vescovi hanno reso omaggio a tutte le vittime della Grande Guerra (1914 – 1918), in una delle città dove c’è stata una delle battaglie più sanguinose.

I vescovi della COMECE hanno soprattutto discusso delle prossime elezioni europee previste a mggio 2019, e hanno dialogato con Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea, con il negoziatore dell’Unione europea per la Brexit, Michel Barnier, con Luca Jahier, presidente del Comitato economico e sociale europeo e con Christopher Glück, presidente dei Giovani Federalisti Europei. 

L’appello USA: “La Chiesa sia protetta in Nicaragua”

“La Chiesa deve essere protetta in Nicaragua”, perché la situazione che vive lì è “inaccettabile”: lo ha detto Samuel D. Browmback, ambasciatore per la libertà religiosa del Dipartimento di Stato delle Nazioni Unite.

Brownback ha detto che un membro del suo team ha visitato il Nicaragua, riportando che le chiese vengano attaccate da simpatizzanti di Ortega. La questione del Nicaragua è stata anche oggetto di una telefonata tra il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, e il vicepresidente USA Mike Pence lo scorso 10 agosto.

La Chiesa Cattolica ha giocato un ruolo centrale nella crisi nicaraguense dal 18 aprile, e i vescovi sono stati chiamati come mediatori al “Dialogo Nazionale” che poi si è concluso a luglio, mentre i vescovi cominciavano a subire attacchi. Nel dialogo, i vescovi hanno proposto al presidente Ortega di anticipare al marzo del 2019 le elezioni già fissate per il 2021, cosa che ha suscitato la reazione del presidente, che li ha definiti “golpisti”.

Rapporti Cina – Vaticano

Parlando a margine di un concerto di musica lirica organizzato dal Governatorato dello Stato di Città del Vaticano e l’organizzazione Chinese Attendees of Academic Exchange on Religion and Culture”, Liu Ruigi, capo del gruppo di ricerca cinese, ha affermato che “Vaticano e Cina vogliono continuare a laorare soprattutto sul piano dello scambio culturale” dopo l’accordo sulla nomina dei vescovi, e per questo il presidente Xi Jinping vorreb incontrare Papa Francesco.

Il concerto è parte di un programma dei Musei Vaticani, che hanno in programma ora di esporre nella Città Proibita, il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing, mentre contestualmente opere cinesi saranno esposti nei Musei Vaticani.

È parte, questa, di una serie di iniziative che mirano a riavvicinare Vaticano e Cina, e che coinvolgono anche la Pontificia Accademia delle Scienze.

C’è comunque preoccupazione, perché, a poche settimane dall’accordo, il santuario di Nostra Signora dei Sette Dolori a Dongergou (Shanxi), e del santuario di Nostra Signora della beatitudine conosciuta anche come “Nostra Signora della Montagna” ad Anlong (Guizhou) sono stati distrutti dalle autorità cinesi.

Papa Francesco scrive al presidente del Messico

Papa Francesco ha inviato ad Andres Manuel Lopez Obrador, presidente eletto del Messico, una lettera come risposta all’invito di partecipare agli incontri per la pacificazione nazionale.

La lettera è stata inviata il 18 ottobre, ed è stata letta dall’arcivescovo Franco Coppola, nunzio apostolico, nell’incontro all’Archivio Generale della Nazione. Nella lettera, il Papa definisce il Messi come una terra rigata da migliaia di vittime innocenti, e ha offerto la costante disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare a iniziative dirette ad avere cammini di pace stabili e in favore della conciliazione nel Paese.

Papa Francesco ha anche chiesto maggiore impegno nel “riconoscere l’altro, sanare ferite, costruire ponti, stringere rapporti di mutuo aiuto”, e sottolineato che il Messico ha bisogno della partecipazione di tutti per aprirsi al futuro con speranza.