Diplomazia pontificia, le notizie dal Baltico, una chiesa in Turchia

Dopo aver presentato le credenziali alla presidenza lituana, l'arcivescovo Rajic viene nominato anche nunzio in Estonia e Lettonia. In Turchia, viene costruita la prima chiesa cristiana dai tempi di Ataturk

Gli arcivescovi luterano Vanags e cattolico Stankevics, insieme al pastore battista di Lettonia, incontranto il presidente Levits lo scorso 1 agosto
Foto: Facebook Janis Vanags
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Vengono dal Baltico e dalla Turchia le principali notizie della diplomazia pontificia della settimana. I vescovi delle confessioni cristiane di Lettonia si sono incontrati con il nuovo presidente, mentre arriva finalmente la nomina del nunzio in Lettonia ed Estonia. In Turchia, da segnalare la costruzione di una chiesa assira, la prima chiesa cristiana costruita nella Turchia moderna.

Lettonia, le Chiese incontrano il nuovo presidente

Lo scorso 1 agosto, i rappresentanti di quattro confessioni cristiane della Lettonia hanno incontrato il nuovo presidente Egilu Levits. Erano presenti: l’arcivescovo Zbignevs Stankevics di Riga, l’arcivescovo luterano della città Janis Vanags, il metropolita ortodosso e il vescovo della Chiesa Battista Kaspars Sterns.

L’arcivescovo Stankevics ha sottolineato che durante l’incontro si è discusso “dell’attualità e anche della collaborazione tra lo Stato e le confessioni religiose”.

L’incontro è durato circa mezzora, e si è parlato anche di una buona legge che regoli i diritti delle organizzazioni religiose, la riforma dei contenuti dell’educazione, della cooperazione tra Stato e Chiesa per la preservazione della cultura e la promozione della storia, sull’emergenza democratica, sulla situazione dei cristiani nei vari Paesi europei.

L’arcivescovo luterano Vanags si è detto “lieto che il presidente fosse stato preparato con cura e ben informato sugli argomenti che abbiamo proposto”.

Il presidente Levits è stato eletto dal Parlamento lo scorso 29 maggio. Ha vinto su una terna di candidati, e ha preso il posto di Raimonds Vejonis, che ha concluso il suo mandato e ha deciso di non ricandidarsi. Vejonis era stato in visita di congedo da Papa Francesco lo scorso 25 aprile.

Le Chiese cristiane, in Lettonia, hanno una buona relazione e spesso parlano ad una sola voce. È successo, per esempio, quando hanno chiesto al Parlamento lettone di non ratificare la convenzione di Istanbul, che rischiava di includere il gender all’interno dell’educazione. La Lettonia è stata tra i Paesi che non hanno ratificato la convenzione.

Il nuovo nunzio di Lettonia ed Estonia

Era stato già nominato nunzio in Lituania, e lo scorso 10 luglio aveva presentato le sue lettere credenziali al presidente uscente Dalia Grybauskaitė. Ora, l’arcivescovo Peter Rajic ha completato i suoi incarichi con la nomina ad “ambasciatore del Papa” in Lettonia ed Estonia. La notizia è dello scorso 6 agosto.

Le tre rappresentanze sono da sempre unite, sebbene la nunziatura abbia sede a Vilnius, in Lituania. Generalmente, dopo la nomina alla nunziatura “centrale”, si attende il gradimento degli altri governi. Nel caso dell’arcivescovo Rajic, l’arrivo in Lituania doveva essere velocizzato anche per un altro motivo.

L’arcivescovo Rajic ha infatti presentato le credenziali appena due giorni prima che si insediasse il nuovo presidente lituano Gitanas Nauseda. Da quando Papa Francesco aveva trasferito il precedente nunzio Pedro Lopez Quintana in Austria, decano del corpo diplomatico in Lituania era diventato l’ambasciatore russo, come ambasciatore con maggiore anzianità di servizio. Data la recente tensione tra Russia e Lituania, avere come decano l’ambasciatore russo non sarebbe stata la situazione migliore.

Per questo motivo, la Santa Sede ha lievemente anticipato la nomina del nunzio, che è stato ricevuto immediatamente per la presentazione delle lettere credenziali. Per tradizione stabilita nel Congresso di Vienna del 1814-1815, il rappresentante della Santa Sede ha infatti sempre diritto di decananza nel corpo diplomatico.

I rapporti diplomatici tra Santa Sede e Lettonia sono molto buoni, anche grazie al lavoro della Chiesa locale, che vive una ottima relazione ecumenica con le Chiese protestanti ed è protagonista di molte iniziative (si era persino pensato di creare una facoltà ecumenica presso l’Università Statale).

Fu il legato apostolico Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI, a negoziare il primo concordato tra Lettonia e Santa Sede nel marzo 1920, mentre il 10 giugno di quell’anno la Santa Sede riconobbe la Lettonia de iureIl concordato fu firmato il 30 maggio 1922 e ad ottobre arrivò il primo amministratore apostolico, l’arcivescovo Antonino Zecchini.

La Lettonia nominò il primo ambasciatore presso la Santa Sede nel 1925: era Hermanis Albats, al tempo segretario generale del Ministero degli Affari Esteri. Il nunzio Antonino Arata successe all’arcivescovo Zecchini, morto nel 1935. Ma nel 1940, le relazioni diplomatiche furono unilateralmente interrotte dall’Unione Sovietica, che aveva illegalmente incorporato il territorio della nazione. La Santa Sede non riconobbe mai l’annessione.

Nel concistoro del 2 febbraio 1983, Giovanni Paolo II creò cardinale Julijans Vaivods, che fu il primo cardinale proveniente dall’Unione Sovietica. Quando nel 1991 la Lettonia riconquistò l’indipendenza, la Santa Sede riconobbe subito il nuovo Stato e già ad ottobre furono ripristinate le relazioni diplomatiche. Alla nomina del nunzio Justo Mullor Garcia fece seguito nel 1993 la nomina di Aija Odina come ambasciatore presso la Santa Sede.

Un accordo tra Lettonia e Santa Sede, sulla scia di quello già siglato nel 1922, fu firmato l’8 novembre 2000. L’accordo fu ratificato il 25 ottobre 2002.

La Santa Sede attuò la stessa politica per quanto riguarda l’Estonia, riconosciuta una prima volta il 10 ottobre 1921 e poi, dopo l’interruzione dei rapporti diplomatici a causa dell’inglobamento di Tallinn nell’Unione Sovietica, riconosciuta di nuovo il 28 agosto 1991. Le relazioni diplomatiche furono stabilite il 3 ottobre 1991.

Il nunzio in Turchia incontra il sindaco di Istanbul

L’arcivescovo Paul Fitzpatrick Russell, nunzio apostolico in Turchia, è stato ricevuto lo scorso 3 agosto da Ekrem Imamoglu, nuovo sindaco di Istanbul, candidato con la Alleanza Nazionale composta da due forze di opposizione al presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

L’arcivescovo Fitzpatrick Russell si è congratulato con il nuovo sindaco per la sua elezione e ha trasmesso i soluti di Papa Francesco, mentre il sindaco – secondo quanto dichiarato dal suo ufficio stampa – si è in particolare soffermato sul contributo che può essere dato da parte delle confessioni religiose, e ha detto di non voler accentuare il concetto di “minoranza” attribuito a gruppi religiosi o etnici piccoli o non maggioritari.

Durante i colloqui si è parlato anche della costruzione della nuova chiesa siriaco ortodossa, che è il primo edificio di culto cristiano costruito nella Turchia moderna. All’inaugurazione della costruzione, c’erano il presidente Erdogan, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, i capi delle altre Chiese del Paese e della regione, il nunzio Fitzpatrick Russell.

All’inaugurazione della costruzione della Chiesa, il presidente Erdogan ha sottolineato che la Turchia ospita circa 4 milioni di arabi, curdi, turkmeni, di religione musulmana, assira, yazida e di altre confessioni provenienti da Siria ed Iraq, e affermato che “non c’è mai stato e non ci sarà mai spazio per la discriminazione nei nostri cuori e nelle nostre menti”.

La chiesa sarà costruita in un lotto vuoto che appartiene alla municipalità, in una zona dove c’è un’alta concentrazione di comunità siriana, nel quartiere Yesilkov del distretto Bakirkoi.

Legalizzate altre Chiese in Egitto

In Egitto, moltissime erano le chiese costruite senza permesso governativo, sorte in maniera spontanea per mano dei fedeli. È stato istituito un comitato che ne verificasse la conformità, e questo comitato la scorsa settimana ha accertato la conformità di 88 chiese copte.

In tutto, il comitato ha fino ad oggi regolarizzato 1109 chiese. Il processo di verifica e regolarizzazione è iniziato a partire dall’approvazione della nuova legge sulla costruzione e la gestione dei luoghi di culto, ratificata dal Parlamento egiziano quasi tre anni fa, il 30 agosto 2016. Il comitato è chiamato a verificare se le chiese costruite prima della legge rispettino tutti gli standard della nuova legge.

La legge ha rappresentato un passo avanti rispetto alle 10 regole aggiunte nel 1934 alla legislazione ottomana del ministero dell’Interno. Quelle regole vietavano di costruire nuove chiese vicino a scuole, canali, edifici governativi, ferrovie ed aree residenziali. Questo non aveva permesso di costruire chiese in città e paesi abitati dai cristiani, specialmente nelle aree rurali dell’Alto Egitto.

Approvato dal Parlamento il nuovo ambasciatore del Messico presso la Santa Sede

Sarà il giornalista Alberto Barranco, opinionista del quotidiano El Universal, il prossimo ambasciatore del Messico presso la Santa Sede. La sua nomina è stata ratificata dal Parlamento la scorsa settimana.

Nelle sue prime dichiarazioni da ambasciatore eletto, Barranco ha notato che il prossimo 21 settembre si celebrano i 27 anni del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Messico e Santa Sede.

Tra i suoi obiettivi, quello del rafforzamento dei vincoli culturali con la Santa Sede, ma anche il rafforzamento dello scambio di intelligenza finanziaria per prevenire il finanziamento del terrorismo. Lo scorso anno è stato stipulato un protocollo di intesa tra l’Autorità di Informazione Finanziaria vaticana e l’omologa unità di informazione finanziaria messicana.

Un caso diplomatico per il viaggio di Papa Francesco alle Mauritius

Nella conferenza stampa di presentazione del viaggio di Papa Francesco alle Mauritius, tenuta lo scorso 5 agosto dal Cardinale Maurice Piat e dal primo ministro Pravind Jugnauth, il vescovo di Port Louis ha detto che Papa Francesco si è detto interessato alla questione della sovranità delle Isole Chagos e “ha chiesto una copia della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja”.

Da parte sua, il primo ministro ha dichiarato che “il Vaticano ha un vivo interesse per la questione del Chagos.

Lo scorso 22 maggio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva ingiunto al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord di lasciare entro sei mesi l’arcipelago delle Chagos, occupato illegalmente, e di restituirlo alla Repubblica di Maurizio.

La Corte Internazionale di Giustizia, cui il 22 giugno 2017 l’Assemblea Generale aveva chiesto di dirimere il litigio fra Repubblica di Maurizio e Regno Unito, ha stabilito che questi aveva camuffato l’indipendenza di Maurizio, smembrandone illegalmente il territorio.

La risoluzione delle Nazioni Unite è stata adottata con 116 voti a favore, 6 contrari (Australia, Stati Uniti, Ungheria, Israele, Maldive, Regno Unito) e 56 astensioni (fra cui Germania e Francia).

La questione è particolarmente senibile. Se, infatti, il Regno Unito dovesse decolonizzare l’arcipelago delle Chagos, la locazione concessa fino al 2036 agli Stati Uniti per installare una gigantesca base militare sull’isola di Diego Garcia è da ritenere nulla e non avvenuta.

Il Pentagono ha speso 3 miliardi di dollari per costruire la base “Camp Justice”, che ospita, tra l’altro, una prigione segreta della CIA. La base, sottoposta a misure di sicurezza molto stringenti, ospita un migliaio di militari e circa 2.500 contrattisti. Alla sua manutenzione provvedono dei filippini, pagati 450 dollari al mese.

Il Regno Unito aveva concesso le Chagos agli Stati Uniti, i quali, nel 1958, con lo Strategic Island Concept (Concetto di Isola Strategica) avevano individuato un certo numero di isole di cui avevano bisogno per controllare gli oceani e contenere l’URSS (containment). Il Pentagono ordinò l’espulsione delle popolazioni di Pearl Harbor (1887), Guam (1889), Panama (1831), Attu (1942), Vieques (1942), Culebra (1948), Okinawa (1948), Thule (1953) e Marshall (1960). Quando Londra acconsentì a concedere l’uso di Diego Garcia agli Stati Uniti, il primo ministro britannico si inquietò delle conseguenze a lungo termine di un simile crimine e della possibile reazione negativa dell’ONU.

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