Diplomazia pontificia, 25 anni di rapporti tra Santa Sede e Israele

Il Cardinale Pietro Parolin parla al Tempio Maggiore di Roma, 13 giugno 2019
Foto: Twitter @IsraelinHolySee
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Il 25esimo anniversario dei rapporti tra Santa Sede e Israele è stato festeggiato con un concerto di musica sacra ebraica nel Tempio Maggiore di Roma, la Sinagoga che ha visto le visite di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco. Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha partecipato ai festeggiamenti e letto un discorso inaugurale.

Da segnalare anche il viaggio del segretario di Stato vaticano in Kosovo, la situazione in Nicaragua, un convegno sulle relazioni Stato s Chiesa promosso dalla Chiesa Ortodossa Romena, le reazioni all’annuncio di Papa Francesco che ha intenzione di fare una visita in Iraq nel 2020.

Il Cardinale Parolin sulle relazioni Israele – Santa Sede

L’applicazione dell’accordo sulla personalità giuridica della Chiesa in Israele è “in via di conclusione”, mentre ci si augura che presto si possa concludere “l’accordo sulle questioni finanziarie”: il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha fatto il punto delle relazioni tra Santa Sede e Israele in un saluto lo scorso 13 giugno al Tempio Maggiore di Roma prima di un concerto di musica sacra ebraica organizzato dall’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede per festeggiare il quarto di secolo di relazioni diplomatiche.

Fu, infatti, il 15 giugno 1994 che furono contestualmente aperte le missioni diplomatiche della Santa Sede a Tel Aviv e di Israele in Vaticano a seguito dell’Accordo Fondamentale del dicembre 1993, entrato in vigore il 10 marzo 1994.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’accordo “ha aperto una nuova fase nelle relazioni bilaterali”, ha ringraziato lo Stato di Israele per fare sì che la Chiesa cattolica porti un contributo nella società, ha sottolineato l’importanza delle scuole cattoliche che “attraverso il dialogo e il rispetto reciproco favoriscono una società più giusta e pacifica”. Riferimento che non arrivava a caso, quest’ultimo, dato che le scuole cattoliche sono state anche a rischio chiusura dopo un taglio di fondi del governo israeliano nel 2015.

Il Cardinale ha auspicato che “non venga mai meno lo spirito dell’accordo fondamentale” per una proficua collaborazione e ha poi ricordato le diverse visite dei Papi in Israele e di personalità israeliane in Vaticano, enfatizzando in particolare la preghiera per la pace nei Giardini Vaticani con il presidente israeliano Shimon Peres e il presidente Palestinese Mahmoud Abbas, che è avvenuta cinque anni fa.

Il segretario di Stato vaticano ha poi sottolineato che “il Papa e la Santa Sede hanno a cuore il processo di pace nella regione” e messo in luce che Gerusalemme debba essere “città della pace, patrimonio comune per tutti i fedeli delle tre grandi religioni monoteistiche”, seguendo “la vocazione della città ad essere luogo di incontro, nonché simbolo di rispetto e coabitazione reciproca”.

Il cardinale ha infine sottolineato che “la libertà religiosa, di culto e di coscienza sono condizioni indispensabili per tutelare la dignità dell’essere umano”, reiterato la condanna della Santa Sede a qualunque forma di antisemitismo e sottolineato che l’impegno deve proseguire “nel combattere ogni forma di intolleranza religiosa e promuovere comprensione reciproca tra nazioni nel rispetto della dignità della vita umana”.

Papa Francesco in Iraq, la reazione del presidente Salih

Incontrando i membri della ROACO, la Riunione di Opere di Aiuto alle Chiese di Oriente, Papa Francesco ha sottolineato il suo desiderio di visitare l’Iraq nel 2020. L’invito per il viaggio già era stato fatto da tempo, il Cardinale Rafael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, aveva anche predisposto un itinerario che portasse il Papa a visitare la città di Abramo, Ur, come era desiderio di San Giovanni Paolo II. L’invito ad andare in Iraq era stato fatto personalmente a Papa Francesco anche dal presidente Barham Salih, che era stato in visita privata lo scorso 24 novembre.

Dopo che sono state diffuse le dichiarazioni di Papa Francesco, il presidente Salih ha diffuso un comunicato sul sito della presidenza, sottolineando apprezzamento “per l’iniziativa e intenzione di Papa Francesco di visitare l’Iraq il prossimo anno”, e ricordando “il supporto di Papa Francesco all’impegno dell’Iraq di promuovere la sicurezza delle sue comunità e consolidare la pace e la stabilità tra tutti gli iracheni”.

Il presidente ha ricevuto il 13 giugno il Cardinale Sako e nell’occasione ha sottolineato che la visita del Papa avrà una “importanza storica” per tutte le fasce della popolazione irachena e per i cristiani in particolare, mettendo in luce il peso dei cristiani “nella ricostruzione dell’Iraq, perché sono la popolazione indigena di questa nazione e hanno contribuito al suo sviluppo e alla sua civilizzazione”.

Il Cardinale Sako ha ringraziato il presidente per il suo impegno nel supportare i cristiani. L’incontro – sottolinea il comunicato della presidenza – è servito sia per cominciare a pensare alla visita di Papa Francesco, sia per parlare della situazione nella piana di Ninive e l’importanza di raggiungere una stabilità nell’area e migliorare i servizi alla cittadinanza.

Una visita di Papa Francesco in Iraq è allo studio da tempo. Subito dopo la crisi nella piana di Ninive dovuta all’avanzare dello Stato Islamico, Papa Francesco inviò il Cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione dell’Evangelizzazione dei Popoli, con una donazione di un milione di dollari per gestire la crisi dei rifugiati.

Lo scorso Natale, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è stato in visita in Iraq, preparando in qualche modo la strada per un prossimo viaggio di Papa Francesco.

Il viaggio del Cardinale Parolin in Kosovo

Il Cardinale Pietro Parolin è stato in Kosovo dall’8 al 10 giugno. Oltre ad aver celebrato la Pentecoste a Pristina e la riconsacrazione della cattedrale di Prizren, il Cardinale Parolin ha anche avuto incontri istituzionali con il Primo Ministro del Kosovo.

Lo scorso 5 settembre, Papa Francesco ha elevato l’amministrazione apostolica del Kosovo al rango di diocesi. Nonostante i rapporti bilaterali siano costanti, la Santa Sede non ha ancora riconosciuto lo Stato, che si è unilateralmente proclamato tale il 12 febbraio 2008. Il Kosovo non è riconosciuto nemmeno dalla Serbia, della Russia e da cinque Stati dell’Unione Europea.

Il 10 giugno, il Cardinale Parolin ha incontrato Ramush Haradinaj, primo ministro del Kosovo al Museo del Kosovo. Dandone notizia sul suo profilo facebook ufficiale, Haradinaj ha parlato di un “incontro caloroso” e ha sottolineato che si è trattato di “una testimonianza dell’impegno a far avanzare le relazioni bilaterali”.

Il presidente ha detto di aver spiegato al Cardinale Parolin che “il Kosovo e il suo popolo sono rimasti fedeli ai valori occidentali e oggi si impegnano a mantenere la pace, la stabilità e la libertà religiosa nel Paese”.

Il Primo Ministro ha, ovviamente, anche chiesto al Cardinale Parolin che la Santa Sede riconosca lo Stato.

Durante la Messa di Pentecoste del 9 giugno, il Cardinale Parolin ha anche conferito il sacramento della Confermazione a 42 giovani. Il Cardinale Parolin ha portato “il saluto e la benedizione di Papa Francesco, il quale è spiritualmente vicino al popolo kosovaro e, in particolar modo, alla comunità cattolica di questa terra che, anche nei momenti più difficili e talvolta travagliati della sua storia, non ha mai perso la consapevolezza di essere parte, per quanto piccola, della grande Chiesa Universale”.

A Prizren, il Cardinale ha ricordato che la diocesi è molto antica, risalente al V secolo, e ha riconsacrato la cattedrale. Al ricevimento che ha fatto seguito alla celebrazione era presente anche Trnava, capo della comunità islamica.

Nicaragua, i vescovi contestano la legge dell’amnistia

Il Cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, ha criticato il modo urgente con cui il governo ha approvato una legge di amnistia che andrà ad assolvere le responsabilità di quelli che hanno commesso delitti durante la crisi che da oltre un anno colpisce il Paese.

“Molte di quelle azioni portano ancora tutti i loro effetti”, ha sottolineato il Cardinale Brenes. Il cardinale ha anche detto che sarebbe molto positivo che si incontrino le vittime prima di promulgare una legge in tal senso.

La legge è stata approvata lo scorso 8 giugno e concede “una ampia amnistia a tutte le persone che hanno partecipato agli scontri nel territorio nazionale a partire dal 18 aprile 2018”. Il 18 aprile cominciarono gli scontri a seguito di una riforma delle pensioni. L’amnistia si estende alle persone che non sono state investigate, che sono in processi di indagine e in processi penali per determinare le loro responsabilità.

Ad ogni modo, il Cardinale Brenes ha sottolineato che “il fatto che escano tutti i prigionieri è una benedizione per le famiglie”.

La Chiesa cattolica è stata parte del dialogo nazionale, prima di essere accusata dalla presidenza di parteggiare per i rivoltosi e aver subito attacchi. L’arcivescovo Waldemar Sommertag, nunzio apostolico, ha continuato a partecipare a un tavolo di dialogo, favorendo la liberazione di alcuni prigionieri politici.

Dopo Papa Francesco in Romania: una conferenza sul rapporto tra Stato e Chiese

Lo scorso 7 giugno, si è tenuta in Romania una conferenza “sulle relazioni tra lo Stato e le denominazioni religiose nell’Unione Europea”, al Palazzo del Patriarcato ortodosso di Bucharest.

Il Patriarca Daniel, capo della Chiesa ortodossa romena, ha sottolineato la varietà di leggi che ci sono in Europa, mettendo in luce il fatto che “nell’Unione Europea non c’è un modello europeo per le relazioni tra le comunità religiose e l’autorità politica”, e si oscilla “da una separazione radicale o una completa identificazione tra una particolare comunità religiosa e lo Stato”.

Il Patriarca ha parlato di quattro Stati membri che hanno una popolazione ortodossa maggioritaria nell’Unione Europe (Grecia, Cipro, Romania e Bulgaria) e altri Stati con importanti comunità ortodosse, come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Finlandia ed Estonia.

Il Patriarca Daniel ha ricordato che negli Stati a maggioranza ortodossa, le relazioni Stato – Chiesa hanno “originariamente seguito il principio bizantino della “sinfonia”, vale a dire “armonia comprensione e cooperazione tra due distinte istituzioni”, con due sistemi gerarchici, la Chiesa e l’Impero, che coesistono nello stesso spazio e confessano una sola fede nel Signore Gesù Cristo.

Il Patriarca Daniel ha sottolineato che “il modello ortodosso delle relazioni Stato-Chiesa ha incluso sia l’autonomia della Chiesa nella sua relazione con lo Stato e la cooperazione in uno spirito di rispetto”. Il Patriarca ha quindi spiegato il concetto di autocefalia, che è “anche una espressione del concetto della libertà in comunione, vale a dire la libertà di ogni Chiesa locale nei confronti dell’altra, conservando allo stesso tempo l’unità di fede, di vita sacramentale e di disciplina canonica”.

Ogni Chiesa autocefala “ha il diritto di stabilire la sua relazione con lo Stato in cui è organizzata e opera”, sebbene in contesto europeo “ogni Chiesa autocefala deve sviluppare una cooperazione pratica e una solidarietà cristiana per unire la libertà nazionale e la corresponsabilità europea della Chiesa.

In Romania, ci sono 18 denominazioni religiose riconosciute, che riflettono “il fatto che la Romania è l’unica nazione con una maggioranza di popolazione neo-latina di tradizione ortodossa”.

La Santa Sede all'ONU di New York: salvaguardare i siti religiosi

Lo scorso 11 giugno, si è tenuta presso le Nazioni Unite di New York una consultazione su un piano unificato di azione per la Salvaguardare i siti religiosi. L'arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York, ha inviato un discorso letto da padre David Charters, un officiale della missione. 

La Santa Sede ha notato che l'articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma  la libertà di pensiero, coscienza e religione e il diritto di manifestare il culto verso la propria fede, eppure c'è "una allarmante crescita di atti di intolleranza, discriminazione, persecuzione e genocidio contro i credenti" e per questo "un Piano di Azione delle Nazioni Unite per salvaguardare luoghi di culto e altri siti religiose sarebbe un passo nella giusta direzione e andrebbe a condannare tutti gli attacchi contro luoghi di culto e altri edifici religiosi e le ideologie che guidano questi attacchi". 

La Santa Sede sottolinea che "il Piano dovrebbe riaffermare la primaria responsabilità degli Stati" nel promuovere e proteggere l'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte la legge, e dovrebbe quindi evitare di "duplicare le responsabilità negli Stati", come anche il testo non è chiamato a "entrare in affari religiosi interni e dovrebbe sottolineare l'importanza di sviluppare una cultura di dialogo e di incontro". 

Nuovo Nunzio in Lituania

È l’arcivescovo Petar Rajic il nuovo nunzio apostolico in Lituania. Viene dalla nunziatura di Angola e Sao Tomé e succede all’arcivescovo Pedro Lopez Quintana, che Papa Francesco ha chiamato alla nunziaura di Vienna.

Canadese di origini croate, l’arcivescovo Rajic ha 60 anni, e ha già una carriera diplomatica di tutto rispetto alle spalle: è stato nunzio in Kuwait, Yemen, Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Dopo l’incarico come nunzio in Lituania, si attende la nomina a nunzio in Lettonia ed Estonia.

Le nunziature sono collegate dal 1922, quando, con l’indipendenza dei Paesi Baltici, la Santa Sede eresse la delegazione apostolica di Lettonia, Lituania ed Estonia, nominando come delegato apostolico il gesuita Antonino Zecchini. Nel 1927, Papa Pio XI eresse l’internunziatura apostolica della Lituania, che fu promossa a nunziatura il 9 dicembre 1928. Le relazioni diplomatiche furono interrotte in seguito all’occupazione sovietica del Paese, e sono poi riprese il 30 settembre 1991, quando la Lituania riottenne l’indipendenza.

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