Diplomazia pontificia, una guerra congelata che può dire molto al mondo oggi

Passato quasi inosservato, l’anniversario della guerra russa in Ossezia del Sud – Tskinvali ha molto da dire al mondo di oggi. L’Iraq lavora per una conferenza interfede. La Santa Sede alle Nazioni Unite sulla non proliferazione nucleare

Le bandiere di Georgia e Santa Sede a Tbilisi accolgono Papa Francesco nel suo viaggio del 2016
Foto: Alan Holdren / Catholic News Agency
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L’invasione russa dell’Ossezia del Sud / Regione di Tsinkhavali (è la denominazione internazionalmente riconosciuta della regione georgiana) ebbe luogo nel 2008. È un conflitto congelato ed una guerra dimenticata dai media. Eppure, è un conflitto che è importante anche per capire ciò che succede oggi, con l’aggressione russa all’Ucraina. L’ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede, Khetevane Bagrationi, sottolinea in un colloquio con ACI Stampa l’importanza di quel conflitto 14 anni dopo, che testimonia quanto sia necessario per la comunità internazionale di prendere iniziative quando aggressioni del genere hanno luogo.

Nella scorsa settimana, le Nazioni Unite hanno discusso la revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. L’Iraq, invece, si prepara ad una grande conferenza interreligiosa ad ottobre. Da segnalare, per comprendere il senso della diplomazia pontificia, l’intervista che il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha concesso alla rivista di geopolitica Limes.

                                    FOCUS GEORGIA

Ossezia del Sud, 14 anni dopo

La hanno chiamata “guerra dei cinque giorni” o “guerra d’agosto”, ed è considerata la prima guerra europea del XXI secolo. L’invasione russa dell’Ossezia del Sud avvenne nell’agosto del 2008, e i suoi strascichi si vedono ancora oggi.

La Russia si mise a capo di uno schieramento separatista delle autoproclamate repubbliche di Ossezia del Sud, motivando la sua azione militare con la tutela all’autodeterminazione degli Osseti del Sud e degli abkhazi. Il conflitto fu il culmine di crescenti tensioni tra la Georgia, che aveva preso un indirizzo filo europeo, e la Russia, ed ha molte somiglianze con l’attuale conflitto in Ucraina, laddove la cosiddetta “operazione militare speciale” russa è giustificata proprio con il diritto all’autodeterminazione.

La Santa Sede ha mostrato particolare attenzione alla situazione, e nel 2018 e 2019 l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, e il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, hanno fatto visita alla Georgia, arrivando fino alla occupation line, la linea di occupazione. Nel 2021, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha accusato la Russia di violazione dei diritti umani nelle regioni separatiste occupate.

Khetevane Bagrationi, ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede, fa il punto della situazione in una intervista con ACI Stampa. Nota che ci sono similitudini con l’attuale situazione in Ucraina, in quanto nel 2008 la Russia ha condotto un'aggressione militare su vasta scala contro la Georgia e nel 2022 fa la stessa cosa contro l’Ucraina. Gli obiettivi della Russia in ambedue i casi sono simili e sono gli stessi, ottenere maggiore sfere di influenza. Per raggiungere tali obiettivi la Russia ignora i suoi obblighi internazionali, usa metodi di violenza”.

Aggiunge l’ambasciatore che “a seguito dell'offensiva militare della Federazione Russa contro l'Ucraina, ci troviamo in una nuova realtà politica e di sicurezza. Quindi diventa ancora più evidente l’importanza del sostegno alla Georgia da parte della comunità internazionale e la necessità di prendere le misure efficaci per la risoluzione pacifica del conflitto Russia-Georgia".

L’ambasciatore Bagrationi non può non apprezzare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 21 gennaio 2021, sentenza – nota – che “ha attestato l’occupazione e il controllo effettivo della Federazione Russa sui territori Georgiani dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud e ha affermato la responsabilità della Russia per la violazione delle norme fondamentali delle leggi internazionali in dette regioni della Georgia.”

“Sin dall’inizio dell’aggressione militare – nota l’ambasciatore - la Russia ha commesso gravi violazioni dei diritti umani ivi compresa la pulizia etnica a seguito della quale la popolazione locale georgiana è stata costretta a lasciare le proprie abitazioni. Sono più di 500.000 persone che cercano invano e chiedono il ritorno dignitoso nelle loro terre”.

La Georgia ogni anno presenta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la risoluzione per ,”lo Status dei sfollati interni e dei rifugiati dall’Abkhazia, Georgia e dalla Regioni Tskhinvali/Ossezia del Sud, Georgia’’ che col tempo viene sostenuta con l’adesione di Stati sempre più numerosi.

Bagrationi mette in luce che “sono 14 anni che nella cosiddetta Ossezia del Sud, la Russia ha creato pesanti, gravi condizioni umanitarie e socio-sanitarie, impedendo anche ai cittadini rimasti sui territori occupati di recarsi nelle strutture sanitarie georgiane per le eventuali assistenze mediche. Le continue provocazioni, i ricorrenti sequestri di cittadini georgiani e le loro condanne illegali da parte del cosiddetto governo di Tskinvali, i numerosi casi di cittadini torturati e uccisi nonché l’attivo processo di occupazione strisciante, creano le condizioni di una totale insicurezza e aumenta il rischio di escalation”.

Quello in Ossezia del Sud è un conflitto congelato? L’ambasciatore nota che Papa Francesco ha non poche volte, nei suoi discorsi di Capodanno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede e nei suoi messaggi Urbi et Orbi, parlato dei conflitti congelati della Georgia e della regione del Caucaso meridionale. Siamo molto grati al Papa delle sue parole che servono a mantenere alta l’attenzione al livello internazionale”

Bagrationi mette in luce che “il Governo Georgiano non manca mai di ricordare alla comunità internazionale gli eventi dell'agosto 2008 e le sue gravi conseguenze, quando la Russia ha effettuato contro la Georgia un'aggressione militare su vasta scala, sempre infondata, illegale e pre-pianificata, che ha portato all'occupazione russa delle regioni indivisibili della Georgia e le loro cosiddette riconoscimento da parte della Federazione Russa come Stati indipendenti”.

È una situazione – aggiunge – “resa ancora più complessa dopo, e particolarmente importante, sullo sfondo dell'aggressione militare russa in Ucraina, che la risoluzione pacifica del conflitto Russia-Georgia sia anche al centro dell'agenda internazionale”.

I rapporti tra Georgia e Santa Sede sono ottimi, quest’anno sono stati festeggiati i 30 anni di relazioni diplomatiche, ma queste – nota l’ambasciatore Bagrationisono il culmine di due mila anni di rapporti e di amicizia. In questi trent’anni si sono svolti due Visite Apostoliche, di San Giovanni-Paolo II e di Papa Francesco controccambiati da quattro visite Presidenziali e numerosi incontri bilaterali ad alto livello”.

La situazione dei territori occupati è uno dei temi di discussione. “Certamente – ricorda l’ambasciatore - nei colloqui ed incontri con i rappresentanti della Santa Sede, parliamo sempre delle situazioni sui territori occupati della Georgia, dell’annessione strisciante dei territori   georgiani, della violazione da parte della Russia dei diritti umani degli abitanti di questi territori, in generale di tutto lo sviluppo degli avvenimenti sul luogo”.

E aggiunge: “In riferimento al 14° anniversario dell'aggressione militare su vasta scala della Russia contro la Georgia, durante il mio ultimo incontro con il Sottosegretario per le Relazioni con gli Stati, Monsignor Miroslaw Wachowski, abbiamo reso memoria di questa tragica data. Il mio interlocutore ha sottolineato che la Santa Sede non dimentica né questa data particolare e né altre simili. A questo proposito, ha citato una recente intervista rilasciata dal Segretario per le Relazioni con gli Stati, in cui S.E. Mons. Paul R. Gallagher osserva che la Santa Sede non ha mai riconosciuto la conquista dei territori con i metodi violenti o con l'uso della forza militare. Questa è la politica di lunga data della Santa Sede, che viene adottato nei confronti di tutti i Paesi”.

Conclude l’ambasciatore: “Nella ricorrenza di questo drammatico evento e in un periodo reso ancora più complesso al livello internazionale dalla disumana guerra condotta dalla Federazione Russa in Ucraina, in cui ogni scenario si può sviluppare, la Sede Apostolica sottolinea ancora una volta che non dimentica quello che è successo 14 anni fa in Georgia. Siamo grati alla Santa Sede per il suo costante sostegno, per il fatto che riconosce sempre la Georgia all'interno dei confini internazionalmente riconosciuti e che questa è una posizione inviolabile per la Santa Sede”.

                                                FOCUS SANTA SEDE

Papa Francesco in conversazione telefonica con il presidente Zelensky

Papa Francesco ha avuto il 12 agosto una conversazione telefonica con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Dopo aver incontrato l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede Yurash il 6 agosto, il Papa ha dunque avuto una nuova conversazione con il presidente.

Sul tavolo resta sempre la possibilità di un viaggio papale a Kyiv, auspicabilmente (per gli ucraini) prima del viaggio in Kazakhstan stabilito tra il 13 e il 15 settembre.

A dare notizia del colloquio telefonico con il Papa è stato lo stesso presidente Zelensky, che in un tweet ha parlato degli orrori che sta subendo la popolazione ucraina dall'invasione russa del 24 febbraio scorso, esprimendo gratitudine al Papa per le sue preghiere. Poco dopo, sempre in un tweet, l'Ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha rilanciato la notizia del colloquio telefonico aggiungendo che "lo Stato e la società ucraini saranno felici di salutare il Santo Padre", auspicando una visita di Francesco a Kiev. 

Lo stesso Zelensky, intervenuto lo scorso 22 marzo in hang-out con il Parlamento italiano, aveva aperto il videocollegamento dicendo di aver parlato con il Papa: I due si erano sentiti anche il 26 febbraio due giorni dopo l'attacco russo, e appena dopo la visita di Papa Francesco all’ambasciata russa presso la Santa Sede.

Il Cardinale Parolin sulla diplomazia della Santa Sede

L’ultimo numero della rivista di geopolitica Limes, dedicato a “La Guerra Grande”, include anche una lunga intervista al Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, che ha spiegato prima di tutto il senso profondo della diplomazia della Santa Sede, universale perché “i rappresentanti pontifici provengono dalle Chiese locali di tutto il mondo”.

Per il Cardinale Parolin, tra l’altro, Papa Francesco è simbolo di una “Chiesa meno eurocentrica” e di “uno sguardo multilaterale rispetto ai problemi internazionali”.

Il senso della diplomazia della Santa Sede nasce dal Vangelo, “annuncio di pace e promessa di pace”, e così la Chiesa, “seguendo l’esempio del suo Signore, crede nella pace, lavora per la pace, lotta per la pace, testimonia la pace e cerca di costruirla. In questo senso è pacifista”.

Riguardo il ricorso alle armi, il Cardinale Parolin nota che “il catechismo della Chiesa cattolica prevede la legittima difesa. I popoli hanno il diritto di difendersi, se attaccati. Ma questa legittima difesa armata va esercitata all’interno di alcune condizioni che lo stesso catechismo enumera: che tutti gli altri mezzi per porre fine all’aggressione si siano dimostrati impraticabili o inefficaci; che vi siano fondate ragioni di successo; che l’uso delle armi non provochi mali e disordini più gravi di quelli da eliminare”.

È proprio in questa proporzionalità che si gioca l’equilibrio tra legittima difesa e aggressione, dato che “la guerra inizia nel cuore dell’uomo. Ogni insulto sanguinoso allontana la pace e rende più difficile qualsiasi negoziato”.

Parlando della vicenda ucraina, il Cardinale Parolin nota che “non sembra emergere al momento disponibilità a intavolare reali negoziati di pace e ad accettare l’offerta di una mediazione super partes. Come è evidente, non è sufficiente che una delle parti lo proponga o lo ipotizzi in via unilaterale, ma è imprescindibile che entrambe esprimano la loro volontà in questo senso”.

Parolin mette in luce anche “la possibilità di un salto negativo verso la congiunzione dei pezzi in un conflitto mondiale vero e proprio. Credo che noi non siamo ancora in grado di prevedere o calcolare le conseguenze di quanto sta accadendo. Migliaia di morti, città distrutte, milioni di sfollati, l’ambiente naturale devastato, il rischio di carestia per la mancanza di grano in tante parti del mondo, la crisi energetica… Come è possibile che non si riconosca che l’unica risposta possibile, l’unica via praticabile, l’unica prospettiva percorribile è quella di fermare le armi e promuovere una pace giusta e duratura?”

Il Papa – aggiunge il Cardinale – vorrebbe davvero andare nei luoghi in conflitto, e in particolare in Ucraina, ma la sua priorità è che “attraverso i suoi viaggi si possa giungere a un beneficio concreto”.

Così, il Papa vorrebbe sì andare a Kyiv, ma anche a Mosca, anche se solo “in presenza di condizioni che siano veramente utili alla pace”.

Quello tra Roma e Mosca è “un dialogo difficile, che procede a piccoli passi e conosce anche fasi altalenanti”, rimarca il Cardinale, tanto che “l’incontro a Gerusalemme tra Papa Francesco e il patriarca Kirill è stato sospeso perché “non sarebbe stato capito e il peso della guerra in corso l’avrebbe troppo condizionato”.

Parlando dell’accordo segreto tra Santa Sede e Cina, il Cardinale ha detto che

“proprio la caratteristica della provvisorietà ha consigliato alle parti di non renderlo pubblico, nell’attesa di verificarne il funzionamento sul terreno e decidere in merito”, e che per ora “sono stati fatti passi in avanti, ma che non tutti gli ostacoli e le difficoltà sono stati superati e quindi rimane ancora strada da percorrere per la sua buona applicazione e anche, attraverso un dialogo sincero, per un suo perfezionamento”.

Infine, il Cardinale Parolin auspica che “tutte le diplomazie assumano uno sguardo universale, impegnandosi a tutelare la dignità e i diritti fondamentali, difendere i più deboli e gli ultimi della terra, operare in favore della vita. Imparando a «respirare al ritmo dell’universalità”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Santa Sede alle Nazioni Unite, sulla non proliferazione delle armi nucleari

Lo scorso 8 agosto, l’arcivescovo Gabriele Caccia, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, è intervenuto alla discussione nel terzo comitato della 10ma Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari. Il tratto riguarda l’uso pacifico dell’energia nucleare.

La Santa Sede non è mai stata contraria all’energia nucleare, ed in effetti è anche membro fondatore dell’AIEA, ma allo stesso tempo è sempre stata contro le armi nucleari. La non proliferazione delle armi nucleari è parte dell’utopia del disarmo integrale perseguito dalla Santa Sede.

Nel suo discorso, l’arcivescovo Caccia ha sottolineato che l’energia atomica deve essere usata solo per scopi pacifici, ha ricordato l’impegno della Santa Sede nell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e messo in luce ancora una volta che la tecnologia nucleare ha contribuito allo sviluppo sostenibile attraverso il trattamento del cancro, il miglioramento delle colture, la gestione e la protezione delle forniture di acqua e anche nel monitoraggio dell’inquinamento dell’oceano.

Questo significa, ha aggiunto, che assicurarsi che l’energia atomica sia usata pacificamente significa che l’energia nucleare, la medicina e gli impianti di ricerca non siano presi di mira durante la guerra.

Il riferimento, indiretto ma molto presente, è alla situazione intorno alla centrale nucleare di Zaphorizia in Ucraina.

L’arcivescovo Caccia ha anche sottolineato che l’uso pacifico di tecnologia nucleare debba essere considerato in modo integrale, e non con un approccio tecnocratico, e che per questo si deve lavorare insieme per portare avanti usi pacifici di energia nucleare.

La Santa Sede A New York, sul tema della non proliferazione

La Santa Sede è intervenuta anche al Comitato 2 della conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari.

L’arcivescovo Caccia ha notato che non c’è area in cui la fiducia reciproca sia più necessaria che in quello della non proliferazione, e ha espresso che il dialogo appena riaperto a Vienna possa segnalare una ulteriore ripresa del Piano Comprensivo di Azione tra l’Iran e il P5+1. Il piano era sostenuto dalla Santa Sede.

L’arcivescovo Caccia sottolinea che il modello di avere aree libere da armi nucleari è solo un passo verso un mondo libero da armi nucleari, e per questo la Santa Sede chiede con forza ala comunità internazionale di considerare aree sempre più aree geografiche che siano fruibili per stabilire zone addizionali basati sugli accordi cui gli Stati nella regione sono giunti liberamente. Tra le zone, l’arcivescovo Caccia ha chiesto di riconsiderare le zone proposte nella penisola Coreana, nell’Artico e tra Stati senza armi nucleari in Europa.

                                                FOCUS LIBANO

Il nunzio Spietri saluta la Lega Maronita e dice che un viaggio del Papa in Libano è ancora possibile

Lo scorso 7 luglio, l’arcivescovo Joseph Spiteri è stato nominato da Papa Francesco nunzio in Messico. Spiteri è stato “ambasciatore del Papa” in Libano sin dal 2013, e ha vissuto in questi anni la crisi politico-economica, la crisi dei migranti, la crisi seguita all’esplosione nel porto di Beirut nell’agosto del 2020, una visita del Cardinale Pietro Parolin come inviato del Papa che al Libano ha sempre dato molta attenzione, nonché i preparativi per un viaggio papale che si pensava dovesse avere luogo in giugno e che poi non è successo più.

Lo scorso 4 agosto, l’arcivescovo Spiteri è stato in visita di congedo alla Lega Maronita, e le sue parole nell’occasione sono state riportate dalla stampa. Il Vaticano – ha detto Spiteri – “conta ancora nel messaggio pluralistico del Libano, e sono cero che i libanesi saranno in grado di trovare una nuova formula che salvi il loro rinomato sistema pluralista”.

Il nunzio ha anche detto che “niente impedisce allo Stato, che ha già completato i sondaggi parlamentari con successo, di condurre le elezioni presidenziali secondo i principi costituzionali”.

Un tema caldo è quello dei rifugiati siriani in Libano. Spiteri ha sottolineato che “sia l’Occidente che le Nazioni Unite hanno mostrato comprensione sull’insistenza del Libano nel rimpatriare gli sfollati siriani alla regione sicura della loro nazione. Gli officiali libanesi non mancheranno mai di ricordare la questione”.

Secondo il nunzio, una visita del Papa nel Paese dei Cedri “è ancora sull’agenda del Papa, e annuncerà la sua data quando i dipartimenti vaticani vedranno che la visita sarà di beneficio per i Libano”. La Santa Sede, ha comunque assicurato, è in contatto costante con “tutti gli Stati coinvolti nella crisi libanese”, e che l’idea di “neutralità attiva” proposta a più riprese dal Cardinale Bechara Rai, patriarca Maronita, è “in discussione con gli Stati coinvolti: il termine può cambiare, il risultato è lo stesso”.

                                                FOCUS IRAQ

Iraq, verso una conferenza di dialogo inetrreligios

Lo scorso 5 agosto, il ministero degli Esteri iracheno ha comunicato di aver completato le preparazioni per la Terza Conferenza di Dialogo Interfede. La conferenza si terrà ad ottobre, e sarà svolta in coordinamento con sciiti, sunniti, cristiani, mandei e yazidi. Come annunciato il 26 gennaio, parteciperà alla conferenza anche il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Durante la visita di Papa Francesco in Iraq nel marzo 2021, e a seguito del suo incontro con l’ayatollah al-Sistani, l’Iraq aveva stabilito una giornata per la tolleranza e per il dialogo, in pratica cercando di rendere concreti anche nel Paese i principi della Dichiarazione per la Fraternità Umana. In questo modo, sia la parte dell’Islam sunnita che quella dell’Islam sciita erano coinvolti nel percorso verso la fraternità umana.

Da tempo, l’Iraq lavora sulla questione del dialogo interfede. Lo scorso 10 luglio, il governo locale di Dhi Oar ha cominciato la costruzione di un centro di dialogo tra le fedi che include luoghi di culto per musulmani, cristiani, ebrei e sabei. Ci sarà anche una sala e un forum per il dialogo tra le fede nell’antica città di Ur.

Il dialogo tra le fedi ha avuto sempre più importanza a seguito dell’invasione dell’Iraq da parte del sedicente Stato Islamico.

Tra il 2014 e il 2017, l’invasione dello Stato islamico ha lasciato circa sei milioni di persone sfollate dai propri Paesi di origine.

Iraq, il sottosegretario del ministro degli Esteri incontra il nunzio

Proprio in merito a questo incontro, lo scorso 8 agosto, Safia Taleb al-Suhail, sottosegretario del Ministero iracheno per gli Affari Esteri, ha incontrato l’arcivescovo Mitija Leskovar, nunzio apostolico a Baghdad. Secondo dichiarazioni rese da al Suhail, “il ministero iracheno per gli Affari Esteri, sotto gli auspici del primo ministro Mustafa al-Kadimi e la guida del ministro degli Esteri Fouad Hussein, ospiterà un forum internazionale interreligioso a Baghdad, in cooperazione e coordinamento con il Vaticano e un numero di nazioni e istituzioni internazionali, con lo scopo di promuovere la pace, la cooperazione internazionale e la coesistenza, che erano tra i risultati della Conferenza di Baghdad dello scorso anno”.

L’incontro con gli uffici di dotazione e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ha proseguito il sottosegretario, si sono tenuti in prima sessione nel 2013 e in seconda sessione nel 2017.

Slogan della conferenza sarà: “Educazione appropriata per le Nuove Generazioni: Percorso di Pace e sviluppo integrale”. Suhail ha detto che in agenda c’è la volontà di “preparare gli insegnanti a concretizzare le loro missioni di pace educative e di rivedere i curricula scolastici in modo da promuovere una cultura di coesistenza”.

Secondo il sottosegretario, “l’Iraq vuole onorare i suoi obblighi riguardo il rispetto dei diritti umani e della democrazia, come definito dalla Costituzione Irachena, inclusi i diritti di minoranze culturali e religiose e altre libertà di base. L’Iraq, allo stesso modo, si impegna a seguire le raccomandazioni e i risultati della visita di Papa Francesco in Iraq”.

Ihsan Jaafar Ahmed, rappresentante religioso e culturale dell’ufficio sciita, ha detto che il suo ufficio “sta prendendo parte alla fase preparatoria per questa terza conferenza, mentre il ministro per gli Affari Esteri sta gestendo la comunicazione tra i partecipanti e facilitando gli aspetti protocollari. Allo stesso modo, ci sono comitati che lavorano nel chiarificare gli argomenti che saranno discussi durante la conferenza”.

Secondo Ahmed, “sciiti e sunniti stanno lavorando per costruire sulle molte cose in comune che hanno, restaurando la coesione nazionale che l’ideologia estremista ha distrutto nell’Iraq multi-religioso, multi settario e multi etnico”.

Abbas Abboud, capo della Coalizione dello Stato di Diritto, ha sottolineato da par suo che “non c’è conflitto religioso in Iraq, ma un conflitto tra nazionalità e sette”, considerando che l’Iraq “è stato sin dai tempi antichi una nazione di diversi credi religiosi, dato che è casa delle chiese più vecchie e di diversi luoghi di culto”.

Il Consiglio Iracheno per il dialogo interfede è stato stabilito nel 2013.

Iraq, l’incontro tra il nunzio e il presidente di Iraq

Barham Salih, presidente di Iraq, ha incontrato l’arcivescovo Mitija Leskovar a Baghdad, nel palazzo al-Salam. Secondo un comunicato della presidenza irachena, la discussione tra i due ha riguardato la stretta relazione tra i due Stati, nonché il modo di portare avanti questi legami a vari livelli.

Il nunzio e il presidente hanno concordato che “è importante avere ulteriore coordinamento futuro per promuovere un cultura di dialogo e coesistenza pacifica, per stabilire pace e sicurezza”.

Il presidente ha lodato il ruolo di Papa Francesco nel “supportare la sicurezza e la stabilità in Iraq, consolidare le relazioni fraterne e promuovere valori di cittadinanza e tolleranza tra i popoli”.

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