Diplomazia pontificia, verso il primo viaggio del Cardinale Parolin dopo l'emergenza COVID

E poi: le visite del ministro degli Esteri libanese e del Commercio estero olandese in Vaticano, gli interventi della Santa Sede a Ginevra dove sono riprese le attività multilaterali, la questione Cina

il Cardinale Parolin nel santuario di Lourdes, in un viaggio di qualche anno fa
Foto: Dicastero per la Comunicazione Vaticano
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

È stato annunciato il primo viaggio del Cardinale Pietro Parolin all’estero dallo scoppio dell’emergenza coronavirus: sarà in Francia, sulle orme del curato di Ars e delle apparizioni di Lourdes.

Settimana di incontri in Vaticano, dove sono arrivati il ministro degli Esteri libanese e il ministro della cooperazione olandese. Grande dibattito ha suscitato la questione della Cina e del mancato appello di Papa Francesco sulla situazione ad Hong Kong. La Santa Sede ha pronunciato quattro inverventi a Ginevra, al Consiglio per i Diritti Umani e di fronte all’Alto Commissario ONU per i rifugiati. Da segnalare anche la conversazione del “ministro degli Esteri vaticano” con l’American Jewish Committee su antisemitismo e diplomazia della Santa Sede.

                                                FOCUS SANTA SEDE

Papa Francesco, conversazione telefonica con il presidente del Perù

Martin Vizcarra Cornejo, presidente del Perù, ha avuto una conversazione telefonica con Papa Francesco lo scorso 7 luglio. Tema della converazione, le sfide che affronta il Perù in mezzo alla crisi sanitaria creata dalla pandemia del COVID 19.
Secondo un comunicato della Presidenza della Repubblica, il presidente ha esaltato “il lavoro della Chiesa cattolica” nella lotta contro la pandemia. I dati ufficiali risalenti al 6 luglio parlano di 305.703 contagiatI e 10.772 vittime in Perù.

Da parte sua, Papa Francesco ha “espresso tutta la sua vicinanza al popolo peruviano”, cui ha donato 27 respiratori.

Sarà in Francia il primo viaggio all’estero del Cardinale Parolin

Tra il santuario di Ars e il santuario di Lourdes: il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, andrà in Francia per il suo primo viaggio all’estero dall’inizio delle restrizioni per la pandemia. Il 4 agosto, il Cardinale Parolin sarà ad Ars per la festa di San Giovanni Maria Vianney, mentre il 15 agosto presiederà la festa dell’Assunta a Lourders.

Ad Ars, il Cardinale Parolin celebrerà Messa al mattino, terrà una conferenza su “Papa Francesco e i sacerdoti: in cammino con il popolo di Dio” nel pomeriggio, ed inaugurerà un percorso nel santuario dedicato al Cardinale Emile Biayenda, arcivescovo di Brazzaville (Congo) morto nel 1977 che aveva uno speciale legame con il santuario di Ars e la spiritualità di San Giovanni Maria Vianney e di cui è in corso la causa di beatificazione.

A Ferragosto, il segretario di Stato vaticano sarà a Lourdes, per la sua terza visita al santuario mariano in occasione della 147esima edizione del Pellegrinaggio nazionale organizaato dalla Famiglia dell’Assunta, che quest’anno si terrà senza malati per ragioni di sicurezza.

Il ministro degli Esteri libanese in Vaticano

Una giornata in Vaticano per il ministro degli Esteri libanese Nassif Hitti. Il 7 luglio, Hitti ha avuto un incontro sia con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano.

L’attenzione della Santa Sede al Libano è stata costante. Papa Francesco, lo scorso maggio, ha inviato 400 borse di studio di 200 mila dollari in Libano per sostenere la pace. All’Angelus del 28 giugno, Papa Francesco ha fatto specifica menzione alla situazione del Libano, auspicando che l’incontro che stava per svolgersi tra Nazioni Unite ed Unione Europea per il futuro della Siria potesse “migliorare la drammatica situazione del popolo siriano e dei popoli vicini, in particolare del Libano, nel contesto di gravi crisi socio-politiche ed economiche che la pandemia ha reso ancora più difficili”.

Modello di democrazia per la regione, il Libano sta vivendo da tempo in un clima di rivolta, con conflitti che hanno portato civili armati nelle strade e un presidente che sembra stia perdendo il polso del Paese.

Si iscrive in questo contesto la visita del ministro Nassif Hitti. Secondo un comunicato del ministero degli Esteri libanese, il “ministro degli Esteri” vaticano ha sottolineato la necessità di essere vicini al Libano e di aiutare a suprerare la sua crisi economica, sociale e finanziaria.

Secondo l’arcivescovo Gallagher, il Libano dovrebbe deliberare con Stati Uniti, Fondo Internazionale mondiale e comunità internazionale le necessarie risoluzioni per la sua crisi economica e finanziaria.

Dal canto suo, il ministro Hitti ha spiegato le sfide che il Libano sta attualmente affrontando nell’attuale crisi. L’arcivescovo Gallagher si è impegnato ad aiutare il Libano e a trovare soluzioni appropriate con i partners internazionali.

Tra i temi dell’incontro, anche la più generale situazione della Regione, specialmente in Iraq e Siria.

Nella serata del 7 luglio, c’è stato poi l’incontro con il Cardinale Parolin durante una cena organizzata da Farid Elias Khazen, ambasciatore del Libano presso la Santa Sede. Alla cena hanno partecipato anche l’arcivescovo Gallagher e il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali, entrambi incontrati durante la giornata. Secondo la stampa libanese, le conversazioni della cena hanno riguardato le strette relazioni storiche tra Libano e Santa Sede e le sfide che deve affrontare il Libano e tutto il Medio Oriente.

Il ministro olandese Sigrid Kaag in Vaticano

È stata in Italia tra il 6 e il 7 luglio, per il primo viaggio all’estero dopo il lockdown: Sigrid Kaag, ministro dei Paesi Bassi per il Commercio Estero e la Cooperazione allo Sviluppo, ha toccato anche la Santa Sede nel suo tour italiano. Tra i suoi incontri, uno con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, e uno con il Cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e presidente della Commissione Vaticana anti-Covid 19

La risposta al coronavirus è stato il centro dei collloqui, ma il ministro Kaag ha anche potuto affrontare alcune questioni di interesse geopolitico. Il ministro Kaag ha anche visitato la Comunità di Sant'Egidio.

                                                FOCUS EUROPA

La COMECE e la CEC si incontrano con la presidenza UE tedesca

Continua il lavoro congiunto di COMECE e CEC. In visita da Papa Francesco lo scorso 30 gennaio, il Cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della COMECE, e il pastore Christian Krieger, che guida la CEC, avevano parlato di un lavoro congiunto da svolgere. Di certo, l’incontro del 7 luglio della delegazione COMECE – CEC con Michael Clauss, ambasciatore della Rappresentanza Permanente di Germania nell’Unione Europea, si inserisce in questo clima di collaborazione.

Durante l’incontro, si è parlato delle priorità della presidenza tedesca al Consiglio dell’Unione Europea. La delegazione CEC – COMECE ha chiesto alla presidenza UE di rinnovare l’impegno verso il progetto europeo e i suoi valori comuni per rendere l’Europa più trasparente, equa e sostenibile.

La delegazione ecumenica ha anche presentato un contributo congiunto di 11 pagine che presenta riflessioni, proposte e raccomandazioni politiche all’Unione Europea. Il documento affronta il programma della presidenza tedesca, “Insieme per il recupero dell’Europa”, cui si riferisce con un particolare focus sulla pandemia.

“Come Chiese – si legge nel contributo congiunto – siamo impegnati a costruire ponti di pace e ospitalità e a promuovere una visione globale del bene comune, lavorando per una Europa umana, sociale e sostenibile in pace con se stessa e i suoi nemici, in cui prevalgano diritti umani e solidarietà”.

Quello del 7 luglio è stato un primo incontro, perché COMECE e CEC hanno già annunciato che continueranno a impegnarsi per avere ulteriori incontri con la nuova presidenza europea. Il prossimo 27 ottobre, è in programma a Berlino un incontro di alto livello con Michael Roth, ministro per l’Europa al Ministero degli Esteri federale tedesco.

La delegazione CEC – COMECE era composta dal segretario generale della COMECE Manuel Enrique Barrios PRieto, con Lena Kumlin, consulente politico per itemi dell’UE daella CEC, Friederike Landeburger, consulente legale COMECE per Etica, Ricerca e Salute, e Katrin Hatzinger, direttore dell’ufficio di Bruxelles della Chiesa Protestante di Germania.

La COMECE fu fondata con l’approvazione della Santa Sede il 3 marzo 1980, come uno strumento di liaison tra le Conferenze Episcopali e la Comunità Europea.

La CEC, invece, è stata fondata nel 1959 per promuovere la riconciliazione, il dialogo e l’amicizia tra le varie confessioni in Europa, e ne fanno parte la maggior parte delle principali Chiese europee protestanti, ortodosse anglicane e vetero cattoliche, per un totale di 125 confessioni cristiane. Non vi partecipa la Chiesa cattolica, come non partecipa formalmente al Consiglio Mondiale delle Chiese che Papa Francesco ha visitato a Ginevra nel 2018. Il motivo è nella denominazione “Chiese”, inaccettabile per la Santa Sede che considera l’unica Chiesa legittima la Chiesa cattolica romana.

Gli incontri con le presidente del Consiglio dell’Unione Europea sono parte di una lunga tradizione supportata dall’articolo 17 sul Trattato del funzionamento dell’Unione Europea, che prevede un dialogo tra le istituzioni europee e le Chiese che sia aperto, trasparente e regolare.

La COMECE esprime solidarietà alle comunità cristiane in Nigeria

Lo scorso 2 luglio, il Cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della COMECE; ha inviato una lettera alla Conferenza Episcopale Nigeriana, esprimendo solidarietà alle comunità cristiane nella nazione africana che “stanno vivendo una situazione di continui attacchi da terroristi, ribelli e milizie, che in qualche cosa arrivano a livelli di genuina persecuzione criminale”.

Non è la prima volta che la COMECE pone gli occhi sulla Nigeria. Già nel marzo 2020, nel contesto della crescente persecuzione contro le comunità cristiane in Africa, la COMECE aveva chiesto a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e all’intera comunità internazionale di moltiplicare gli sforzi per fermare la violenza in Nigeria, portare i criminali alla giustizia, supportare le vittime e promuovere il dialogo e la pace.

La COMECE ha chiesto alla comunità internazionale di utilizzare ogni strumento diplomatico possibile per fermare la violenza, portare i criminali alla giustizia, supportare le vittime e includere pienamente i cristiani, che rappresentano il 47 per cento della popolazione, in tutte le strutture statali e tutti i livelli di amministrazione.

Il Cardinale Hollerich ha anche espresso vicinanza ai migranti e le loro famiglie, a quanti scappano dalla violenza e cercano asilo, alle vittime del traffico di esseri umani schiavizzate nelle nostre stesse città e a tutte le persone sfollate che cercano un posto sicuro per vivere.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, la questione dei rifugiati

Parlando il 7 luglio davanti al Comitato Esecutivo dell’Alto Commissionario per i Rifugiati, la Santa Sede ha riconosciuto l’impegno dell’Alto Commissario per affrontare la questione dei rifugiati, e ha chiesto di ricordare che anche coloro che accolgono i rifugiati hanno la loro quota di beneficio, perché molti rifugiati fanno lavori che devono essere valorizzati.

L’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra, ha sottolineato che la Santa Sede apprezza le misure di emergenza prese per evacuare i rifugiati dalla Libia, “dove erano in pericolo”, a centri “in Niger e in Rwanda”.

Ma, sottolinea la Santa Sede, sebbene 1200 rifugiati siano stati ricollocata, la enorme maggioranza di rifugiati e famiglie resta incerta del suo futuro, e sono costretti “a sopravvivere, quando va bene, senza essere in grado di provvedere da soli ai loro bisogni quotidiani, o, quando va male, sono confinati in centri di detenzione, dove “sono privati di accesso all’educazione, alla sanità e a opportunità di lavoro decenti, e rischiano di essere soggetti ai crimini del traffico di esseri umani e della schiavitù moderna.”.

La Santa Sede a Ginevra: il tema della protezione internazionale

Un altro dibattito al Comitato Esecutivo dell’Alto Commissario ONU per i rifugiati ha riguardato la protezione internazionale. Anche questo si è tenuto il 7 luglio.

L’arcivescovo Jurkovic ha ricordato la preoccupante scala e natura dello sfollamento oggi, definito “un indicatore allarmante della violenza, la persecuzione e il conflitto che maledicono la nostra era”: Non si tratta “solo di numeri”, ma di 80 milioni “di persone con un nome, una facci,a una drammatica storia personale, e aspirazioni”.

La pandemia, ha detto l’arcivescovo Jurkovic, non ha fatto che aggravare “le sconcertanti cause dello sfollamento”, che è comunque “cresciuto con il tempo” e diventato semre più interconnesso con altre questioni come i disastri naturali, e per questo “solidarietà straordinaria o la galvanizzazione di un reale multilateralismo” sono necessari”.

La pandemia, nota la Santa Sede, ha anche “messo in discussione norme fondamentali della legge dei rifugiati, in particolare il diritto di cercare asilo e il principio cardine del non refoulement”, che è il principio per cui non si devono forzare rifugiati a tornare in Paesi in cui sarebbero perseguitati.

“I rifugiati e gli sfollati – ha denunciato la Santa Sede – non sono meri oggetti di assistenza. Sono soggetti di diritti e doveri, come tutti gli esseri umani”.

E così – nota la Santa Sede – la pandemia è “diventata anche una crisi di protezione”, dato che basta pensare a come “rifugiati e migranti in campi o, molto peggio, in centri di detenzione, si sforzino per rispettare il distanziamento sociale e altre misure”.

La Santa Sede sottolinea che la sicurezza dei confini e il benessere dei rifugiati e i richiedenti asilo “non dovrebbero essere considerate priorità mutualmente esclusive, ma piuttosto mutualmente rinforzanti”.

La Santa Sede indica nella preparazione futura come una delle migliori lezioni da imparare in tempo di pandemia, sottolineando che è vero che lo status di rifugiato è mutato nel tempo, ma è anche vero che c’è bisogno di rispettare i diritti umani.

La Santa Sede nota che è cruciale che l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati abbia un approccio “olistico e integrato”, e per questo mette in luce come il paragrafo 11 della Nota sulla Protezione Internazionale la trovi in disaccordo.

Secondo il paragrafo, “la legge dei rifugiati riconosce che quelli che affrontano la persecuzione sulle basi di età, gender e orientamento sessuale possono essere i rifugiati”.

La Santa Sede contesta la terminologia del testo ,perché “orientamento sessuale” e “identità gender” non trovano una chiara e condivisa definizione nella legge interanazionale, e tra l’altro “l’inclusione di questi termini non è necessario ad assicurare che tutti quelloi che cercano protezione a causa di persecuzione ricevano protezione.

La Santa Sede a Ginevra, i diritti umani degli sfollati interni

Il 9 luglio, la Santa Sede è intervenuta a Ginevra al Consiglio dei Diritti Umani, in un Dialogo Interattivo per il responsabile del Rapporto Speciale sugli Sfollati interni.

Nel suo intervento, la Santa Sede ha notato che gli sfollati interni non sono solo numeri, come non lo sono migranti e rifugiati, ma sono piuttosto “persone umane, con le loro personali storie, sofferenze e aspirazioni”, che però sono sempre più vittime della “globalizzzazione dell’indifferenza.

Per questo la Santa Sede ha fatto notare che Papa Francesco ha voluto dedicare proprio agli sfollati interni il Messaggio per la Giornata Mondiale di Migranti e Rifugiatis, così come degli orientamenti pastorali a cura della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Nell’intervento a Ginevra, la Santa Sede mette in lucee il problema specifico delle persone sfollate con disabilità che “spesso incontrano pesi addizionali e barriere nell’accedere a specifiche informazioni riguardo gli sfollati e l’assistenza umanitaria, cosa che ha come risultato una ineguaglianza e maggiori rischi nella protezione”.

La Santa Sede invita a considerare i diversi bisogni degli sfollati, e per questo si rimanda proprio agi orientamenti pastorali, documento che chiede tra l’altro agli Stati di “offrire misure specializzate e protezione per gli sfollati con disabilità, in modo da assicurarsi che siano sicuri da ogni minaccia e possano partecipare pienamente alla vita nelle società che li ospitano.

La Santa Sede incoraggia per questo gli Stati a delinare “un sistema più chiaro di responsabilità per gli sfollati per dare efficace protezione e salvare vite”, sitema che dovrebbe includere anche un migliore coordinamento, e partnerships con organizzazioni religiose che potrebbero essere “di particolare aiuto”.

La Santa Sede a Ginevra, diritti umani e solidarietà internazionale

Il 9 luglio, si è tenuto al Consiglio dei Diritti Umani un dibattito sul rapporto dell’Esperto Indipendente sui Diritti Umani e la solidarietà internazionale, rapporto che si è focalizzato molto sul cambiamento climatico.

Nel suo intervento, la Santa Sede ha chiesto, in un tempo di crisi dato dalla pandemia, a “prendersi cura l’uno degli altri, a non isolarsi nell’egoismo, ma a promuovere e difendere la vita umana, offrire cura medica adeguata e garantire accesso alle medicine per tutti, finanziare la solidarietà internazionale e combattere la cultura dello scarto”.

La Santa Sede ha notato che non ci può essere più indifferenza di fronte “alla sofferenza dei poveri e allo sfruttamento della nostra casa comune”.

La Santa Sede ha quindi ricordato che “ci sono due concetti di legge internazionale che riconoscono unità di interessi, così come rispetto di valori differenti, diritti e bisogni nell’affrontare una protezione ambientale globale. Il primo è la comprensione del cambio climatico come “una preoccupazione comune dell’umanità” e il secondo è il riconoscimento che gli Stati hanno comuni, ma differenziate responsabilità e capacità nella cooperazione internazionale.

La Santa Sede ha chiesto inoltre di “rafforzare la convinzione che siamo una sola famiglia umana”.

                                                FOCUS CINA

La questione cinese

È stato rivelato che nel testo dei saluti dopo Angelus del 5 luglio, come al solito distribuito ai giornalisti, era presente un appello di Papa Francesco sulla situazione ad Hong Kong, che poi il Papa ha deciso di non leggere integralmente.

La notizia della possibilità di un appello ha fatto molto scalpore, sebbene rendere noto il testo inviato sotto embargo rappresenta una piccola rottura del patto tra giornalisti e Sala Stampa della Santa Sede: se un testo è in embargo, non esiste finché viene pronunciato, e se non viene pronunciato, non è mai esistito.

Al di là del testo previsto, che era comunque moderato nei toni, la questione si inserisce nella “realpolitik” vaticana nei confronti della Cina. Già tornando dal viaggio in Giappone, Papa Francesco aveva sminuito un telegramma inviato ad Hong Kong, suscitando per la sua moderazione anche l’apprezzamento del ministero degli Esteri cinese.

In questi giorni, si sta valutando se e come prolungare ad experimentum l’accordo condidenziale tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi. L’accordo, mai rivelato, stato anche contestato duramente da eminenti personaggi, come il Cardinale Joseph Zen Zekiun, vescovo emerito di Hong Kong.

L’accordo non riguarda le relazioni diplomatiche tra Cina e Santa Sede, che sono state interrotte nel 1951. La Santa Sede ha mantenuto una “nunziatura di Cina” stabilita a Taipei, capitale di Taiwan, ma non c’è un nunzio lì da quando Taiwan non è più stata riconosciuta dalle Nazioni Unite. Attualmente, Taiwan mantiene le relazioni con un pugno di Stati che la riconoscono, e la Cina pone sempre come condizione la rottura dei rapporti con Taiwan quando Pechino e un altro Stato stabiliscono un legame diplomatico. È stato fatto anche con la Santa Sede, ma la Santa Sede ha sempre mantenuto una relazione con Taiwan.

L’accordo sino-vaticano prevederebbe anche l’ultima scelta del Papa in caso di nomina dei vescovi. Questo, però, non è mai stato sperimentato. Lo scorso agosto si è installato come vescovo di Jining, nella Mongolia interna, il vescovo Anthony Yao Shun, che era però il candidato vescovo scelto dalla Santa Sede più di sei anni fa.

Ci sono al momento circa 52 diocesi senza vescovi, e non sono stati nominati nuovi vescovi per queste diocesi vacanti negli ultimi due anni.

Certamente, la Cina non ha ricambiato il gesto di Papa Francesco, che, alla firma dell’accordo, ha riammesso otto vescovi cinesi alla comunione con Roma. Si pensava che la Cina avrebbe riconosciuto un numero eguale di vescovi dalla Chiesa non ufficiale, ma questo non è avvenuto. Anzi, il Partito Comunista Cinese ha portato avanti una politici di sinizzazine molto dura.

Lo scorso mese, comunue, Pechino ha riconosciuto Lin Jiashan, 86 anni, vescovo della dioces di Fenxiang in Shaanxi, mentre a gennaio 2019 Pechino ha riconosciuto il vescovo Jin Lugang di Nanyang. Ci sono attualmente 23 vescovi scelti dalla Santa Sede che ancora non hanno un riconoscimento da Pechino. Pechino, d’altra parte, vuole che i vescovi diano riscontro scritto della loro adesione all’Associazione Patriottica Cinese, con un impegno di lealtà e obedienza alla leadership del partito.

Si tratta di due passaggi che richiedono anni, perché Pechino vuole testare fino in fondo la lealtà dei vescovi.

I negoziati per il rinnovo dell’accordo vanno a rilento, c’è stato solo un incontro negli ultimi 12 mesi, mentre i seguaci della Chiesa sono ancora soggetti ad arresti e persecuzioni in Cina. È successo, per esempio, al vescovo Augustine Cui Tai, dalla diocesi di Xuanhua in Hebei, arrestato lo scorso mese e mai più visto. Il vescovo di Shanghai Thaddeus Ma Daqin è da anni in arresto domiciliare nel seminario di Sheshan.

                                                FOCUS ANTISEMITISMO

Antisemitismo e rapporti con lo Stato di Israele: Gallagher a colloqui con il Rabbino Rosen

Il 7 luglio, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, ha avutoo un colloquio in diretta con il rabbino David Rosen, direttore del Dipartimento di Affari Religiosi dell’America Jewish Committe, che ha organizzato l’incontro. Diffuso online, l’incontro è stato anche aperto a domande da parte del pubblico.

Tema dell’incontro è stato prima di tutto l’antisemitismo. L’arcivescovo Gallagher ha sottolineato le parole e azioni dei Papi contro l’antisemitismo, e ha ammesso che “il clima riguardo l’antisemitismo “sta tristemente peggiorando”, specialmente in un momento “di grande conflitto nel mondo” come quello attuale, con tensioni “in particolare in Medio Oriente, Iraq, Libano”.

Per l’arcivescovo Gallagher, la Chiesa “non può abbassare la guardia, gli impegni presi dai Pontifici Consigli e dai Papi non sono tutta la storia, perché si deve lavorare alla base, dobbiamo cominciare con l’educazione dei giovani: c’è molta ignoranza, ci sono molti pregiudizi e l’educazione è una chiave per combattere l’ignoranza”.

Il rabbino Rosen ha obiettato che l’articolo 2 dell’Accordo Fondamentale tra Israele e Santa Sede parla di una cooperazione tra i due Stati per lottare l’antisemitismo, e si chiede se questo sia mai stato fatto, invitando le nunziature, su stimolo della Segreteria di Stato, a lanciare programmi in tal senso.

Dal canto suo, l’arcivescovo Gallagher ha affermato che forse si dovrebbe fare di più “a livello di cooperazione tra Santa Sede e Israele”, ma aggiunge che la sua personale esperienza di nunzio è stata una esperienza di grande dialogo.

Viene chiesto al “Ministro degli Esteri” vaticano il perché la Santa Sede non abbia accettato la definizione di antisemitismo promossa dalla International Holocaust Remembrance Alliance. Questa è una organizzazione intergovernativa, fondata nel 1988 con lo scopo di unire governi ed esperti per rafforzare l’educazione, la ricerca e il ricordo della Shoah in tutto il mondo.

Questa organizzazione ha sviluppato tra il 2003 e il 2004 una definizione di lavoro di antisemitismo, che lo definisce come “una certa percezione degli Ebrei, che può essere espressa come odio vers gli ebrei. Manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso individui ebrei o non ebrei e proprietà e contro comunità, istituzioni, e luoghi religiosi ebrei”.

Si tratta di una definizione che non è stata accettata globalmente, e nemmeno la Santa

Sede la ha accettata. L’arcivescovo Gallagher ha spiegato che “l’impegno contro l’antisemitismo della Santa Sede, sia a livello istituzionale che personale, non è in dubbio. Ma non vediamo perché dobbiamo impegnarci in una definizione, che (è la mia visione) è sempre limitante”.

L’arcivescovo Gallagher ha anche ribadito la posizione della Santa Sede su Gerusalemme. Più volte la Santa Sede ha chiesto di rispettare lo status quo di Gerusalemme, e gli appelli sono aumentati dopo la decisione del presidente USA Donald Trump di riconoscerla come capitale dello Stato di Israele.

L’arcivescovo Gallagher ha detto che la Santa Sede ritiene che il carattere multireligioso della città è meglio assicurato con uno status internazionale garantito, magari dalle Nazioni Unite. E questo è stato ribadito anche nello statement che Papa Francesco e il re del Marocco Mohammed VI hanno diffuso lo scorso marzo, durante la visita di Papa Francesco nel Paese.

L’arcivescovo Gallagher ha parlato poi della Dichiarazioen della Fraternità Umana di Abu Dhabi, e dell’Alto Comitato stabilito per implementare la dichiarazione che ha visto anche l’inclusione di un componente ebreo, il rabbino Lustig.

Per il rabbino Rosen, però, servirebbe una “nuova Assisi”, una opportunità di mostrare tutte le religioni una vicino all’altra.

Altro tema: l’apertura degli archivi di Pio XII. Se il rabbino Rosen è convinto che non cambierà la percezione sul Papa, l’arcivescovo Gallagher ha parlato di aspettative “alte” per i 2 milioni di documenti che si contengono in 223 metri lineari di scaffali, e ha affermato che si spera che “i documenti possano rivelare quello che Pio XII ha fatto per la comunità ebrea a Roma e nel mondo”.

Questioni più diplomatiche: la Santa Sede ha riconosciuto la Palestina con un accordo siglato nel 2015, che si sperava potesse anche aprire la strada alla pace in Terrasanta, ma “di fatto – ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano – non c’è un dialogo tra Palestine e Israele, e dunque l’obiettivo dell’accordo non ha funzionato. I palestinesi rifiutano il ‘Plan for the future’ di Trump, e questo non aiuta”.

Israele, poi, accusa l’Iran di destabilizzare la regione, mentre la Santa Sede ha sempre mantenuto rapporti con Teheran. Noi – ha detto l’arcivescovo Gallagher - abbiamo incoraggiato l’Iran di rimanere negli impegni che hanno fatto con l’AIEA, ma crediamo anche che la discussione con i colleghi iraniani, e sappiamo che c’è bisogno di abbandonare, crediamo che c’è bisogno di gesti significativi. Proviamo a fare quello che possiamo, sappiamo che l’Iran è un player molto importante e proviamo a impegnarci in modo rispettoso e significativo e comprendiamo che l’Iran è percepito in maniera estremamente negativo”.

Ti potrebbe interessare