Diplomazia pontificia: verso le elezioni europee, la questione del ruolo della donna

L'arcivescovo Jean Claude Hollerich, presidente della COMECE (sinistra) e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea (destra) durante l'incontro alla COMECE dello scorso 14 marzo
Foto: COMECE
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Non è un appuntamento realmente diplomatico, ma ha allo stesso tempo un forte peso diplomatico: i vescovi europei della COMECE (la Commissione delle Conferenze Episcopali in Europa) hanno incontrato lo scorso 14 marzo il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker. L’incontro è avvenuto in vista delle prossime elezioni europee, in occasione della plenaria della commissione.

Ma è un incontro che ha luogo anche nei giorni in cui il Cardinale Parolin, nella sua visita in Polonia, parlando con i vescovi sottolinea ancora una volta la necessità di recuperare le radici cristiane d’Europa.

Nel frattempo, all’ONU si sta riunendo la commissione sullo status della donna, e la Santa Sede ha inviato una delegazione guidata dall’arcivescovo Bernardito Auza.

I vescovi europei con il presidente Juncker

Votare con responsabilità e impegnarsi nel dibattito politico: sono questi i due messaggi che il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e i vescovi della COMECE riuniti in assemblea plenaria hanno lanciato.

Parlando davanti agli esponenti della COMECE, il presidente Juncker ha sottolineato di essere “un fervente difensore della dottrina sociale della Chiesa”, da lui definito “uno degli insegnamenti più nobili della nostra Chiesa” che purtroppo “l’Europa non applica abbastanza spesso”. Ha quindi auspicato che i valori e i principi guida della Dottrina Sociale della Chiesa siano riscoperti.

Da parte loro, i vescovi europei hanno riaffermato l’impegno della Chiesa ad “affrontare le sfide che il nostro continente e il nostro popolo devono affrontare”, e tra queste hanno citato la digitalizzazione, lo sviluppo tecnologico, la questione demografica, il riscaldamento globale e le migrazioni.

I vescovi hanno allo stesso tempo sottolineato il bisogno di unire gli sforzi di tutte le persone di buona volontà per meglio servire il bene comune, mettendo la persona umana al cuore delle politiche Europee.

A due mesi dalle elezioni europee, i vescovi hanno richiamato la responsabilità dei cittadini europei di esercitare il loro diritto al voto, dando “nuovo impulso alla costruzione europea”, perché quello che sarà deciso nelle prossime elezioni “influenzerà le nostre vite per i prossimi 5 anni”. I vescovi hanno inoltre espresso “il bisogno di promuovere un contesto europeo di dialogo, per scoprire le opportunità dietro le sfide e proporre soluzioni efficaci per il benessere di quanti vivono nell’Unione Europea.

L’incontro tra il presidente Juncker e i vescovi è espressione concreta del dialogo tra istituzioni Europee e Chiese stabilito dal Trattato per il Funzionamento dell’Unione, all’articolo 17.

In vista delle elezioni europee del 23 – 26 maggio, i vescovi europei hanno anche lanciato qualche tempo fa un appello. “Le elezioni europee – hanno scritto – offrono una grande opportunità per fare scelte politiche che svilupperanno una rinnovata fratellanza tra le persone, rilanciando il progetto europeo”.

I vescovi hanno sottolineato che l’Unione Europea sta affrontando allo stesso tempo importanti sfide e incertezze, e “per poterle affrontare, l’Europa deve riscoprire la sua comune identità, e proteggere persone, famiglie e culture, specialmente i più vulnerabili”.

L’incontro in Polonia del Cardinale Parolin con il presidente Duda

In Polonia per il centenario della nunziatura polacca e della Conferenza Episcopale, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha incontrato lo scorso 14 marzo il presidente della Polonia Andrzej Duda.

Il presidente ha accolto il Papa nel Palazzo Presidenziale del Belvedere a Varsavia, e poi ha partecipato alla Messa celebrata dal Cardinale nella chiesa della Divina Provvidenza. Duda ha consegnato al Cardinale una copia della candela dell’indipendenza da portare come dono a Papa Francesco, insieme alle lettere del presidente Duda e del Cardinale Kazimierz Nycz.

Duda è stato in visita da Papa Francesco lo scorso 15 ottobre, per ricordare il 40esimo dell’elezione di San Giovanni Paolo II, e in quell’occasione ha avuto anche un bilaterale con il segretario di Stato vaticano. Altra occasione per un incontro, la partecipazione del Cardinale Parolin al Cop24 di Katowice a dicembre 2018.

Il presidente Duda, molto vicino alla Chiesa cattolica, ha anche preso parte ad una seduta della plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, che si è tenuto lo scorso settembre a Poznan.

Parlando davanti ai vescovi polacchi il 13 marzo, il Cardinale ha ricordato che la loro prima assemblea del 1919 era stata presieduta dall’arcivescovo Achille Ratti, allora legato pontificio in Polonia che sarebbe poi divenuto Pio XI.

Il Cardinale ha anche sottolineato che “l’unità con il Papa garantisce libertà di fronte alle potenze del mondo e a gruppi di interesse particolari”, e ha messo in guardia sul fatto che l’Europa “rischia di dimenticare le sue radici cristiane”, perdendo quella “unità continentale raggiunta a caro prezzo di fronte alle crescenti influenze del pensiero individualista, nazionalista e separatista”.

Il Segretario di Stato vaticano ha anche indicato la Polonia come un luogo dove si possa dare all’Europa “una testimonianza cristiana, un autentico esempio di fede viva, ma anche di unità nazionale e di accoglienza, di apertura e di pieno rispetto per gli altri”.

Le relazioni tra Santa Sede e Polonia esistono a livello di nunziatura dal 1555, interrotte solo dalla scomparsa dello stato polacco nel 1795, con la terza partizione della Polonia. La Polonia tornò ad esistere solo nel 1918, dopo la Prima Guerra Mondiale, e Santa Sede e Polonia stabilirono relazioni diplomatiche nel 1919.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Santa Sede non riconobbe il Governo Provvisorio di Unità Nazionale formato nel 1945, mentre mantenne relazioni diplomatiche con il governo polacco in esilio a Londra fino al 1958.

Si cominciò a discutere di una normalizzazione delle relazioni tra Polonia e Santa Sede nel 1971, mentre l’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978 facilitò la caduta del blocco sovietico. Le relazioni diplomatiche furono pienamente ristabilite nel 1989, e nel 1993 Santa Sede e Polonia firmarono un concordato, l’ultimo accordo ad ora conosciuto con questo nome.

Santa Sede all’ONU di New York: contro il traffico di esseri umani

Si tiene presso le Nazioni Unite la 63esima sessione della Commissione sullo Status della donna, dall’11 al 21 marzo. Capo della delegazione della Santa Sede è l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite di New York.

Lo scorso 12 marzo, l’arcivescovo Auza ha tenuto l’intervento di apertura ad un side event su “I sistemi di protezione sociale e l’accesso ai servizi pubblici nella lotta contro il traffico di esseri umani e la moderna schiavitù”, sponsorizzato dalla Santa Sede con la fondazione Arise.

L’arcivescovo Auza ha detto che il tema della Commissione, centrato sui sistemi di protezione e l’accesso ai servizi pubblici, è uno dei temi centrali nella lotta contro il traffico di esseri umani, perché “senza accesso a risorse economiche, lavoro dignitoso, proprietà, nuove tecnologie, mezzi di microfinanza e copertura sanitaria, medicine, vaccini, educazioni e giustizia”, le persone, e in particolare donne e ragazze, sono “vulnerabili” e possono essere sfruttate o vittime della tratta.

L’Osservatore della Santa Sede ha quindi sottolineato che una delle priorità è quella di “assicurare accesso ad educazione, lavori, cura sanitaria”, e di reintegrare le vittime della tratta, citando in particolare gli “Orientamenti pastorali sul Traffico di Esseri Umani” recentemente presentato dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero Vaticano per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale.

Tra i delegati della Santa Sede alla Commissione sullo Status della Donna, anche Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani.

La Santa Sede all’ONU di New York, la vera uguaglianza delle donne

Il 15 marzo, l’arcivescovo Auza è intervenuto ad un’altra sessione della Commissione per lo Status della donna. La sessione era dedicata al tema “Protezioni di sistemi sociali, accesso a servizi pubblici e infrastrutture sostenibili per eguaglianza di genere e conferimento di poteri a donne e ragazze”.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Auza ha detto che ogni programma che possa rafforzare la società e il ruolo della donna nella società deve “considerare le concrete situazioni delle donne nelle famiglie, le situazioni vulnerabili in cui molte donne si trovano, e la necessità di promuovere continuamente la piena fioritura delle donne”.

L’osservatore della Santa Sede ha notato che il contributo delle donne al benessere della società è spesso “poco considerato dalle politiche sociali”, in particolare per quanto riguarda il lavoro di cura che fanno quotidianamente, mentre molte donne “soffrono stigmatizzazione e svantaggi economici per le loro gravidanze, o per le loro vedovanze”. Per questo, i programmi di welfare sociale devono dare loro il riconoscimento e la protezione sociale che meritano.

La Santa Sede ha anche affermato che le donne devono “essere protette dalla violenza in ogni passo del loro ciclo di vita”, e ha concluso dicendo che “attraverso il genio femminile, le donne arricchiscono la comprensione del mondo, promuovono la pace e fanno le relazioni umane più oneste e autentiche”.

L’osservatore alla FAO su donne tra vita e lavoro

Lo scorso 13 marzo, monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso la FAO, l’IFAD e il PAM, ha tenuto un discorso al convegno “Ponti, non muri. Donne tra vita e lavoro”.

Ricordando la lettera di Paolo VI alle donne, monsignor Chica Arellano ha sottolineato che le donne sono coloro più in grado di gettare “ponti di pace”. L’osservatore alla FAO ha chiesto di guardare in particolare “a quelle donne, a quelle madri che lavorano nelle aree di campagna, che “svolgono un ruolo cruciale nell’economia rurale, specialmente in Paesi in via di sviluppo”, che sono “essenziali per la conservazione e il miglioramento dei mezzi di sussistenza, per il rafforzamento delle comunità, per il raggiungimento della sicurezza alimentare e nutrizionale e per la lotta alla povertà”.

Le donne, ha detto monsignor Chica Arellano, sono “protagoniste dello sviluppo delle loro famiglie e delle società in cui vivono”, hanno “un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030”, anche perché sono un quarto della popolazione mondiale e in alcune regioni del mondo come l’Africa sub-sahariana o l’Asia meridionale rappresentano il 60-70 per cento della forza lavoro in agricoltura.

In più, le donne ricevono maggiori responsabilità in termini di lavoro e di decisioni, considerando che le ondate migratorie riguardano soprattutto gli uomini.

L’osservatore della Santa Sede alla FAO ha notato che le donne rurali hanno considerazione anche nel diritto internazionale, con menzioni nella Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, o l’istutizione della Giornata Mondiale delle Donne Rurali e la creazione di UN Women.

In particolare, monsignor Chica ha notato che le donne rurali “lavorando nelle imprese familiari, non percepiscono alcuna retribuzione”, mentre altre restano prive di retribuzione sociale. In più, le donne sono il 43 per cento delle forze lavoro, ma hanno meno del 20 per cento della proprietà dei latifondi, e spesso possono essere vittime di trafficanti, trattate come “rifiuti e avanzi”.

Per il rappresentante della Santa Sede, è importante che “le leggi, le politiche e le istituzioni nazionali, i modelli culturali e la mentalità religiosa promuovano e tutelino gli eguali diritti delle donne e il loro accesso alla terra, alle risorse, ai mezzi di sussistenza, ai mercati e al credito”, anche perché “quando alle donne viene assicurato, ad esempio, l’accesso alla terra, si verificano numerosi effetti positivi: aumenta la qualità delle loro condizioni di vita, migliorano la salute e l’educazione, viene loro garantito l’accesso al credito e sono maggiormente tutelate da situazioni di violenza”. 

Insomma, l’accesso alla terra è “essenziale per la realizzazione di altri diritti umani, come il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione e al lavoro, all’educazione, all’identità culturale e alla partecipazione alla vita sociale e politica”.

In più, “per rafforzare la posizione delle donne rurali, occorre allora riaffermare come la fondamentale uguaglianza tra l’uomo e la donna, e pertanto l’eguaglianza dei loro diritti fondamentali, sia radicata nella dignità inviolabile della persona umana”.

Il nunzio apostolico in Guatemala

Ha creato molte polemiche un intervento dell’arcivescovo Nicolas Thevenin, nunzio apostolico in Guatemala, che lo scorso 13 marzo, secondo agenzie nazionali, ha appoggiato gli sforzi del Guatemala nella lotta contro la malnutrizione e la droga, e gli accordi per fare avere medicinali a basso costo. In più, il nunzio ha sottolineato che i criminali hanno cercato di creare disaccordo nell’anno delle elezioni.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Thevenin ha definito “una ottima notizia” l’approvazione del programma ‘Crecer Sano’, perché un bambino malnutrito “non ha possibilità di sviluppare le sue capacità”, e ha sottolineato “soddisfacente” il fatto che le retate anti- droga “sono molto aumentati in questi ultimi tempi”. Nello scorso anno, in Guatemala sono stati sequestrati 16828 chili di cocaina.

Il nunzio ha anche applaudito l’accordo del governo per avere medicine a basso costo, con “una rete di 138 farmaci in tutto il territorio del Guatemala”, che permette di curare a “prezzi dell’85 per cento inferiori ai prezzi abituali”.

Dopo 36 anni di guerra civile, il Guatemala si trova ancora in una situazione critica. Lo scorso 13 marzo, il Congresso del Guatemala ha sospeso il voto per l’approvazione finale di una legislazione che avrebbe liberato dozzine di ufficiali militari accusati di genocidio, tortura e crimini contro l’umanità durante la guerra civile che ha colpito la nazione tra il 1960 e il 1996. La messa in stato di accusa di più di 30 ufficiali militari era stata resa possibile dalla legge di Riconciliazione Nazionale che integrava gli accordi di pace. Ma oggi che il conflitto è finito, le questioni non sembrano ancora risolte.

In questo senso, le parole del nunzio, più che una approvazione al governo guatemalteco, suonano come una ammonizione sui passi da fare, un indiretto invito a lavorare per il benessere della popolazione. Nella tradizione della Santa Sede, l’arcivescovo ha dettato una linea senza effettivamente contrapporsi.

Il nunzio in Grecia incontra il ministro degli Esteri

L’arcivescovo Savio Tai Fai Hon, nunzio apostolico in Grecia, si è incontrato lo scors 14 marzo con il viceministro degli Affari Esteri ellenico Markos Bolaris.

In una nota rilasciata dal ministero degli Esteri, si sottolinea che durante l’incontro il nunzio si è congratulato con il viceministro e il governo greco per la Conferenza di due giorni sulla diplomazia religiosa ed ecclesiastica (che si è tenuta dal 28 febbraio all’1 marzo), sottolineando che “la buona volontà di tutte le religioni per la cooperazione era evidente”, e ha messo in luce che la conferenza ha permesso “il libero scambio di vedute e contatti, anche a margine delle sessioni, enfatizzando che le visioni differenti hanno messo in luce la necessaria collaborazione per la promozione di una coesistenza pacifica dei gruppi religiosi nonostante le differenze esistenti”.

L’arcivescovo Savio ha anche spiegato al Primo Ministro l’organizzazione della Chiesa cattolica.

La Chiesa cattolica è minoranza in Grecia, mentre la Chiesa Ortodossa Greca è religione di Stato, e i sacerdoti erano considerati ufficiali pubblici.

Recentemente, in Grecia, è stato siglato un nuovo accordo tra la Chiesa di Grecia (ortodossa) e lo Stato, dopo un incontro tra il patriarca Girolamo e il premier Tsipras. Dopo l’accordo, i sacerdoti della Chiesa ortodossa greca non saranno più considerati ufficiali pubblici, ma lo Stato si farà carico di corrispondere una somma pari a quella degli stipendi da loro percepiti, e la Chiesa di Grecia dovrà distribuire i fondi. Tsipras ha aggiunto che sarà stabilito un nuovo fondo dalla Chiesa e lo Stato greco per l’uso delle proprietà della Chiesa.

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