Finanze vaticane, il mercato aiuta lo IOR: utili in crescita per la prima volta dal 2012

L’Istituto per le Opere di Religione registra nel 2019 un utile netto di 38 milioni di euro (lo scorso anno erano 17,5 milioni). Lievemente cresciuto il numero di clienti.

Il torrione Niccolò V, sede dell'Istituto delle Opere di Religione
Foto: AG / ACI Group
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È di 38 milioni di euro l’utile registrato dall’Istituto per le Opere di Religione nel 2019. Lo sottolinea il rapporto annuale dell’Istituto, pubblicato oggi ma approvato già lo scorso aprile. La crescita degli utili, spiega il rapporto, è da attribuire al mercato favorevole, ma anche alla politica degli investimenti, che il rapporto descrive come etici secondo una narrativa che ha sviluppato a partire dal rapporto del 2017.

Certo, il 2019 è stato un anno denso di avvenimenti, il più importante dei quali è la pubblicazione del nuovo chirografo dell’Istituto. Chirografo che in realtà non aveva modifiche sostanziali rispetto al testo del 1990, e che includeva – anche qui – una particolare enfasi alla finanza etica. Il rapporto ci tiene a sottolineare anche che il management si è decurtato lo stipendio del 20 per cento come segno di solidarietà per affrontare la crisi dovuta alla pandemia del Covid 19. Allo stesso tempo, si è provveduto a fare nuove assunzioni, soprattutto tra i manager, che significa anche un rafforzamento dell’Istituto. E, tra i grandi risultati dell’anno, Jean-Baptiste de Franssu, presidente del Consiglio di Sovrintendenza, annovera anche l’ingresso nell’area SEPA, l’area unica di pagamenti europei che facilita le operazioni finanziarie tra i Paesi aderenti all’area, che non fanno più distinzione tra pagamenti nazionali e transfrontalieri.

“Uno dei più importanti risultati ottenuti nel 2019 – scrive de Franssu – è che dall’1 ottobre lo IOR processa pagamenti tramite il circuito SEPA, a beneficio dei clienti che ora possono avere accesso ad un migliore sistema di trasferimento di bonifici, con tempi di esecuzione più corti e costi limitati”. De Franssu esalta la novità come “un’immagine emblematica delle profonde modifiche che sono intervenute in quest’area come in molte altre in Istituto nel 2014”.

In realtà, è lo Stato che entra nell’area SEPA, e non la banca, ed è allo Stato che viene fornito il codice IBAN. La Santa Sede era parte della SEPA a partire dall’1 marzo 2019, ma l’operatività dello IOR era garantita solo a partire da novembre 2019, perché la piattaforma non era pronta al momento dell’ingresso della Santa Sede nell’area SEPA. L’Istituto è poi riuscito ad anticipare di un mese l’adeguamento delle strutture.

Qualche cifra: gli utili sono dunque di 38 milioni, e il Cardinale Santos Avril y Castellò, presidente del Consiglio di Sovrintendenza, sottolinea che si tratta di “un risultato molto importante, se si considerano l’andamento dei mercati e i rendimenti bassi che ormai li stanno caratterizzando”, e afferma che “di sicuro hanno dato buoni frutti le scelte oculate intraprese dal management che non si sono mai limitate ad usare come discrimine l’ottenimento del mero profitto nel breve periodo”.

È la prima volta che il bilancio migliora rispetto all’anno precedente dal 2012. Fino allo scorso anno, il trend negativo dell’Istituto era stato esponenziale: si va dall’utile di 86,6 milioni dichiarato per il 2012 – che quadruplicava gli utili dell’anno precedente – ai 66,9 milioni del rapporto 2013ai 69,3 milioni del rapporto 2014, ai 16,1 milioni del rapporto 2015, ai 33 milioni del rapporto 2016 e ai 31,9 milioni del rapporto 2017, per arrivare ai 17,5 milioni di euro del 2018.

I clienti al 31 dicembre 2019 sono 14.996, lievemente di più dei clienti del 2018, che erano 14.953.

La clientela è composta da ordini religiosi (51 per cento), dicasteri della Curia Romana, uffici della Santa Sede e dello Stato di Città del Vaticano e nunziature apostoliche (21 per cento), conferenze episcopali, diocesi e parrocchie (10 per cento), cardinali, vescovi e clero (8 per cento), dipendenti e pensionati vaticani (7 per cento) e fondazioni e altri enti di diritto canonico. (3 per cento).

Lievemente in calo i depositi (1,7 miliardi di euro a fronte degli 1,8 miliardi di euro del 2018), stabili le cifre dei portafogli gestiti (2,9 miliardi di euro, sia nel 2019 che nel 2018), cresciuti i portafogli in custodia e amministrazione (ammontavano a 377,t milioni di euro nel 2018, hanno raggiunto la quota di 500,6 milioni di euro nel 2019).

La raccolta complessiva è stata di 5,1 miliardi di euro, lievemente in crescita rispetto al dato del 2018 (5 miliardi di euro).

Al 31 dicembre 2019, il patrimonio ammontava a 630,3 milioni di euro, al netto della distribuzione degli utili. Un dato, questo, in calo rispetto al 2018, quando il patrimonio contava su 654,6 milioni di euro, e anche allora era in sensibile calo rispetto al 2017.

Monsignor Battista Ricca, prelato dello IOR, nota che “l’ottimo risultato” è “dovuto in gran parte alla variazioni favorevoli del mercato”, ma non toglie meriti alla “capacità e alla prontezza nel saper cogliere il momento migliore per intervenire” della dirigenza, e ha sottolineato che “sia quando i soldi ci sono, sia quando sono pochi, bisognerebbe sempre richiamarsi a tre aggettivi che vanno bene per tutti gli ambienti: indispensabile, necessario, utile”. “Quindi – conclude – cerchiamo di essere contenti di quello che l’Istituto riesce a fare: se in futuro si otterrà di più, saremo lieti, se otterremo lo stesso o di meno saremo ancora più lieti perché saremo obbligati a non seguire la logica del mondo e ce la caveremo lo stesso”.

L’introduzione del presidente de Franssu spiega che sono entrati nello IOR nuovi dirigenti “funzioni di Compliance e Risk management, Internal Audit, It, Finanza, tesoreria e Gestioni Patrimoniali”, e che più del 25 per cento del personale IOR è cambiato negli ultimi due anni.

De Franssu sottolinea che i prodotti IOR “offrono rendimenti in media superiori al benchmark nel medio e lungo periodo”, ha spiegato che i costi sono in sensibile aumento (18 milioni di euro nel 2019, erano 17 milioni di euro nel 2017) e che è cambiato il revisore esterno: non più Deloitte, cui è scaduto il contratto e che non è rinnovabile, ma Mazars Italia Sp.A.

Gianfranco Mammì, direttore generale dell’Istituto, ha fornito altre cifre: lo IOR deteneva 1,85 miliardi di euro in titoli, anche questo in calo rispetto al 2018, quando erano 2,2 miliardi di euro. Di questi titoli, il 97,4 per cento erano obbligazioni, 1,9 per ecnto erano azioni, e lo 0,7 per cento i fondi di investimento da terzi. In più, spiega Mammì, “il volume dei titoli in portafoglio è diminuito rispetto al 2018, per la

scadenza di titoli temporaneamente non reinvestiti in attesa di opportunità d’investimento anche in considerazione di tassi d’interesse prossimi allo zero”.

Per quanto riguarda gli investimenti, afferma Mammì, “’Istituto ha continuato ad investire in imprese che operano nel rispetto dell’etica cattolica e svolgono

attività a salvaguardia del creato, della santità della vita e della dignità umana”, e i criteri utilizzati sono stati la Laudato Si, la responsabilità sociale delle imprese e il ruolo delle imprese nella realizzazione di un futuro sostenibile.

Lo IOR fa anche attività di beneficenza. In particolare, nell’anno ci sono state donazioni per rispondere a richieste di aiuti (maggiormente, erogazione diretta di contributi a sacerdoti studenti o a persone e famiglie, ma anche aiuti per opere missionarie o di carità) e la concessione di immobili di sua proprietà “a canone agevolato o in comodato d’uso gratuito”.

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