Le Porte del Paradiso: IV parte, la fine di un'epoca

Guido Imolesi con Paolo VI in visita al Bambino Gesù
Foto: Famiglia Imolesi
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Quarta parte

Le porte del Paradiso

Dopo Giovanni XXIII  fu eletto al soglio pontificio Sua Eminenza Cardinale Giovan Battista Montini, con il nome di Paolo VI. Mio padre lo conosceva molto bene fin dai tempi in cui Papa Montini lavorava in Segreteria di Stato, infatti lui abitava al secondo piano del Palazzo Belvedere proprio sopra il nostro appartamento. Spesso si incontravano la mattina presto quando mio padre usciva per recarsi in anticamera pontificia ed il futuro Papa Paolo VI scendeva precipitosamente le scale quasi volando, rispettando appieno il suo temperamento sobrio ed essenziale.

Papa Montini fu il Papa della mia adolescenza, quello che ricordo meglio e di più, ha accompagnato parte della mia giovinezza e per il quale ho nutrito sempre una profonda stima e ammirazione. Di Lui ricordo ed apprezzo ancor’oggi,  la profonda preparazione teologica, il suo modo di essere austero, rigoroso con se stesso, ma prodigo e benevolo con le sue anime. Noi tutti ricordiamo la struggente lettera per l’amico Aldo Moro, in cui è evidente la grande sofferenza del Papa per  la prigionia dello statista.

A mio avviso fu un atto di umiltà e di grande nobiltà d’animo da parte del Sommo Pontefice mettere a disposizione l’ autorità di uomo di Chiesa per salvare una vita umana. Inoltre i suoi innumerevoli viaggi nel mondo sono stati utili per avvicinare la Chiesa Cattolica alle altre culture religiose, promuovere collaborazione per la pace tra i popoli. Dopo di Lui i suoi successori hanno ben seguito il Suo esempio con sempre maggiori consensi da parte di tutti i popoli civili e benpensanti.

Papa Montini fu anche l’ultimo Pontefice che mio padre ebbe l’onore di servire, infatti nel 1978 ad appena una sola settimana di distanza entrambi lasciarono questa terra per raggiungere la gioia e la beatitudine celeste.

Mio padre morendo qualche giorno prima del Papa lo precedette in cielo per spalancargli le Porte del Paradiso, proprio come aveva  fatto in terra collaborando sempre con grande devozione ed umiltà.

Da allora sono passati quasi trentanove anni, nel frattempo, tre anni fa anche la mia dolce mamma lo ha raggiunto in cielo dove  si sono riuniti per vivere nella luce eterna!

Adesso spetta a me organizzare la mia vita, non è semplice quando si perdono i punti di riferimento affettivi, occorre raccattare tutti i propri cocci, rimetterli assieme e proseguire il  cammino

Per mia fortuna ho un carattere forte avvezzo alla sofferenza ed alle difficili vicissitudini, quanto di bello e buono mi toccherà dalla vita, lo apprezzerò molto ed anche i contrasti cercherò di affrontarli come posso, come fanno tutti.

Mio padre è sepolto a Gualdo Tadino, dove è nata la mia mamma e dove si sono conosciuti; sulla lapide c’è l’unica foto che lo ritrae sorridente, in occasione della visita di Sua Santità Papa Giovanni XXIII all’Ospedale Bambino Gesù. In quella foto sorride ai piccoli ricoverati e nei loro occhi ritrova quella sofferenza di cui anche lui era stato protagonista da bambino.

La sua tomba è rivolta verso il sole, costantemente riscaldata dai suoi raggi ed illuminata dalla sua luce.

Dai miei ho imparato l’onestà, il rispetto, l’intransigenza morale; mio padre era un uomo apparentemente rigido, ma intimamente buono e dolce, solo in età matura, quando già non c’era più ho imparato a conoscerlo e adesso spero tanto che mi ascolti e mi guidi sempre nelle scelte giuste.

Gualdo Tadino, il paese della memoria

Da quel lontano 1978 ho sempre vissuto con mia madre, abbiamo trascorso un’esistenza serena come tante di tutti i giorni; lei dedita alla casa, io allo studio ed al lavoro.

La mia mamma infine si è ammalata di vecchiaia, con tutte le problematiche del caso.

Per me è cominciato un cammino di maturazione psicologica, ho imparato attraverso la malattia di mia madre ad essere protagonista della mia vita. La sue dolorose vicissitudini mi hanno fortificato, abituato a prendere decisioni importanti ed anche se non si è mai pronti ad affrontare la morte dei propri cari, l’ho vissuta con immenso dolore, ma con la razionale consapevolezza che la vita umana ha un termine e se si ha il dono della fede si riesce a sopravvivere sereni.

Quando vado a trovarli al cimitero mi sembra una visita normale, parlo con loro, li rendo consapevoli di ciò che faccio, chiedo consigli su quel che voglio fare. Nei vasetti metto sempre le rose rosse perché sono il simbolo dei sentimenti intensi e profondi. Loro mi sorridono e la loro benedizione mi accompagna sempre.

Il beato Angelo da Casale

Mi reco spesso a Gualdo Tadino, paese natale di mia madre. Questa ridente cittadina della provincia di Perugia vanta un illustre passato storico; infatti si tratta della dell’antica Tagina, teatro di una guerra al tempo del re dei Visigoti, Odoacre. Questa cittadina ha come Santo protettore il Beato Angelo da Casale.

Vissuto nel medioevo si narra di lui che era un povero pastorello, figlio di una umile famiglia dalle condizioni economiche molto precarie; nonostante questo, Angelo, tutto ciò che aveva lo donava ai poveri. Un giorno sua madre, innervosita da questa situazione, lo rimproverò aspramente, lanciandogli, in preda all’ira, un’ imprecazione: “Che tu non possa tornare a casa stasera” di contro Angelo: “E che io tornando non potessi ritrovarti”. La sera, Angelo tornando a casa dal pascolo, trovò sua madre morta! Da allora fece penitenza tutta la vita. Quando morì lo trovarono in estasi sollevato da terra! Da allora in quel luogo santo ogni anno il 15 gennaio, data della sua morte, anche sotto la neve nasce il biancospino!

Le sue spoglie riposano nella Cattedrale di San Benedetto in Gualdo Tadino.

La nostra vita familiare non è stata solo fatta di lavoro, rigore ed austerità, dei miei ho tanti bei ricordi di ricorrenze, vacanze spensierate, giornate vissute all’insegna della semplicità e dell’allegria, una vita sana e pulita che non dimenticherò mai !

Mio padre era nativo di Bologna e anche se l’aveva lasciata da piccolo per andare a vivere a Roma con la sua famiglia d’origine, non aveva mai dimenticato le sue radici. Aveva mantenuto costantemente vivi i rapporti con i parenti romagnoli, con la cittadina di Bertinoro, dove era nato mio nonno Massimo, tant’è che ancora adesso io li sento spesso.

Mio padre e mia madre amavano molto il mare e molte estati della mia infanzia e adolescenza le trascorrevamo in Romagna, sulla mitica riviera adriatica a Bellaria, dove una cugina del mio babbo gestiva una modesta ma accogliente pensione. Lì i miei si rilassavano dalle fatiche di tutto un anno di lavoro, lì spesso incontravamo i parenti romagnoli; di allora ricordo le allegre merende con la piadina ed il prosciutto, innaffiate da un buon bicchiere di Sangiovese o Albana, le lunghe passeggiate sul bagnasciuga, i tuffi in mare stracolmo di villeggianti; la sera poi dopo la cena si usciva e si ascoltava per strada la musica che proveniva dalle balere dove migliaia di persone si cimentavano nel ballo liscio; insomma un’atmosfera festosa che metteva in luce l’altro aspetto della personalità del mio babbo allegro e spensierato.

Ci accompagnavano spesso in queste belle vacanze la moglie di zio Benedetto, Velia e la figlia Giulia, una volta tutti insieme, compreso lo zio  andammo a Bologna in Via del Monte n.3, dove mio padre era nato e aveva vissuto l’infanzia, fu un momento carico di profonda emozione in cui molti ricordi tornarono a galla e da dove è cominciata l’avventura della famiglia Imolesi.

Fine

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