L'Italia e il terremoto, la vicinanza dei Papi alle popolazioni colpite

Papa Benedetto XVI a L'Aquila il 28 aprile 2009
Foto: L'Osservatore Romano - CPP
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L’Italia è un Paese che per la sua conformazione geologica è ciclicamente esposto ai terremoti. L’ultima conferma risale al 24 agosto, quando un sisma in piena notte ha messo in ginocchio diversi paesi dell’Italia centrale. E quei paesi ieri hanno ricevuto la visita consolatrice e carica di speranza di Papa Francesco.

La vicinanza dei Papi alle popolazioni flagellate dai terremoti è una costante. In tempi recenti Paolo VI dal Vaticano, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sui luoghi delle tragedie hanno testimoniate - come Francesco - la vicinanza del Vescovo di Roma ai fratelli provati dalla violenza della natura.

Domenica 21 gennaio 1968. Papa Paolo VI esprime la sua solidarietà alle popolazioni del Belice, colpite da un terremoto di magnitudo 6 Richter che il 15 gennaio ha provocato la morte di 370 persone. “Pensiamo a chi soffre; pensiamo - diceva Papa Montini - ai paesi della Sicilia devastati dal terremoto; pensiamo alle vittime di tanta sciagura; pensiamo ai numerosi superstiti infelicissimi, nel dolore, nella desolazione, nell’incertezza, nell’oppressione fisica e morale di incalcolabili difficoltà: hanno tutto perduto! Noi fortunati d’essere incolumi ed immuni da tanta calamità, non dimentichiamo il dovere civile e cristiano della compassione, della solidarietà, della carità. E uniamo allora alla terrificante visione delle regioni sconvolte e delle popolazioni desolate la visione edificante e confortante dei soccorritori, accorsi da ogni parte con grande e nobile sensibilità. Noi diremo grazie alle autorità, alle istituzioni, al popolo, alle persone che si sono prodigate nell’opera di consolazione e di aiuto; e diremo: avanti, ancora continuate, portate a termine il gesto generoso del primo momento! Noi pure siamo, come Ci è possibile, presenti col Nostro obolo, con i Nostri voti; ecclesiastici e laici cattolici sono anch’essi in prima linea. Coraggio; la prova esige uno sforzo perseverante e coordinato. Coraggio”.

8 anni dopo è sempre Paolo VI nel Regina Coeli del 9 maggio 1976 a stringersi alle popolazioni del Friuli, devastato tre giorni da un sisma che ha ucciso 989 persone. “Sentiamoci uniti - diceva il Papa - a quanti sono nella sventura, nel dolore, nell’indigenza, nella necessità. Questa della nostra Carnia ci è ora più vicina, e perciò più sensibile; è il nostro prossimo, che piange. Ebbene piangiamo insieme! Cominciamo così a scoprire qualche bene, e non mediocre, sia anche nel male che ci colpisce. Il primo bene è la solidarietà; il dolore si fa comunitario, e nel nostro abituale disinteresse, e nelle nostre contese egoiste ci fa sperimentare uno sconosciuto amore. Ci sentiamo fratelli, diventiamo cristiani, comprendiamo gli altri, esprimiamo finalmente l’amore disinteressato, solidale e sociale. E poi impariamo a vincere il male nel bene, cioè a far scaturire energie positive di bene dalla stessa sventura che ci affligge”.

E’ Giovanni Paolo II il primo Papa ad accorrere fisicamente nelle zone terremotate. Papa Wojtyla giunge nella Basilicata distrutta dal terremoto che ha coinvolto anche l’Irpinia. E’ il 25 novembre 1980. Due giorni prima il sisma ha ucciso 2914 persone. All’Ospedale di Potenza Giovanni Paolo II diceva: “Ho sentito un dovere, un impulso del cuore, della coscienza, di venire qui, di essere, almeno parzialmente, più vicino a voi sofferenti, a voi che avete sofferto e a voi che soffrite. Questa necessità interiore è certamente causata da una compassione, non da una sensazione. Da una compassione umana e cristiana. Voi terremotati, feriti, colpiti, senza casa - e con voi, i vostri morti - siete certamente circondati da una compassione umana e cristiana da parte di tutti i vostri connazionali, di tutta l’Italia e siete specialmente circondati della compassione della Chiesa. E io vengo, carissimi fratelli e sorelle, per mostrarvi il significato di questa vicinanza; per dirvi che siamo vicino a voi per darvi un segno di quella speranza, che per l’uomo deve essere l’altro uomo. Per l’uomo sofferente, l’uomo sano; per un ferito, un medico, un assistente, un infermiere; per un cristiano, un sacerdote. Così un uomo per un altro uomo. E quando soffrono tanti uomini ci vogliono tanti uomini, molti uomini, per essere accanto a quelli che soffrono. Non posso portarvi niente più di questa presenza; ma con questa presenza, con questa visita, relativamente breve e parziale, si esprime tutto. E vi prego di ricevere con questa parziale visita un atteggiamento totale, una risposta totale alla vostra sofferenza”.

17 anni dopo la terra trema in Umbria. Crolla la volta della Basilica di San Francesco ad Assisi. 11 persone muoiono. Da Bologna, dove si trova per il Congresso Eucaristico Nazionale, Giovanni Paolo II si rivolge alle popolazioni colpite: “Non posso in questo momento non rivolgere un pensiero affettuoso alle care popolazioni dell’Umbria e delle Marche colpite ieri a più riprese da un grave terremoto, che ha prodotto danni incalcolabili alle persone e agli edifici. Esprimo vivo cordoglio per le vittime e cordiale partecipazione al dolore delle loro famiglie. Sono vicino spiritualmente a quanti sono rimasti senza casa ed a coloro che hanno sofferto e trepidato. Motivo di dispiacere sono state anche le ingenti lesioni inferte al patrimonio artistico e religioso, in particolare nella Basilica Superiore di San Francesco, nel Sacro Convento di Assisi ed in altri monumenti e chiese in diverse località interessate dallo sconvolgimento sismico.Mentre affido alla misericordia divina le anime dei defunti, invoco dal Signore conforto per i familiari, incoraggiamento per i feriti e sostegno per quanti sono stati danneggiati dal terremoto. La grazia del Signore e la solidarietà di tante persone generose che, coordinate efficacemente dalle pubbliche autorità, si stanno prodigando per venire in aiuto ai loro fratelli nel bisogno, possano rendere meno difficile questo momento di sofferenza e di prova”. Giovanni Paolo II raggiungerà le zone colpite dal terremoto pochi mesi dopo, il 3 gennaio 1998.

La tragedia de L’Aquila è recente. 6 aprile 2009: muoiono 309 persone. Benedetto XVI il 28 aprile raggiunge l’Abruzzo. Ad Onna - uno dei centri maggiormente devastati - incontra la popolazione nella tendopoli. “Sono qui, tra voi - diceva Papa Benedetto - vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno. La Chiesa tutta è qui con me, accanto alle vostre sofferenze, partecipe del vostro dolore per la perdita di familiari ed amici, desiderosa di aiutarvi nel ricostruire case, chiese, aziende crollate o gravemente danneggiate dal sisma. Ho ammirato e ammiro il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità. Non è infatti il primo terremoto che la vostra regione conosce, ed ora, come in passato, non vi siete arresi; non vi siete persi d'animo. C'è in voi una forza d'animo che suscita speranza. Molto significativo, al riguardo, è un detto caro ai vostri anziani: ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso”.

L’ultima visita di un Papa, prima di Francesco, in una zona colpita dal sisma risale al 26 giugno 2012. Benedetto XVI visita la Pianura Padana interessata dai terremoti del 20 e 29 maggio: 29 i morti. “La situazione che state vivendo - era il messaggio di speranza di Papa Ratzinger - ha messo in luce un aspetto che vorrei fosse ben presente nel vostro cuore: non siete e non sarete soli! In questi giorni, in mezzo a tanta distruzione e tanto dolore, voi avete visto e sentito come tanta gente si è mossa per esprimervi vicinanza, solidarietà, affetto; e questo attraverso tanti segni e aiuti concreti. La mia presenza in mezzo a voi vuole essere uno di questi segni di amore e di speranza. Guardando le vostre terre ho provato profonda commozione davanti a tante ferite, ma ho visto anche tante mani che le vogliono curare insieme a voi; ho visto che la vita ricomincia, vuole ricominciare con forza e coraggio, e questo è il segno più bello e luminoso”.

E ieri Papa Francesco con la sua visita ad Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto ha continuato a portare speranza e a confermare i fratelli nella fede. 

 

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