Papa Francesco alle Chiese cattoliche orientali: "Camminate con i fratelli non cattolici"

I vescovi di rito orientale di Europa sono a Roma, e Papa Francesco li incontra, sottolinea il loro apporto nel dialogo ed esalta la loro comunione con Roma

Papa Francesco in un incontro in Sala del Concistoro
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Le Chiese cattoliche di rito orientale in Europa sono specchio della “ricchezza rituale della Chiesa cattolica nel continente”, e sono chiamate ad essere “artigiani di dialogo, promotori di riconciliazione, pazienti costruttori di una civiltà dell’incontro”, in un mondo in cui “troppe disuguaglianze e divisioni minacciano la pace”.

Papa Francesco lo dice ai vescovi di rito orientale di Europa, che hanno scelto Roma per il loro incontro annuale, organizzato quest’anno dal Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa, in collaborazione con l’arcivescovado maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. 

La maggior parte di queste Chiese sui iuris di rito orientale sono di rito bizantino, ma ci sono anche siro malabaresi dall’India, armeni, caldei. Una varietà che fa sottolineare a Papa Francesco che “l’unità cristiana non è uniformità e la verità cristiana non è monocorde, ma sinfonica, altrimenti non sarebbe lo Spirito Santo”.

Il Caridnale Angelo Bagnasco, presidente della CCEE, introducendo l'incontro, ricorda i 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, le atrocità subite dalle Chiese e mette in luce la sfida della secolarizzazione, da affrontare con speranza perché la sete di Dio è presente "come un tormento" nelle persone, in una Europa così caratterizzata dal cristianesimo e dalla ricerca di Dio. 

Il Papa ha ancora negli occhi le immagini della beatificazione dei sette martiri greco cattolici che ha celebrato lo scorso 2 giugno a Blaj, durante il suo viaggio in Romania durante il quale ha presieduto una Divina Liturgia. E questi martiri diedero “testimonianza di fedeltà alla comunione con il vescovo di Roma”, come tante altre volte è successo nel corso della storia. Una fedeltà che Papa Francesco definisce “una gemma preziosa del vostro patrimonio di fede”, anche perché “la comunione cattolica fa parte della vostra identità particolare, ma non le toglie nulla, anzi, contribuisce a realizzarla pienamente, ad esempio proteggendola dalla tentazione di chiudersi in se stessa e di cadere in particolarismi nazionali o etnici escludenti”, e questo è "un pericolo in questa nostra società: i particolarismi che diventano populismi e vogliono comandare tutto". 

Papa Francesco sottolinea che la presenza dei martiri spinge “a intraprendere un costante cammino di purificazione della memoria ecclesiale e ad aspirare ad una unità sempre maggiore con tutti i credenti in Cristo”, e dà alle Chiese orientali il compito di essere “artigiani del dialogo” e promotori di una cultura dell’incontro, di esser “miti seminatori del Vangelo dell’amore” in un mondo in cui “tanti si fanno risucchiare dalla spirale della violenza, dal circolo vizioso delle rivendicazioni e dalle continue accuse reciproche”.

Papa Francesco chiede ai vescovi di rito orientale di essere “nella famiglia cristiana coloro che, guardando al Dio di ogni consolazione, si impegnano a sanare le ferite del passato, a superare pregiudizi e divisioni, a dare speranza a tutti camminando fianco a fianco con i fratelli e sorelle non cattolici”.

In particolare, Papa Francesco ricorda, e pone come esempio di questo dialogo, il suo viaggio a Lesbos con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e il patriarca greco ortodosso Girolamo, la preghiera per la pace in Terrasanta nei giardini vaticani sempre con Bartolomeo, l’incontro per la pace in Medio Oriente che si è tenuto a Bari il 7 luglio 2018.

Il Papa afferma di sentire che "la via che viene indicata dall'Alto è fatta di preghiera, umiltà e carità", perché "camminando insieme facendo insieme qualcosa per gli altri, per la nostra casa comune, riscopriamo, dal cuore della nostra cattolicità, il significato antico attribuito alla  sede romana", chiamata a "presiedere nella carità tutta la Chiesa" e il Papa è "servo servorum Dei",.  

Papa Francesco ricorda che le Chiese di rito orientale, vivendo “fino in fondo le loro tradizioni ecclesiali”, vanno ad “attingere alle stesse sorgenti di spiritualità, liturgia delle Chiese ortodosse”, e questo è “bello” e porta anche a possibili collaborazioni in campo accademico, con “programmi comuni di studio e scambi culturali” che formino “sacerdoti con una mentalità aperta”, soprattutto aiutando il prossimo", perché la carità "non conosce territori giuridici". Aggiunge il Papa: "A me fa dolore quando vedo nei cattolici la lotta per le giurisdizioni. Per favore..."

Ma, prima di tutto, Papa Francesco chiede il dialogo nella carità, nel chinarsi “insieme davanti al fratello che soffre”, perché così “ci prepariamo ad abitare insieme l’unico Cielo al quale siamo chiamati”.

E lì, ammonisce il Papa, “il Signore non ci chiederà conto di quali e quanti territori sono rimasti sotto la nostra giurisdizione. e nemmeno di come abbiamo contribuito allo sviluppo delle nostre identità nazionali. Ci chiederà quanto siamo stati capaci di amare il prossimo, ogni prossimo, e di annunciare il Vangelo di salvezza a chi abbiamo incontrato sulle strade della vita”.

È una stoccata, nemmeno troppo velata, alle polemiche che spesso ci sono sulle giurisdizioni canoniche, avanzate spesso da parte ortodossa sulle Chiese greco cattoliche, ma anche alle Chiese molto attive nella promozione di identità nazionali

Il Papa conclude: “Chiediamo la grazia di desiderare questo. Perché è solo amando che si trova la gioia e si diffonde la speranza. È amando che passano in secondo piano quelle realtà secondarie a cui siamo ancora attaccati (anche i soldi: il diavolo viene dalle tasche, ricordatelo) e vengono in primo piano le uniche che restano per sempre: Dio e il prossimo”.

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