Diplomazia Pontificia, anche l’Italia avrà un inviato per la libertà religiosa

Approvata alla Commissione Esteri della Camera la creazione di un inviato speciale per la libertà religiosa e il dialogo interreligioso. La situazione in Sud Sudan. I prossimi viaggi di Papa Francesco

Commissione Esteri della Camera
Foto: Camera
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È arrivato il sì della commissione Esteri della Camera allo stabilimento in Italia, come già successo in altri Paesi, di un inviato speciale per la libertà religiosa. È un passo accolto con favore anche da Aiuto alla Chiesa che Soffre, che da tempo si batte perché venga istituita una figura simile.

L’annuncio del viaggio del Papa in Grecia e Cipro dal 2 al 6 dicembre

è stato anticipato, questa settimana, da un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri ellenico e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. La Santa Sede ha affrontato la questione del Sudan in un incontro speciale del Consiglio per i Diritti Umani.

                                                FOCUS LIBERTÀ RELIGIOSA

Italia, presto un inviato per la libertà religiosa

Il 3 novembre, la Commissione Esteri della Camera ha approvato all’unanimità due risoluzioni che chiedevano al governo di istituire la carica di Inviato Speciale per la Tutela della Libertà Religiosa e per il Dialogo Interreligioso.

Le due risoluzioni erano state presentate da Paolo Formentini e altri e da Maurizio Lupi e Andrea Delmastro delle Vedove. L’incarico di Inviato Speciale per la Tutela della Liberà Religiosa è già presente in vari Paesi nel mondo (l’ultima a nominarne uno è stata la Slovacchia) ed è una posizione attualmente vacante presso l’Unione Europea, che nominò il primo inviato a seguito del conferimento del Premio Carlo Magno a Papa Francesco.

Da tempo, la sezione italiana di Aiuto alla Chiesa che Soffre chiedeva al governo italiano di nominare un inviato speciale per la tutela della liberà religiosa, cui si sono aggiunte le competenze per il dialogo interreligioso. Alfredo Mantovano, presidente di ACS Italia, ha definito la notizia “bellissima per quanti sono impegnati affinché la liberà di fede torni ad essere considerata una libertà di Serie A”. Alessandro Monteduro, direttore di ACS Italia, ha invece rimarcato che “da troppo tempo, altre libertà ricevono un’attenzione costante attraverso campagne mediatiche martellanti, attenzioni che alla libertà religiosa vengono palesemente negate”.

Monteduro ha anche notato che “tutti i Report internazionali descrivono, da quello di ACS a quello elaborato dal Dipartimento di Stato USA, le violazioni alla libertà religiosa, che arrivano in diversi casi fino alla persecuzione cruenta, interessano almeno un terzo dei Paesi del Pianeta. In particolare interessano quelli più popolosi come Cina, India, Bangladesh, Pakistan e Nigeria”.

Ora, la speranza è che la nomina dell’inviato arrivi presto e possa essere dotato di poteri sufficienti per poter promuovere in ogni sede internazionale la libertà religiosa.

                                                FOCUS VIAGGI PAPA FRANCESCO

Papa Francesco in Cipro e Grecia, colloquio tra ministeri degli Esteri

Lo scorso 2 novembre, il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias ha avuto un incontro in videoconferenza con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati. L’incontro giunge alla vigilia di un atteso viaggio di Papa Francesco in Grecia, ancora non annunciato ufficialmente, ma che dovrebbe avvenire tra il 2 e il 6 dicembre prossimi, toccando anche Cipro. Secondo un tweet del ministero degli Esteri greco, il colloquio si è incentrato sulla prossima visita del ministro degli Esteri Dendias in Vaticano e sull'attesa visita di Papa Francesco in Grecia, nonché sugli sviluppo in corso nella regione.

Papa Francesco in Corea del Nord

L’arcivescovo Lazzaro You Heung-sek, prefetto della Congregazione per il Clero, ha affermato negli scorsi giorni che il Vaticano starebbe lavorando su una possibile visita di Papa Francesco in Corea del Nord. Non è la prima volta che l’arcivescovo You accenna ad un possibile viaggio del Papa nella regione, e da tempo c’è un interesse della Santa Sede ad un passaggio nella regione. Lo scorso 29 ottobre, il presidente sudoreano Moon Jae-in è stato in visita da Papa Francesco, e ha portato come dono una croce fatta con un filo spinato del confine del 42esimo parallelo, ribadendo informalmente l’invito a visitare Pyongyang che già aveva portato a voce al Papa durante l’incontro che aveva avuto in Vaticano nel 2018.

“È un fatto che la Santa Sede stia facendo sforzi per creare circostanze perché il Papa passi in Corea del Nord”, ha detto l’arcivescovo You il 30 ottobre ai giornalisti che stavano accompagnando il presidente Moon.

L’arcivescovo You ha anche detto che c’è stato un incontro tra officiali vaticani e officiali della Corea del Nord all’ambasciata di Pyongyang in Italia, e che il Vaticano è comunque pronto a fornire assistenza umanitaria al Nord, e non solo, perché “la Santa Sede fa tutti gli sforzi necessari per supportare le nazioni vulnerabili”.

Non solo. Durante la visita in Italia, il ministro dell’Unificazione Coreano Lee In-young si è incontrato il 30 ottobre con David Beasley, direttore esecutivo del World Food Program e il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Se l’incontro con Beasley si è parlato di come portare aiuto umanitario in Corea del Nord, nell’incontro con il Cardinale Turkson si è parlato di cosa il Vaticano può fare per promuovere la pace nella penisola coreana, e in particolare ci si è focalizzati sulla cooperazione umanitaria e sugli sforzi di dichiarare una guerra formale della Guerra di Corea del 1950 – 1953.

                                                FOCUS AREE DI CRISI

Santa Sede sul Sudan, la “violenza non è mai una ozione legittima”

La violenza non è mai “una opzione legittima per risolvere le differenze di opinione”, e per questo la Santa Sede “richiama urgentemente tutti a riconoscere e sostenere il rispetto per la dignità umana e i diritti fondamentali di ogni persona, e di cessare di ricorrere alla violenza come un metodo per imporre il controllo”. Il riferimento è alla situazione in Sudan, cui si è dedicata il 5 novembre una sessione speciale del Consiglio dei Diritti Umani, in un dibattito sulle “Implicazioni per i Diritti Umani concernenti situazione in Sudan”.

Nello Stato africano, un colpo di Stato militare ha ridefinito gli equilibri di governo del Paese, e una mediazione è necessaria per evitare scontri ancora più duri. Nel suo intervento, la Santa ha sottolineato che “solo attraverso il rispetto mutuo della dignità inviolabile di ogni persona, in uno spirito di dialogo fraterno, la vera pace può essere stabilita”. Questa ha l’obiettivo di promuovere “lo sviluppo umano integrale e il bene comune”, e per questo ogni repressione del diritto alla vita, del diritto alla liberà religiosa, del diritto alla assemblea pacifica e del diritto di esprimere liberamente e in sicurezza le proprie opinioni è in forte contrasto con lo stabilimento di una società giusta”.

Il nunzio in Iran ha incontrato il ministro degli Esteri iraniani

La scorsa settimana, l’arcivescovo Andrzej Jozwowicz, nunzio apostolico in Iran, ha presentato le sue lettere credenziali e ha incontrato Hossein Amir Abdollahian, ministro degli Esteri di Teheran.

Il lavoro del nunzio comincia in un momento di rapporti che si erano fatti tesi con l’espulsione di una suora italiana dall’Iran all’inizio di giugno. Il 28 giugno, Papa Francesco aveva nominato l’arcivescovo Jozwowicz come suo “ambasciatore” a Teheran, dopo che la nunziatura era rimasta vacante da marzo, quando l’arcivescovo Leo Boccardi era stato inviato a guidare la nunziatura in Giappone.

Polacco, classe 1965, Jozwowicz è sacerdote dal 1990 ed è entrato nel serivzio diplomatico della Santa Sede dal 1997. Ha servito nelle nunziature di Mozambico, Thailandia, Singapore, Cambogia, Ungheria, Siria e Iran, e dal 2012 al 2017 è stato segretario della nunziatura apostolica in Russia. Dal marzo 2017 era nunzio in Rwanda.

Santa Sede e Iran hanno rapporti bilaterali dal regno di Shah Abbas il Grande. Dal 2 maggio 1953, sotto il pontificato di Pio XII, Iran e Santa Sede hanno relazioni diplomatiche formali, che sono state maenute durante la rivoluzione iraniana 1978- 1979.

La Chiesa cattolica in Iran ha due arcidiocesi assiro-caldee  di Tehran-Ahwaz e Urmia-Salmas, con un vescovo e quattro sacerdoti (nell’estate del 2019 anche l’amministratore patriarcale di Teheran dei Caldei, Ramzi Garmou, si è visto negare il rinnovo del visto e non ha più potuto ritornare nel Paese); una diocesi armena nella quale vi è soltanto il vescovo e l’arcidiocesi latina che al momento non ha alcun sacerdote e aspetta l’arrivo del suo nuovo pastore recentemente nominato, monsignor Dominique Mathieu.  

Per quanto riguarda la presenza religiosa, nel Paese operano le Figlie della Carità, con tre suore a Teheran e le due suore a Ispahan. Ci sono inoltre due laiche consacrate. I fedeli sono complessivamente circa 3.000.

La diocesi di Ispahan era rimasta senza vescovo per cinque anni. Questo perché l’arcivescovo Ignazio Bedini, salesiano, aveva rassegnato le dimissioni per raggiunti limiti di età nel 2015. e con lui erano andati via tutti i salesiani presenti in Iran, nonostante la lunga storia di presenza anche in tempi di rivoluzione khomeneista. In questi cinque anni, amministratore apostolico dell’arcidiocesi sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis è staton il lazzarista Jack Youssef, nato a Teheran nel 1971, dell’eparchia caldea di  Teheran.

L'unico Papa ad aver visitato l'Iran è stato San Paolo VI, che vi trascorse poche ore il 26 novembre 1970 durante uno scalo tecnico sulla rotta del viaggio che lo avrebbe portato in Asia Orientale, Oceania e Australia: Due presidenti dell’Iran sono stati in visita in Vaticano:  gli ayatollah Mohammad Khatami (11 marzo 1999) e Hassan Rohani (27 gennaio 2016).

                                                FOCUS MULILATERALE

La Santa Sede all'ONU di New York, l'agenda comune

Il 2 novembre, si è tenutto un incontro plenario informale della Assemblea Generale delle Nazioni Unite per discutere del rapporto del Segretario Generale intitolao "La nostra agenda comune. 

Parlando a nome della Santa Sede, l'arcivescovo Gabriele Caccia, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha sottolineato che il 76esimo anniversario dell'entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite deve ricordare che la Carta non è solo il pilastro, ma il documento guida delle Nazioni Unite sebbene continui a dover affrontare sfide vecchie e nuove, come le molte menzionate nel rapporto.

Secondo la Santa Sede, il rapporto è "un forte tentativo di affrontare molte di queste sfide", e che lo stesso rapporto garantisce discussioni ben preparate nei vari forum delle Nazioni Unite, che le necessarie riforme delle Nazioni Unite debbano eliminare problemi e che "il sistema operativo delle Nazioni Unite dovrebbe essere collegato a meccanismi intergovernativi già esistenti e funzionanti. 

La Santa Sede all'ONU di New York, il rispetto della sovranità degli Stati

Il 3 novembre, l'arcivescovo Caccia ha invece preso partet al dibattito del Sesto Comitao della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dedicato al Rapporto della Commissione di Legge Internazionale nella sua 72esima sessione, con un particolare focus sul tema della sovranità degli Stati. 

Nel discorso, l'arcivescovo Caccia ha detto che la Santa Sede apprezza l'approccio cauto alla successione degli Stati in rispettto della sovranittà degli stessi, incoraggiato a raccogliere informazioni su pratiche già esistenti e chiarito che c'è un obbligo a cessare atti intenzionalmente sbagliati

La Santa Sede appoggia anche l'approccio di cautela riguardante principi di leggge, in particolare "il principio di ricognizione"; e l'approccio dei due passi di esistenza e trtasposizione, e ribadito l'enfasi della Santa Sede sulla centrtalità dei trattati per la legge internazionale e per l'ordine legale inetrnazionale, distinguendo la natura legale e vinconlnte dei trattati internazionali con "la natura non vincolante di proposte, opinioni, rapporti o documentti privati" promossi da varie entità.  

                                                FOCUS ASIA

Karekin II nella nuova nunziatura di Yerevan

Il Catholicos Karekin II, capo della Chiesa Apostolica Armena, ha visitato lo scorso 3 novembre la nunziatura apostolica di Yerevan, inaugurata la scorsa settimana dall’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato vaticana. Lo ha comunicato la nunziatura, sottolineando che la visita è da considerare “un segno di fraterna attenzione e amicizia tra Chiese sorelle”.

Accompagnato dall’arcivescovo Natan Hovhnnisyan, responsabile del Dipartimento del protocollo e delle relazioni estere della Madre Sede di Etchmiadzin, e da Shahe Ananyan, direttore del Dipartimento delle relazioni interecclesiali, Karekin II è stato accolto dall’arcivescovo José Bettencourt, nunzio in Georgia e Armenia, e da monsignor Giuseppe Laterza, Consigliere di nunziatura.

Insieme, hanno sostato in preghiera nella cappella dove c’è una reliquia di San Giovanni Paolo II e dove è stata sistemata la Croce donata da Papa Francesco per l’inaugurazione della nunziatura.

Nella Nunziatura spicca anche parte dell’arredo realizzato in occasione della storica visita di Papa Francesco in Armenia nel giugno del 2016 e regalato da Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian, Patriarca di Cilicia.

Al centro del colloquio tra  Karekin II e il Nunzio Bettencourt, "i buoni rapporti esistenti tra la Chiesa armena e quella cattolica" oltre alle "questioni umanitarie e sociali di mutuo interesse", spiega una nota della nunziatura.

Il Patriarca si è congratulato per l'apertura della nuova missione diplomatica a Yerevan, cui ha offerto un "grande appoggio - informa ancora la Nunziatura - dal momento che lui stesso mantiene un rappresentante personale a Roma presso la Chiesa cattolica, l’arcivescovo Khajag Barsamian. La nuova missione diplomatica della Santa Sede resta a servizio della Chiesa e della nobile Nazione armena, come ribadito anche nell’incontro che il capo di Stato Armen Sarkissian ha avuto l’11 ottobre scorso in Vaticano prima con Papa Francesco e poi con il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin.  

                                                FOCUS EUROPA
Polonia – Lituania, una Messa per i 230 anni di Garanzia Reciproca

Il 28 ottobre, le ambasciate di Polonia e Lituania presso la Santa Sede hanno organizzato una Messa in Santa Maria Maggiore per celebrare il 230esimo anniversario della Garanzia Reciproca di Due Nazioni, il Granducato di Lituania e la Corona di Polonia.

La messa è stata celebrata dal Cardinale Stanislaw Rylko, arciprete di Santa Maria Maggiore, mentre a concelebrare c’erano l’arcivescovo Marek Jedraszewski di Cracovia e l’arcivescovo Gintaras Grusas di Vilnius, recentemente nominato presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee.

Nel suo discorso, Petras Zapolskas, ambasciatore di Lituania presso la Santa Sede, ha ricordato che la Garanzia Reciproca è entrata “nella storia come parte della Prima Costituzione in Europa ed è diventato un elemento integrante della tradizione costituzionale di entrambi paesi”, consolidando alcuni “principi fondamentali quali la supremazia costituzionale e lo stato di diritto, l’esperienza ideologica e i valori, senza i quali non potrebbe esistere né uno stato, né un popolo”.

Secondo l’ambasciatore Zapolskas, “nello spirito della Costituzione si può intravedere l’inizio del camino dei nostri popoli verso la futura rinascita dello stato”. L’ambasciatore ha anche notato che “pur confermando la dominanza della Chiesa cattolica romana, ha sostenuto la tolleranza religiosa e ha garantito la libertà di professare altre religioni in tutto il territorio dello stato delle Due Nazioni”.

L’ambasciatore ha quindi sottolineato che “oltre la storia comune, Lituania e Polonia oggi collaborano portando avanti numerosi progetti energetici e di trasporto, che servono all’intera Europa. Le due nazioni hanno unito i loro sforzi per rafforzare sicurezza regionale e globale”.

Da parte sua, Janusz Kotanski, ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede ha ripercorso la storia di legami storici tra i due Paesi, che risalgono al 1385, all’Unione di Krewo che “ha sigillato un’unione personale tra i due popoli” e che fu propedeutico al Battesimo della Lituania, avvenuto nel 1386.

Kotanski ha quindi ricordato che nel 1569 a Lublino fu stipulato l’Unione che creò la cosiddetta Repubblica dei Due Popoli,(in latino si chiamava Res Publica Utriusque Nationis, mentre in lituano Abiejų Tautų Respublika) con un comune monarca, dieta, moneta, politica estera e di difesa. Il nome ufficiale fu: Regno di Polonia e del Granducato di Lituania.

Kotanski ha anche sottolineato che “come eredi della Confederazione Polacco-Lituana, abbiamo il diritto e il dovere di ricordare all'Europa odierna che proprio all'interno dei suoi confini, quattrocento cinquant’anni fa fummo capaci di costruire insieme: la libertà, la tolleranza, il parlamentarismo e una cultura ricca nella sua diversità. E, soprattutto, mantenere la propria individualità”.

Per questo – ha aggiunto – “l'Unione polacco-lituana dovrebbe essere di ispirazione per l'intera comunità europea”, essendo una Repubblica in cui “abitavano anche i rappresentanti di altre nazioni, si parlavano diverse lingue ed erano in uso sia l’alfabeto latino sia il cirillico. Il modello della democrazia nobiliare è stato attuato con successo”.

La Garanzia Reciproca – ha proseguito Kotanski – creò “una sorta di enclave di libertà tra le monarchie assolute, e la democrazia nobiliare introdusse il principio dell'inviolabilità personale. Fu un cambiamento rivoluzionario”, ed ebbe così luogo “un grande incontro tra Oriente e Occidente, un processo di reciproca penetrazione della cultura cristiana – latina e quella bizantina – rutena”, mentre “diverse confessioni cristiane convivevano fianco a fianco: il cattolicesimo, la religione ortodossa e il protestantesimo. I fedeli ebrei e islamici potevano liberamente professare le loro religioni. Un fenomeno non solo su scala europea, ma addirittura mondiale”.

Si trattava di un melting pot in cui si mescolavano “varie influenze, idee e correnti”, in cui nacquero bellissime iniziative culturali, e che divenne l’unione più duratura di Europa, rimasta in vigore per oltre 200 anni, e “si sciolse non per volontà dei suoi membri, ma a causa di spartizioni fatte dalle monarchie assolute vicine”.

L’ambasciatore Kotanski ha ricordato che nel 1791, i cittadini della Repubblica di Polonia adottarono la prima costituzione moderna Europa, e la seconda nel mondo. E, sebbene l’unione terminò, lituani e polacchi si trovarono fianco a fianco nelle rivolte nazionali contro la Russia nel 1830 e nel 1863. “E questo ricordo - delle grandi conquiste dei nostri antenati – desideriamo mantenere vivo tutt’oggi”, ha concluso l’ambasciatore Kotanski.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

I vescovi del Cile parlano della nuova Costituzione

Il vescovo Javier Stegmeir di Villarica ha chiesto che la nuova Costituzione cilena garantisca “ampiamente la libertà religiosa di tutte le persone, senza distinzioni di alcun tipo, e anche delle confessioni religiose in quanto tali, cioè la libertà di svolgere la propria missione e di svolgere le proprie attività, sia pubbliche private, avendo come limiti l’ordine pubblico, la moralità e i buoni costume”.

Il vescovo ha commentato la recente dichiarazione dei rappresentanti di undici confessioni religiose, mettendo in luce gli aspetti da considerare nella nuova costituzione perché venga assicurato il diritto di esercitare il proprio credo religioso.

Coordinatore dell’iniziativa il vescovo Juan Ignacio Gonzalez, che ha sottolineato che si tratta di “un documento comune, relativamente ampio, in cui vengono espressi gli elementi centrali della libertà religiosa, tra cui la libertà di educazione, la libertà di insegnamento, la libertà di matrimonio, tra le altre cose”. Il Vescovo ha anche ricordato che la libertà religiosa è presente in altre costituzioni moderne, aggiungendo che per “poter regolare il fenomeno religioso come fattore sociale molto importante nella vita di un Paese libero, pluralistico e democratico come il nostro”.

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