Diplomazia pontificia, il mondo dopo il coronavirus

Si comincia già a parlare del mondo dopo il coronavirus, nei grandi consessi internazionali. Papa Francesco al telefono con il presidente della Macedonia del Nord

Il Cardinale Pietro Parolin durante l'evento ONU sul dopo coronavirus
Foto: Holy See Mission
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Nei consessi internazionali si parla già del mondo dopo il coronavirus, e in particolare la Santa Sede è intervenuta con il peso del suo segretario di Stato in un incontro sul tema alle Nazioni Unite. La Santa Sede ha anche diffuso quattro interventi all’OSCE, mentre proseguono i problemi sulla libertà di culto dovuta alle restrizioni di coronavirus. Papa Francesco continua la sua “diplomazia al telefono”. Il 29 maggio, ha avuto una conversazione telefonica con il presidente della Macedonia del Nord.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Il Cardinale Parolin alle Nazioni Unite: il mondo dopo il coronavirus

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha tenuto un intervento all’Evento di Alto Livello sul Finanziamento per lo Sviluppo nell’Era del Covid 19 e oltre. L’evento si è tenuto in teleconferenza presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York, e la partecipazione del Segretario di Stato testimonia l’importanza che la Santa Sede dà alla ricostruzione della società dopo la pandemia.

L’evento, organizzato dai Primi Ministri di Canada e Giamaica, ha coinvolto anche Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, nonché Muhammad Tijjani-Bande, presidente dell’Assemblea generale, e molti capi di Stato e governo.

Il capo della diplomazia vaticana ha sottolineato che la pandemia è stato “un test per la comunità internazionale”, ma fornisce anche “una opportunità per cercare soluzioni nuove e innovative con il consenso di tutti che non siano divisive, politicizzate e parziali ma che cerchino davvero il bene comune e lo sviluppo umano integrale di tutti”.

Il Cardinale Parolin si è focalizzato, in particolare, sulle persone che si sentono incapaci di provvedere ai bisogni delle loro famiglie, a causa dell’inevitabile impatto della pandemia sull’occupazione e sull’economia, che ha creato un ulteriore gap tra quelli che hanno e quelli che non hanno.

Il Cardinale ha sottolineato che “la politica deve essere al servizio della persona umana, e non deve sfruttare la persona umana per interessi egoistici”.

La Santa Sede ha chiesto che gli eventuali vaccini al Covid 19 siano resi “pienamente accessibili, specialmente per le nazioni in via di sviluppo”. In più, ha incoraggiato a cancellare, o al limite a diminuire, il debito dei Paesi in via di sviluppo per permettere loro di affrontare la pandemia.

Il Cardinale ha infine notato l’opportunità di “riconsiderare i blocchi economici e commerciali, sia da parte di quanti li hanno imposti che da parte di quelli che li subiscono”, mentre c’è bisogno di buona volontà da parte di tutti “per garantire un accesso senza ostacoli, sicuro e in sicurezza all’assistenza umanitaria e sanitari per quanti hanno più bisogno, in particolare migranti e sfollati”.

La Santa Sede ha anche “incoraggiato non solo gli Stati, ma anche i privati, a porre la persona umana al centro di tutte le delibere e possibili soluzioni”.

La Santa Sede a Vienna: il coronavirus e il problema della libertà fondamentali

Sono stati quattro gli interventi pronunciati dalla Missione della Santa Sede presso le Organizzazioni Internazionali a Vienna. Tutte le sessioni si tengono in regime di videoconferenza, ma l’attività del multilaterale è molto densa.

Il 12 maggio, nel Comitato sulla Dimensione Umana del’OSCE, c’è stata una discussione sugli “Impatti della Crisis Covid 19 sul godimento dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali nelle Regioni OSCE: Sfide, risposte e opportunità”.

Monsignor Janusz Urbanczyk, osservatore della Santa Sede a Vienna, ha sottolineato nel suo intervento che “le libertà fondamentali vengono con le responsabilità”, e che deroghe a queste libertà “possono avere luogo solo durante uno stato di pubblica emergenza, che è giustificato solo dalle circostanze più gravi ed eccezionali”. E, tra l’altro, “non tutti i diritti” possono essere derogati, come per esempio la libertà religiosa e di credo. Lo stesso vale per le limitazioni alle libertà fondamentali. In più, i provvedimenti devono essere applicati proporzionalmente e in maniera non discriminatoria. È stata la sfida più grande sotto coronavirus.

La Santa Sede sottolinea prima di tutto il problema della libertà religiosa, tema cruciale perché “è ben noto che in tutta la regione OSCE il diritto di manifestare la religione nella pratica e nel culto è stata limitata e viene ancora limitata”.

Queste limitazioni, però, devono aver luogo con “consultazioni sulle comunità religiose, per ottenere una migliore comprensione delle richieste della libertà religiosa, e per includerle nelle discussioni pubbliche in iniziative legislative pertinenti”.

Quindi, la Santa Sede ha notato che la pandemia del COVID 19 è “una sfida per le società, per i loro sistemi sanitari e le loro economie”, anche perché la pandemia ha “accentuato le ineguaglianze che hanno posto le persone in situazioni vulnerabili, al grande rischio di soffrire”.

La Santa Sede ha notato che la distanza sociale è “fattibile per i ricchi”, ma quasi impossibile per quanti vivono in baraccopoli o sono in prigione. Non solo: c’è una anche un gap tecnologico tra poveri e ricchi, che costa vite umane.

Monsignor Urbanczyk ha anche ricordato che il Papa ha lanciato una Commissione speciale per affrontare la pandemia, legata al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

La Santa Sede a Vienna: il tema della tolleranza e della non discriminazione

Il 25 maggio, la Santa Sede ha preso la parola alla Prima Sessione del primo incontro supplementare sulla Dimensione Umana, sul tema “Affrontare tutte le forme di intolleranza e discriminazione”.

La Santa Sede ha notato che “il principio dell’eguaglianza viene dalla convinzione che ogni essere umano ha una dignità uguale, inerente e inalienabile”, e sottolineato che “ogni persona ha il diritto di essere trattata allo stesso modo in alcune situazioni, e in maniera differenti in altre”.

Ma – ha aggiunto la Santa Sede – se la “discriminazione è una violazione del principio di giustizia”, le politiche di non discriminazione “dovrebbero avere l’obiettivo di bilanciare il diritto di una persona ad essere trattata egualmente e il parallelo diritto ad essere trattata differentemente”.

Questo significa che si devono considerare “caratteri di rilevanza o irrilevanza”, cosa che non è inclusa nel principio di rilevanza.

La Santa Sede ha poi affermato “con profonda preoccupazione” che “in tutta l’area dell’OSCE, molte persone e comunità continuano ad essere soggetti a minacce o atti di ostilità o violenza, o di intolleranza e discriminazione”, fenomeni che si sono “esacerbati e moltiplicati” durante la crisi del coronavirus.

I “crimini di odio” così come altre forme di intolleranza, colpiscono sia maggioranze che minoranze, e che “gli impegni all’intolleranza e alla non discriminazione non devono essere separati dagli impegni sui diritti umani e le libertà fondamentali”, perché “l’implementazione delle prime richiede che anche le altre siano pienamente implementate”.

Per questo, ha chiosato la Santa Sede, “la tolleranza non può essere un alibi per negare e non garantire i diritti umani fondamentali”, così come “la tolleranza e la non discriminazione non devono essere usati o interpretati in un modo che potrebbe restringere le libertà fondamentali”.

La Santa Sede a Vienna: prevenire che le discriminazioni diventino tensioni

Il 26 maggio, la Santa Sede è invece intervenuta nella III sessione, che discuteva sul tema “Dall’avviso preventive all’azione preventive: la prevenzione della discriminazione dall’escalation in tensioni o conflitti”.

Monsignor Urbanczyk ha notato che il lavoro per una società di tolleranza e con una diversità religiosa, culturale e nazionale significa “riconoscere il valore del multiculturalismo”, e quindi avere una mutual collaborazioen e rispetto tra i vari component della società divile.

La Santa Sede si è riferita alle minoranze nazionali, che hanno un background religioso differente e che sono stati capaci di preservare la loro storia ed identità. Alcune di queste comunità sono state capaci di avere un peso nella società, mentre altre sono emarginated, cosa che può portare “ad una rassegnazione passiva, inquietudine e ribellione”.

La Santa Sede ha quindi messo in luce due principi: la dignità inerente di ogni persona umana, e la fondamentale unità della razza umana che fa sì che tutte le comunità nazionali godano della stessa dignità inerente.

Una società democratica – ha detto la Santa Sede – dovrebbe “garantire la partecipazione delle minoranze nazionali nella vita politica, economica, sociale e culturale”, perché queste hanno “specifici diritti e doveri”, a partire dal diritto di essitere, che pure viene “ignorato o negate in molti modi”.

La Santa Sede ha sottolineato che “la promozione e la protezione dei diritti delle minoranze nazionali resta un fattore essenziale per la democrazia,” soprattutto in tempo di coronavirus, quando la pandemia ha messo sotto pressione molte istituzioni, e le libertà e i diritti fondamentali sono stati limitati o derogati.

Monsignor Urbanczyk ha comunque voluto sottolineare che “i membri di queste comunità hanno anche diritti verso la società e lo Stato in cui vivono”, che sono “il dovere di lavorare”, e il “dovere di promuovere la libertà e la dignità di ciascuno ei suoi membri, anche se queste si differenziano dalla loro identità culturale”.

La Santa Sede a Vienna: i crimini di odio

Il 26 maggio, si è tenuta la seconda sessione, sul tema “Affrontare le forme contemporanee di intolleranza e discriminazione online che possono portare ad atti di violenza o crimini di odio”.

La Santa Sede ha detto che i dati mostrano come nessuna parte della regione OSCE sia immune da atti di intolleranza e discriminazione, e questi includono crimini di odio contro i cristiani e i membri di altre religioni, che includono “minacce, attacchi violenti, omicidi e profanazione di chiese e di luoghi di culto, cimiteri e altre proprietà religiosi”.

Sono fenomeni che “danno origine a un senso di insicurezza” e hanno “un impatto negativo sulle vite quotidiane dei cristiani e dei membri di altre religioni”, e che come prima cosa si dovrebbe riconoscere che “il punto di partenza per rispondere alle intolleranza e discriminazioni motivate da un pregiudizio anti religioso” è sempre quello di considerarlo come un problema comune, perché “dovunque una comunità religiosa è perseguitata e marginalizzata, il benessere di tutta la società è messo in pericolo”.

La Santa Sede si è detta preoccupata che nella regione OSCE sembri esserci una separazione tra il credo religioso e la pratica religiosa, mentre “la falsa idea che le religioni possano avere un impatto negativo o rappresentare una minaccia al benessere delle nostre società sta crescendo”.

Monsignor Urbanczyk ha chiesto anche di fare particolare attenzione ad internet e ai social network come posti da cui si moltiplicano le discriminazioni, e situazioni di intolleranza e discriminazione nei social media, e in generale su internet, possono portare alla violenza”, che “non viene mai fuori all’improvviso”.

La Santa Sede all’UNESCO, il futuro dell’educazione

Lo scorso 28 maggio, la Missione della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi ha presentato alcune riflessioni sull’educazione in una riunione su “Il Futuro dell’Educazione. Anche questa riunione si è tenuta in teleconferenza.

Monsignor Francesco Follo, osservatore della Santa Sede all’UNESCO.

Monsignor Follo ha sottolineato che “educare non s ignifica solamente dare informazioni, inculcare conoscenze”, ma anche “formare ai principi di una cultura che umanizzi per l’uomo”.

È una cultura che si trasmette “attraverso i testimoni”, che sono prima di tutto i genitori e poi gli istitutori e i professori. Secondo monsignor Follo, una “certa idea di testimonianza è intrinseca all’idea di cultura nel senso della trasmissione attraverso le generazioni”, e implica che questa cultura “sia fatta di valori fondamentali e di una dimensione etica”, ancora esmpre” “ad un momento storico preciso”.

Monsignor Follo sottolinea anche che l’educatore è “un operatore interculturale” perché le esperienze che portano i suoi student sono molto diverse, e così “incontrando gli altri, lo scambio è sempre un confronto, un paragone culturale”.

Per una educazione “integrale, integrante e soprattutto liberatrice”, però, “non si può dimenticre la dimensione religiosa dell’educazione”, né questa si può operare “senza aiutare a rispondere il sensod ella vita”:

Viene da qui la crisi dell’educazione, che – sottolinea monsignor Follo – “rinuncia alla dimensione sapienziale e religiosa della conoscenza”, e questo si ripercuote sul sistema educativo, a partire dall’università.

Monsignor Follo nota che l’incontro della fede cristiana e le culture permette che la trasmissione della fede “si apra alla ricchezza plural delle culture”, dato che “dona alle culture l’occasione di manifestare la loro particolare fecondità teologica”.

Monsignor Follo nota dunque che “la vera unità non è mai violenta”, ma è piuttosto “l’armoniosa sinfonia dove ogni strumento si trova in pace e suona bene”.

L’osservatore della Santa Sede si è detto convinto che “le imprese educative saranno sempre più interculturali e dunque produttrici di pace nel cuore degli uomini se sapranno lavorare per una coerenza del sapere, una armonia degli apporti particolari in direzione degli universi condivisi, e opereranno tra gli altri per un più fecondo dialogo tra la cultura umanista e la cultura scientifica”.

Ci vuole “il coraggio della verità che ci rende tutti più liberi, della verità che è via e vita”, e questa è la cosa più preziosa che possiamo e dobbiamo insegnare ai giovani, una verità “constantemente trasmessa, legata ad una tradizione eppure passata attraverso la diversità delle culture”.

                                                FOCUS PAPA FRANCESCO

Il presidente della Macedonia del Nord telefona a Papa Francesco

Stevo Pendarovski, presidente della Macedonia del Nord, ha avuto una covnersazione telefonica con Papa Francesco. Il presidente non è potuto essere a Roma per il tradizionale appuntamento del 24 maggio, giorno dei Santi Cirillo e Metodio per il calendario giuliano. In quell’occasione, una delegazione di Bulgaria e Macedonia del Nord si recano in visita dal Papa. La pandemia di Covid 19 non ha permesso l’incontro.

Secondo una nota della presidenza, Pendarovski si è rammaricato della mancata visita, e poi ha scambiato con il Papa opinioni sulle relazioni bilaterali generali tra la Repubblica della Macedonia settentrionale e la Santa Sede”, definite amichevoli.

I due hanno anche ricordato la visita di Papa Francesco lo scorso anno. “Il Presidente Pendarovski – si legge nella nota - ha sottolineato l'interesse del nostro Paese ad approfondire i legami con la Santa Sede in tutte le aree di reciproco interesse. In tale contesto, il Presidente Pendarovski ha sottolineato il contributo della comunità cattolica nella Macedonia settentrionale sia nella costruzione di relazioni con la Santa Sede sia nelle relazioni interreligiose generali nel Paese”.

I due hanno anche parlato della situazione creatasi con la pandemia, e ha riconosciuto il ruolo del Papa nell’incoraggiare persone e nazioni alla solidarietà, nonché “il grande contributo di Sua Santità alle questioni globali che riguardano tutti noi, come la pace, la lotta contro la povertà, l'azione umanitaria contro rifugiati e migranti, i cambiamenti climatici e l'ambiente”.

Europa, Papa Francesco ha avuto una conversazione telefonica con Charles Michel

Charles Michel, presidente del Consiglio d’Europa, ha avuto una conversazione telefonica con Papa Francesco lo scorso 11 maggio, in occasione della giornata dell’Europa. In un tweet dal suo account ufficiale, Michel ha detto di aver discusso con il Papa di una “Europa determinata che si occupa di combattere il Covid 19”. Secondo il presidente del Consiglio Europeo, “le società che si prendono cura devono agire in spirito di cooperazione globale e unire le forze per arrivare a vaccini e trattamenti medici che siano disponibili per tutti e ovunque”.

Papa Francesco ha sentito al telefono il presidente del Senegal

Lo scorso 4 maggio, Macky Salle, presidente del Senegal, ha avuto una conversazione telefonica con Papa Francesco. In un tweet, il presidente senegalese ha spiegato di aver avuto “convergenza di vedute” con Papa Francesco sulla riposta alla crisi del coronavirus e sul suo appello all’universalità della preghiera, della fraternità e della solidarietà. Il presidente ha anche invitato Papa Francesco a visitare il Paese nel 2022, in occasione del 30esimo anniversario della visita di San Giovanni Paolo II.

Papa Francesco invia un messaggio alla Georgia

Il 26 maggio, la Georgia festeggia la sua indipendenza. Nell’occasione, Papa Francesco ha inviato un messaggio a Salomé Zourabichvili, presidente della Georgia, con la quale aveva avuto un colloquio telefonico lo scorso 13 maggio . “Mentre la Georgia festeggia la sua festa nazionale – si legge nel messaggio - rivolgo i miei cordiali auguri di pace, prosperità e salute e a tutti i vostri connazionali. Unendomi al popolo georgiano nelle sue gioie, nelle sue pene e nelle sue aspettative, particolarmente in questo momento difficile alla pandemia del Covid-19, invoco il Signore, affinché lo aiuti a costruire una nazione, dove ognuno ha il problema l' opera per la pace e il benessere di tutti.

                                                FOCUS CORONAVIRUS

Coronavirus, la questione della libertà di culto

Mentre le restrizioni contro il coronavirus cominciano ad allentarsi, in molti casi la Chiesa ha dovuto lottare contro delle discriminazioni. In Francia, ad esempio, i vescovi si sono appellati al Consiglio di Stato contro la decisione di proseguire con la proibizione di Messe pubbliche mentre venivano aperte tutte le attività commerciali. I vescovi francesi hanno vinto.

In Cile, è stata fatta una denuncia contro il bando di riunioni religiose nella regione di Bio Bio. Il caso è stato curato da ADF International, che ha notato come i tribunali in Europa hanno ribaltato queeste misure. Thomas Henriquez, direttore di ADF International per l’advocacy in America Latina e i Caraibi, ha sottolineato che “se le misure sono poste in essere per prevenire gruppi di persone dal riunirsi per ragioni sanitarie, dovrebbero essere applicate a tutti i campi e non solo ai gruppi religiosi”.

In Cile, diverse regioni hanno emesso ordini che proibiscono in maniera specifica le attività religiose, e addirittura nella città di Los Angeles le autorità sanitarie hanno sigillato tutte le chiese. Le prime denunce sono state trascurate, mentre gli appelli hanno avuto successo.

La situazione in Europa è stata simile. Portogallo, Olanda, Svizzera e Irlanda non hanno ancora sollevato le restrizioni, mentre in Belgio e Regno Unito non ci sono ancora date stabilite.

Situazione simile è stata vissuta in Australia, dove la Chiesa ha lanciato una vera e propria campagna, guidata dall’arcivescovo Anthony Fisher di Sydney. Inizialmente, le restrizioni nello Satato del New South Wales erano state sollevate per bar e ristoranti, ma non per la Chiesa cattolica.

L’arcidiocesi di Sydney aveva lanciato lo scorso 27 maggio una petizione per avere uguale trattamento di pub, club, caffè e ristoranti dove era stato concesso di ospitare 50 persone, mentre erano rimaste le restrizioni a 10 persone per le celebrazioni ecclesiastiche.

Un doppio standard che l’arcivescovo Fisher aveva definito “deludente”, specialmente considerando il fatto che “le Chiese hanno cooperato ad ogni passo con le direttive sanitarie del governo durante la pandemia”.

                                                FOCUS EUROPA

Europa, la COMECE prende posizione sul recovery fund

Lo scorso 28 maggio, una dichiarazione del Comitato delle Conferenze Episcopali dell’UE (COMECE) ha preso posizione sul proposto fondo di ricostruzione dell’UE. La dichiarazione è intitolata “Ricostruiamo l’Europa attraverso la giustizia”.

La COMECE invita l’UE a rinnovare lo spirito di unità e solidarietà e chiede che il piano di ricostruzione sia centrato sulla giustizia, cosa che “sarebbe un segno visibile che l’UE e i suoi stati membri sono di nuovo sulla strada della solidarietà”.

Secondo la COMECE, un fondo per la ricostruzione che consente alla Commissione europea di raccogliere fondi per gli Stati membri bisognosi sarebbe anche importante per i numerosi cittadini dell'UE che si sentivano delusi dalle misure egocentriche adottate da alcuni paesi all'inizio della pandemia. 

Infine, ill COMECE invita l'UE e le autorità nazionali a modellare la discussione sul piano di ricostruzione per il bene comune al fine di ottenere una "ripresa condivisa che esprima l'ambizione con un rinnovato spirito di solidarietà per un giusto". Lavoro futuro ".

Europa, la COMECE fa appello contro la persecuzione dei cristiani in Nigeria

C’è stato chi ha paragonato la situazione dei cristiani in Nigeria ad un genocidio. Di certo, le statistiche parlano di 6 mila cristiani uccisi dal 2015, principalmente da Boko Haram e dai pastori militant Fulani che hanno compiuto attacchi terroristici contro gli agricoltori cristiani.

La COMECE nota che già la Conferenza Episcopale Nigeriana ha criticato il governo federale del Paese per non aver protetto i suoi cittadini, sottolineato che la violenza in corso dei pastori Fulani non può più essere considerata un semplice scontro tra pastori e contadini.

Il 16 gennaio 202, il Parlamento Europeo ha emesso una risoluzione sulla Nigeria, condannando la politica “il tuo paese o il tuo sangue” dei pastori Fulani, gli attacchi dei gruppi jihadisti e la costante discriminazione dei cristiani nelle regioni Nigeriane.

Non solo. L’ufficio del procuratore della Corte Penale Internazionale ha sottolineato che l’accusa di crimini d guerra e crimini contro l’umanità mossa a Boko Haram è fondata.

“In tale contesto – si legge in un comunicato -, il COMECE invita l'UE, i suoi Stati membri e la comunità internazionale a utilizzare strumenti diplomatici, politici e finanziari per aiutare le autorità nigeriane a porre fine alla violenza, consegnare i criminali alla giustizia, sostenere le vittime e coinvolgere pienamente i cristiani (47% della popolazione nazionale) in tutte le strutture e livelli di governo, compresi la polizia e le forze armate”.

                                                FOCUS AMBASCIATE

Centenario delle relazioni tra Romania e Santa Sede

Era il 12 giugno del 1920 quando Dimitrie Pennescu presentò in Vaticano le sue credenziali di inviato straordinario e ministro plenipotenziario di Romania. La legazione di Romania era stata aperta nello stesso mese, mentre in quello stesso anno, Benedetto XV nominava come suo rappresentante in Romania l’arcivescovo Francesco Marmaggi, stabilendo così la legazione pontificia. Il prossimo 12 giugno, dunque, Santa Sede e Romania festeggeranno 100 anni di relazioni diplomatiche.

I legami tra Santa Sede e Romania risalgono già al Medioevo, come dimostra la corrispondenza tra la Sede Apostolica e i principi delle terre romene. Entrambi avevano l’obiettivo di contenere l’espansione ottomana in Europa.

Fu, però, dopo la Prima Guerra Mondiale, che portò alla Romania i territori della Transilvania facendo crescere anche il numero dei cattolici, che Santa Sede e Bucarest instaurarono relazioni diplomatiche. Per la Romania, si trattava anche di una scelta politica, ha spiegato l’arcivescovo Miguel Maury Buendia, nunzio apostolico in Romania, perché si preferiva stabilire un rapporto con la Santa Sede piuttosto che con l’Ungheria da cui venivano i territori della Transilvania.

Santa Sede e Romania firmano il Concordato il 10 maggio 1927. Entrato in vigore nel 1929, il concordato rende possibile la riorganizzazione della chiesa cattolica di rito latino. I rapporti diplomatici vengono poi bruscamente interrotti dal regime comunista insediato dopo la Seconda Guerra Mondiale in Romania.

Il 17 luglio 1948, le autorità comuniste denunciano il concordato, poi alla fine dell’anno decidono la riunificazione dei greco cattolici con la chiesa ortodossa romena. La Santa Sede protesta, e l’arcivescovo Andrea Cassulo, nunzio apostolico, viene richiamato, mentre la nunziatura resta in mano a monsignor Gerald O’Hara, espulso poi dalla Romania il 4 luglio 1950.

Le relazioni diplomatiche sono riprese trenta anni fa, 15 maggio 1990. Giovanni Paolo II ha visitato il Paese nel 1999, e Benedetto XVI lo ha fatto nel 2019. Ma già il Patriarca della Chiesa Ortodossa Romena Teoctist aveva visitato Giovanni Paolo II a Roma il 5 gennaio 1989, e quindi nel 2002.

L’ambasciatore dell’Honduras in visita di congedo

Lo scorso 28 maggio, Carlos Avila Molina, dal 2013 ambasciatore dell’Honduras presso la Santa Sede, è stato in visita di congedo da Papa Francesco.

Avila Molina aveva presentato le sue credenziali a Papa Francesco nel 2013. Ingegnere, imprenditore e rettore dell’università, è arrivato da “tecnico” a svolgere il ruolo di raccordo tra la Santa Sede e il suo Paese.

                                                FOCUS AFRICA

Burundi, i vescovi denunciano irregolarità sul voto

La Conferenza Episcopale del Burundi ha denunciato brogli elettorali nelle ultime elezioni presidenziali, che hanno visto il successo elettorale di Evariste Ndayishimiye,. Ndayishimye ha vinto le elezioni con il 68,7 per cento dei voti, ma la Conferenza Episcopale ha evidenziato irregolarità “per quanto riguarda la libertà e la trasparenza del processo elettorale, nonché l’imparzialità del trattamento dei candidati e degli elettori”, hanno spiegato in un messaggio all’agenzia Fides della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

I vescovi hanno invitato la popolazione a non abbandonarsi alla violenza. Ndayishimiye era il candidato del presidente uscente Nkurunziza. La rielezione di quest’ultimo, nel 2015, aveva portato migliaia di burundesi a lasciare il Paese per paura di rappresaglie, anche perché Nkurunziza aveva cancellato gli accordi di pace di Arusha del 2000.

Nel 2020, si è fatto nominare “suprema guida al patriottismo”, senza però ricandidarsi, ma mantenendo il controllo dello Stato, e l’avvicinamento alle elezioni è stato costellato di violenza contro i partiti, che avevano già destato le preoccupazioni dei vescovi.

A settembre, i vescovi del Burundi avevano denunciato che “in alcune regioni sono stati commessi atti criminali a sfondo politico, compresi gli omicidi. Nella maggior parte dei casi le vittime sono coloro che hanno opinioni diverse da quelle del governo”.

Per le elezioni del 20 maggio scorso, i vescovi hanno inviato 2716 osservatori per controllare le operazioni di voto, ma questo non ha evitato brogli elettorali. La Chiesa locale non ritiene corretto proclamare un vincitore (entrerà in carica ad agosto), ma allo stesso tempo invita nuovamente a non cedere alla violenza. “Coloro che ritengono che i loro diritti siano stati violati, devono ricorrere ai tribunali competenti per ottenere giustizia”, hanno affermato i vescovi.

 

In Kenya, i vescovi chiedono ai leader politici di evitare divisioni

Il vescovo Dominic Kimengich di Eldoret, in Kenya, ha chiesto ai leader politici di “dimostrare la loro leaership per impegnarsi al servizio dei kenyoti e non impegnarsi in politiche divisive”.

L’appello del vescovo è arrivato lo scorso 24 maggio, durante una Messa diffusa in tv dalla Basilica della Santa Famiglia di Nairobi.

Le parole del vescovo Kimengich fanno eco a quelle della Conferenza Episcopale del Kenya, che ha ricordato ai politici come la divisione tra loro causa “preoccupazione, panico, ansietà non necessaria e preoccupazione tra i kenyoti.

Il vescovo Kimengich ha chiesto di “focalizzarsi sul bene della nazione, mettendo da parte i giochi politici e il posizionamento politico in vista delle elezioni del 2022”.

Una lettera pastorale dei vescovi del Malawi in vista delle elezioni

Si chiama “Una ulteriore chiamata per una nuova era in Malawi”, ed è una lettera pastorale inviata dalla Conferenza Episcopale del Malawi lo scorso 24 maggio, in vista delle nuove elezioni presidenziali.

Nella lettera, i vescovi si dicono preoccupati del modo in cui il governo e la Commissione Elettorale del Malawi hanno gestito fino ad ora il processo elettorale. I vescovi hanno sottolineato la responsabilità elettorale in vista di questa nuova tornata elettorale che va a sostituire l’elezione del presidente alle elezioni del 21 maggio 2019, annullata dalla Corte Costituzionale lo scorso 3 febbraio.

Le elezioni erano previste il 2 giugno, ma si sta cercando di posticiparle al 23 giugno. Nella lettera, i vescovi ricordano che già dal 2018 hanno chiesto una nuova leadership della nazione, e hanno poi citato, tra i problemi, la crescita del tribalismo mostrata dalle nomine nepotiste del governo.

I vescovi hanno anche condannato il crescente livello e di corruzione. I vescovi hanno apprezzato il lavoro per rispondere al coronavirus, ma hanno anche notato che ci vuole un approccio più coordinato.

Altri temi della lettera pastorale sono la preoccupazione per la distruzione dell’ambiente e delle risorse naturali che sta ponendo la nazione a rischio di desertificazione e insicurezza alimentare.

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