Diplomazia pontificia, la Santa Sede e la diplomazia della salute

Cosa fa la Santa Sede nel campo della salute e in che modo questo è cruciale nella diplomazia pontificia. E poi: ancora le critiche del cardinale Zen all’accordo Santa Sede - Cina

Una veduta di piazza San Pietro dal Vaticano
Foto: Ambasciata di Nigeria presso la Santa Sede
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Nel tempo del Coronavirus, tutte le attività diplomatiche sono sospese. Chiuse le Nazioni Unite a New York, chiuse le Nazioni Unite a Ginevra, i diplomatici vaticani impegnati nel multilaterale impiegano questo tempo per nuove sfide.

Ma c’è un ramo, nella diplomazia della Santa Sede, che ha più delle implicazioni pratiche che teoriche. È il ramo missionario nella sanità, il lavoro diplomatico che viene fatto su due versanti: quello diplomatico commerciale, per garantire l’accesso ai farmaci; quello diplomatico sul territorio, per garantire la possibilità alle strutture cattoliche nei Paesi di funzionare. È la diplomazia della salute della Santa Sede, un misto di lavoro sul campo e di multilaterale che nessuno Stato al mondo può contare. E che diventa cruciale oggi, nell’assistenza ai malati di coronavirus. Ma sarà cruciale anche domani, quando magari ci sarà una cura, e tutti dovranno avere la possibilità di accedervi.

                                                CORONAVIRUS

La Santa Sede e l’accesso ai farmaci

Del tema dell’accesso ai farmaci, aveva parlato anche Papa Francesco nel suo discorso alla sede delle Nazioni Unite di Nairobi il 26 novembre 2015. Il discorso di Papa Francesco si inseriva in un lavoro di lungo periodo della Santa Sede, soprattutto sul fronte dei brevetti sanitari. Da sempre, la Santa Sede, con le sue innumerevoli istituzioni ospedaliere (dati OMS alla mano, le strutture cattoliche sono il 70 per cento del welfare africano) si batte perché i farmaci possano essere più accessibili, e perché la politica dei brevetti non favorisca solo i ricchi. Papa Francesco ha fatto sue queste preoccupazioni, tutte presenti nel discorso.

Così, il Papa aveva sottolineato che “i Trattati regionali di libero scambio in materia di protezione della proprietà intellettuale, in particolare nel settore farmaceutico e delle biotecnologie, non solo non devono limitare i poteri già conferiti agli Stati da accordi multilaterali, ma, al contrario, dovrebbero essere uno strumento per garantire un minimo di cura e di accesso alle cure essenziali per tutti”.

In più, Papa Francesco aveva notato che “le discussioni multilaterali, a loro volta, devono dare ai Paesi più poveri il tempo, l’elasticità e le eccezioni necessarie ad un adeguamento ordinato e non traumatico alle regole commerciali”, mentre “alcuni temi sanitari, come l’eliminazione della malaria e della tubercolosi, la cura delle cosiddette malattie “orfane” e i settori trascurati della medicina tropicale, richiedono n’attenzione politica prioritaria, al di sopra di qualsiasi altro interesse commerciale o politico”.

Già nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco aveva Esortato con forza “i governanti e il potere finanziario” a fare in modo che fosse una “assistenza sanitaria per tutti i cittadini”.

Nel messaggio per la Giornata mondiale del malato 2018, Papa Francesco aveva invitato gli ospedali cattolici a guardarsi “dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri. L’intelligenza organizzativa e la carità esigono piuttosto che la persona del malato venga rispettata nella sua dignità e mantenuta sempre al centro del processo di cura. Questi orientamenti devono essere propri anche dei cristiani che operano nelle strutture pubbliche e che con il loro servizio sono chiamati a dare buona testimonianza del Vangelo”.

Infine, nel discorso al Corpo diplomatico dell’8 gennaio 2018, Papa Francesco aveva affermato che “difendere il diritto alla vita e all’integrità fisica, significa (…) tutelare il diritto alla salute della persona e dei suoi familiari. Oggi tale diritto ha assunto implicazioni che superano gli intendimenti originari della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la quale mirava ad affermare il diritto di ciascuno ad avere le cure mediche e i servizi sociali necessari”.

Per questo, Papa Francesco auspicava che “nei fori internazionali competenti, ci si adoperi per favorire anzitutto un facile accesso per tutti alle cure e ai trattamenti sanitari. È importante unire gli sforzi affinché si possano adottare politiche in grado di garantire, a prezzi accessibili, la fornitura di medicinali essenziali per la sopravvivenza delle persone indigenti, senza tralasciare la ricerca e lo sviluppo di trattamenti che, sebbene non siano economicamente rilevanti per il mercato, sono determinanti per salvare vite umane”.

Il tema dei brevetti

La questione dei brevetti delle case farmaceutiche per permettere a tutti le cure è una vecchia battaglia della Santa Sede. Già nel 2002, il Cardinale Javier Lorenzo Barragan, allora presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, aveva lanciato l’allarme presentando il convegno su “Potere e salute” organizzato dal Pontifico Consiglio, che radunava vari specialisti nei vari campi della salute, della medicina e della ricerca, nonché ministri della salute.

Il Cardinale Barragan sottolineava che il tema della proprietà dei brevetti era “un problema urgente” perché per essi “non può valere il principio della proprietà privata, bensì quello della proprietà sociale”.

Spiegava ancora il Cardinale Barragan: 'I brevetti sono leciti, ma fanno sì che i medicinali finiscano sotto la categoria della proprietà privata dei beni che, come dice il Papa, non è assoluta, ma ha una ipoteca sociale: quando il bene comune di una nazione fa sì che cessi la proprietà privata a vantaggio della proprietà sociale, questo va messo in pratica e deve essere fatto e i diversi governi devono vedere come farlo in concreto''.

Il caso dell’AIDS era già un caso scuola. In Zambia, spiegava, ''il venti per cento della popolazione ha l'Aids e se per ogni malato ci sono almeno tre infettati, allora l'80 per cento della popolazione è infettato e ciò vuol dire la scomparsa dello Zambia''.

Aggiungeva: “Se l'India è in grado di produrre le cure per l'Aids a 350 dollari annui a  paziente, contro i 10 o 15 mila dollari annui delle case farmaceutiche ''e' un caso evidente in cui bisogna rinunciare alla proprietà dei brevetti e consentire la cura per questo paese''. 

Sarà così anche per le possibili cure al coronavirus?      

Le strutture cattoliche nel mondo

Di certo, gli ospedali cattolici sono in prima linea nell’accogliere e sostenere malati. Quante sono le strutture sanitarie cattoliche nel mondo? I dati del 2018 parlano di 5.287 ospedali e 15.397 dispensari, cui si aggiungono 15.722 programmi residenziali per anziani e per persone che vivono con disabilità croniche.

Sono cifre che indicano un impegno per gli ultimi che è parte fondamentale della diplomazia pontificia. In Eritrea, il primo obiettivo di espropriazione del governo sono state proprio le strutture sanitarie della Chiesa cattolica.

Proprio grazie a questi numeri, la Santa Sede partecipa al  Fondo Globale per combattere AIDS, tubercolosi e malaria

Il Global Fund riconosce il lavoro delle organizzazione di ispirazione cattolica, e dal 2015 al 2018 le ha sostenute con un 1,1 miliardi di dollari. Resta, però, il problema ideologico. Perché le organizzazioni internazionali danno aiuti per contrastare l’AIDS anche con programmi in contrasto con la dottrina cattolica, per esempio, con la distribuzione dei preservativi.

Un problema di cui le organizzazioni cattoliche sono ben coscienti. Tutte le attività c condivise con le organizzazioni internazionali sono allora fatte secondo i valori cristiani, sono stati firmati dei protocolli di intesa con l’UNAIDS, il fondo ONU per la lotta all’AIDS, e una lettera di intenti con il Global Fund che mette in chiaro cosa la Chiesa fa, cosa non fa, cosa la Chiesa può accettare, cosa non può accettare. La collaborazione avviene solo per la collaborazione della famiglia umana, specialmente per i più vulnerabili.

La risposta all’AIDS, un punto di riferimento per la politica sanitaria della Santa Sede

Nel 2015, Caritas Internationalis stilò un rapporto su come le organizzazioni di ispirazione religiosa rispondono all’emergenza AIDS in Africa. Il rapporto era molto ampio, e non prendeva in considerazione solo le strutture cattoliche, ma anche quelle

evangeliche, quelle più generalmente cristiane, nonché gli organismi missionari.

Anche qui, le cifre aiutano a comprendere: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 30 al 70 per cento delle strutture sanitarie nel mondo (a seconda delle nazioni) sono gestite da organizzazioni religiose.

Il rapporto spiegava che “le organizzazioni collegate alla Chiesa cattolica e impegnate nella lotta all’HIV sono attive in al minimo 114 nazioni. Nel 2010, dieci delle più grande organizzazioni del CHAN (Catholic HIV and AIDS Network) ha destinato 200 milioni di dollari in supporto della risposta globale all’Aids, finanziando e fornendo assistenza tecnica a organizzazioni cattoliche e piccole comunità nelle nazioni con scarso o medio reddito”.

Sempre secondo il rapporto, le organizzazioni basate sulla fede “frequentemente servono i più poveri delle comunità e quelli che restano fuori dai sistemi sanitari nazionali”, e in questo modo “contribuiscono in maniera significativa alla riduzione delle ineguaglianza sanitarie e sono impegnati a fare della trattamento anti HIV una cura accessibile per tutti”.

Argentina, l’incontro tra il presidente Fernandez e la presidenza dei vescovi argentini

Lo scorso 20 marzo, il presidente argentino Alberto Fernandez ha ricevuto la presidenza della Conferenza Episcopale argentina. Tema dell’incontro erano le misure contro la pandemia di coronavirus. L’incontro è durato più di una ora, e vi hanno partecipato membri della commissione esecutiva della conferenza episcopale, guida dal vescovo Oscar Ojea, presidente, e dal primo vicepresidente, il Cardinale Mario Poli, nonché da monsignor Carlos Malfa, segretario generale.

Durante l’incontro, si è parlato anche della possibilità di includere eccezioni al decreto di isolamento, e la possibilità che i sacerdoti possano visitare gli infermi, cosa che non è inclusa tra le 24 eccezioni del decreto.

La Chiesa ha comunque dato piena disponibilità e collaborazione al presidente, chiedendo di dare una particolare attenzione ai più poveri.

I vescovi hanno anche sottolineato che la Caritas continua a “lavorare e funzionare” per “accompagnare in questa situazione di pandemia”, e per stare vicino a quanti hanno più necessità”, mentre i sacerdoti sono “disponibili ad accompagnare il popolo assistendolo spiritualmente in tutto ciò che necessita”.

                                                   NUNZIATURE

Croazia, il nunzio Lingua incontra il presidente Zoran Milanovic

L’arcivescovo Giorgio Lingua, nunzio apostolico in Croazia, ha incontrato lo scorso 19 marzo il presidente Zoran Milanovic. All’incontro ha partecipato anche Orsat Miljenovic, consulente presidenziale per la politica estera, nonché Janusz Stanislaw Blachowiak, consigliere del nunzio. Si è trattato di un primo incontro tra le parti, avvenuto tra l’altro prima del terremoto che ha scioccato Zagabria lo scorso 22 marzo.

Canada, il nunzio Bonazzi visita la diocesi di Regina

Lo scorso 19 marzo, l’arcivescovo Luigi Bonazzi, nunzio apostolico in Canada, ha fatto visita all’arcidiocesi di Regina, e in particolare a Weyburn, dove ha celebrato Messa.

Nell’omelia, l’arcivescovo ha notato che parrocchie che una volta erano fiorenti hanno fatto molti sacrifici, alcune chiese non hanno nemmeno un sacerdote residente, e che questo può essere duro per la comunità. La chiesa cui ha celebrato è dedicata a San Vincenzo de’ Paoli, e l’arcivescovo ha ricordato il motto “I poveri sono il mio padrone, i poveri sono il mio Signore”.

“Ci sono – ha detto – molti tipi di povertà: quella materiale e finanziaria, quella spirituale e quella sociale. Siamo a noi a dover riempire il vuoto causato dai loro bisogni”.

                                                            CINA

Il Cardinale Zen torna ad attaccare l’accordo Santa Sede – Cina

Dopo aver inviato una lettera circolare a tutti i cardinali, e aver ricevuto una risposta ufficiale dal Cardinale Giovan Battista Re, decano del Collegio dei Cardinali, il Cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha pubblicato lo scorso 21 febbraio un post sul suo blog personale una estensione della sua risposta.

“La mia impressione personale – ha scritto il cardinale – è che il Cardinale Pietro Parolin manipoli il Papa, almeno nelle questioni riguardanti la Chiesa di Cina”. Il post è intitolato “Supplemento alla mia risposta al Cardinale G.B. Re”, e porta la data dal 10 marzo, sebbene sia stato poi effettivamente pubblicato il 21 marzo.

Nella sua lettera, il Cardinale Re sottolineava che l’accordo Cina – Santa Sede sulla nomina dei vescovi (accordo provvisorio e confidenziale) seguiva la scia delle politiche avviate da San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che per questo l’opposizione del Cardinale Zen non aveva ragione di esistere.

Il Cardinale Zen aveva già risposto al Cardinale Re con una lettera del 3 marzo, in cui chiedeva di provare che “l’accordo recentemente firmato fosse già stato approvato da Benedetto XVI. Dovrebbe solo mostrarmi il testo dell’accordo, che mi è stato impedito di vedere fino ad ora, e la prova di archivio che quello che dici può essere verificato”.

Nel post del 10 marzo, il Cardinale Zen ha poi specificato che “il problema non è tra me e il Cardinale Re. Il problema è con il cardinale Parolin. È difficile comprendere come quest’uomo sia diventato così potente da dominare tutta la Curia Romana. Ha potuto dimettere la Commissione della Chiesa in Cina senza una parola e nessuno ha protestato contro tale mancanza di considerazione”.

La commissione era stata stabilita da Benedetto XVI e includeva officiali vaticani e leader della Chiesa della zona. Secondo il cardinale Zen, la chiusura della commissione era intesa a silenziare ogni critica.

Lo stesso scopo avevano, secondo il Cardinale Zen, la decisione di inviare l’arcivescovo Savio Hon, precedentemente segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, come nunzio in Grecia. L’arcivescovo Savio era il cinese più alto in grado in Vaticano, e la sua assenza avrebbe facilitato l’accordo.

Oltre all’accordo, il Cardinale Zen ha criticato anche gli orientamenti pastorali dell’accordo, del giugno 2019, definito “immorale perché legittima una Chiesa scismatica”, e soprattutto – secondo il vescovo emerito di Hong Kong – legittima una Chiesa Cattolica Cinese indipendente dalla vigilanza del Papa.

Il Cardinale ha anche accusato che “negli ultimi venti anni, a causa della politica sbagliata della Santa Sede nell’affrontare la Chiesa in Cina, portata avanti da un gruppo di persone che hanno osato non seguire la linea del Papa, la comunità sotterranea è sempre più stata abbandonata, considerata sconveniente e quasi un ostacolo per l’unità, mentre la comunità riconosciuta ufficialmente dal governo, gli opportunisti, sono diventati sempre più numerosi, senza paura e con aria di sfida perché incoraggiati da persone dentro e intorno al Vaticano, intossicati dalla loro illusione di ostpolitik”.

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