Diplomazia pontificia, ecco perché la Santa Sede crede nel multilaterale

L'arcivescovo Gallagher incontra il ministro austriaco Sebastian Kurz, presidente di turno dell'OSCE. La XXIV conferenza ministeriale dell'OSCE si è tenuta a Vienna il 7 e l'8 dicembre
Foto: Twitter @sebastiankurz
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La Santa Sede contribuì alla nascita dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa più di 40 anni fa, lavorando a fondo sul tema della libertà religiosa come non si era mai fatto in sede diplomatica. E ci crede ancora, spiega l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, parlando al Consiglio Interministeriale dell’OSCE. Un intervento che viene al culmine di una settimana dai tanti temi diplomatici, per la Santa Sede: la questione di Gerusalemme, il fine vita, e le migrazioni, ma anche la questione sempre viva dei cristiani perseguitati. 

Gallagher all’OSCE

È la 24ma volta che si riunisce il Consiglio Ministeriale dell’OSCE. Un appuntamento di fine anno, cui la Santa Sede partecipa sempre. Presidente di turno è l’Austria, ed esercita la presidenza Sebastian Kurz, ministro degli Esteri, con il quale l’arcivescovo Gallagher ha anche un incontro più riservato.

Il Consiglio si è tenuto il 7 e l’8 dicembre, e l’intervento della Santa Sede era previsto già il 7.

L’arcivescovo Gallagher ha sottolineato le “numerose “ sfide alla sicurezza e alla stabilità che gli Stati aderenti all’OSCE sono chiamati ad affrontare, e tra questi ci sono anche i cosiddetti “conflitti congelati”, che risalgono a decenni fa, ma anche “conflitti e attacchi terroristici e altri episodi di violenza” innescati da vari episodi di radicalizzazione, che in ambito OSCE vanno sotto la sigla VERLT (Violenza ed Estrema Radicalizzazione che porta al Terrorismo), uno dei tanti progetti dell’organismo multilaterale.

Le preoccupazioni della Santa Sede – ricorda l’arcivescovo Gallagher – riguardano, tra le altre cose, “l’indurirsi dei cuori” nei confronti di migranti, rifugiati e tutti quelli che diventano “vittime di ingiusta discriminazione” a causa di “razza, sesso, lingua e religione”.

Certo, riconosce il “ministro degli Esteri” vaticano, ci sono problemi anche interni all’OSCE, e che hanno riguardato varie discussioni che vanno dal budget alla nomina di nuovi funzionari, ma “la Santa Sede crede nell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa”, perché questa “può dovrebbe giocare un ruolo decisivo nel creare sicurezza e stabilità in questa area e oltre, fedele alla sua natura e missione di accordo per la sicurezza regionale”.

E ne ha tutti gli strumenti, afferma l’arcivescovo Gallagher, sottolineando che “la confidenza della Santa Sede nell’OSCE è fondata sulla sua incessante aderenza al e proclamazione del Vangelo della Pace”, ragione per cui “collaborerà e cooperare con tutte le autorità nazionali e internazionali”.

Come assicurare la sicurezza? Secondo la Santa Sede, questa sarà “efficace e duratura” solo se le iniziative di “controllo delle armi e prevenzioni dei conflitti, proprie dell’OSCE”, vadano a braccetto con altri criteri, a partire dalla comprensione reciproca, perché “se il dialogo sembra meno glorioso di combattere, il suo risultato dà molti più benefici e tutte le parti coinvolte”.

Il dialogo su cui è strutturata la piattaforma OSCE è “vitale” per la Santa Sede, così come la “natura politica dell’organizzazione” e le sue regole che hanno permesso ai 57 Stati membri di raggiungere un consenso in un gran numero di temi.

Il secondo criterio è la comprensione della realtà, a partire dai diritti umani come sono riconosciuti nella Carta di Helsinki.

E il terzo criterio è “la sicurezza e la cooperazione tra gli Stati possono essere sostenuti solo se non si basano su abilità politiche e strategiche, ma su giustizia, solidarietà e rispetto dei diritti umani universali e le libertà fondamentali”. La persona umana è “il nostro punto di partenza”, e i diritti umani sono la stella polare, sebbene si devono anche considerare i doveri “di ciascun cittadino di rispettare il diritto degli altri e di cooperare in favore del bene comune”.

La questione di Gerusalemme

L’arcivescovo Leopoldo Girelli è stato nominato nunzio di Israele e delegato apostolico di Gerusalemme e Palestina lo scorso 13 settembre, nomina cui ha aggiunto il 15 settembre quella di nunzio apostolico a Cipro. Ha cominciato la sua missione in Terrasanta proprio nei giorni in cui il presidente USA Donald Trump annunciava il trasferimento dell'Ambasciata degli Stati Uniti in Israele a Gerusalemme.

Sembra il suo destino, trovarsi in scenari difficili. Viene dalla nunziatura di Singapore, incarico cui si aggiunse quello di rappresentante non residente della Santa Sede in Vietnam. Una nomina importante, quest’ultima, perché fu il primo rappresentante del Papa ammesso da Hanoi dal 1975, frutto di un tavolo bilaterale di incontri che punta a stringere le relazioni diplomatiche.

Il nunzio Girelli ha presentato le sue credenziali al presidente israeliano Rivlin il 29 novembre, e farà il suo ingresso solenne al Santo Sepolcro il 14 dicembre, per presentare le lettere credenziali all’Assemblea degli Ordinariati Cattolici della Terra Santa.

Il suo mandato inizia con una situazione complessa, dopo la decisione del presidente USA Donald Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. La Santa Sede ha chiesto il rispetto dello status quo della Città Santa, e lo ha fatto con un appello di Papa Francesco al termine dell’udienza generale del 6 dicembre scorso, ma anche attraverso altre voci.

In particolare, il Cardinale Pietro Parolin ha dichiarato, durante una visita in Puglia, che la situazione è “preoccupante” per il possibile innesco di “un processo che porti più violenza e tensione”. I rappresentanti cristiani della Terra Santa hanno invece inviato una lettera al presidente degli Stati Uniti, sottolineando che il modo in cui sta venendo riconsiderato lo status di Gerusalemme attraverso la scelta potrebbe produrre “un aumento di odio, conflitto, violenza e sofferenza a Gerusalemme e in Terra Santa, spostandoci più lontano dall’obiettivo dell’unità e più profondamente verso una divisione distruttiva”, in una terra “chiamata ad essere una terra di pace. Gerusalemme, la città di Dio, è una città di pace per noi e per il mondo”.

Firmatari della lettera sono: l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme; Fra’ Francesco Patton, Custode di Terra Santa;il patriarca greco-ortodosso Theophilos III; il patriarca armeno ortodosso Nourhan Manougian; l’arcivescovo Anba Antonious, del patriarcato copto ortodosso; l’arcivescovo Swerios Malki Murad, del patriarcato siro-ortodosso; l’arcivescovo Aba Embakob, del patriarcato etiope ortodosso; l’arcivescovo Joseph-Jules Zerey, del patriarcato greco-melchita cattolico; l’arcivescovo Mosa El-Hage, dell’esarcato patriarcale maronita; l’arcivescovo Suheil Dawani, della chiesa episcopale di Gerusalemme e del Medio Oriente; il vescovo Munib Younan, della chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa; il vescovo Pierre Malki, dell’esarcato patriarcale siriano cattolico; monsignor Georges Dankaye’, dell’esarcato patriarca armeno cattolico.  

Anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha diffuso un mesaggio, in cui si sottolinea che “Gerusalemme è una città che deve accogliere, dove gli spazi si devono aprire e non chiudere”, e “non può essere ridotto a questione di dispute territoriali e di sovranità politica”.

Servire la persona umana: un seminario CCEE a Lussemburgo

Comincia il 10 dicembre, e dura fino al 12, l’incontro dei consulenti giuridici delle Conferenze Episcopali d’Europa. Tra interventi del Cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, e dell’arcivescovo Jean-Claude Hollerich di Lussemburgo, i partecipanti parleranno di questioni di interesse per la Chiesa in discussione presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha sede in Lussemburgo, e che sarà oggetto di una visita.

I temi in discussione saranno in particolare due: quello del fine vita, con tutti i problemi di ordine morale e giuridico che sono cresciuti a seguito di mutamenti di carattere antropologico, economico-sociale e medico; e il tema delle migrazioni, cruciale in particolare in vista degli accordi internazionali sulle migrazioni che saranno siglati presso le Nazioni Unite.

Sul fine vita, i consulenti giuridici si confronteranno sulle leggi attualmente in vigore o in fase di discussione e rifletteranno sui parametri etici che devono guidare il legislatore. Sono molti gli approcci sul fine vita: l’eutanasia, il suicidio assistito, la dichiarazione anticipata di trattamento, la questione delle cure palliative, l’accanimento terapeutico.

Tra i casi che saranno studiati, il Mortier vs. Belgio, l’appello alla Corte Europea di Tom Mortier, un uomo che ha saputo del suicidio assistito della madre solo il giorno dopo che questo è avvenuto. Del caso si sta occupando ADF International, organizzazione di avvocati cristiani che curano casi di libertà religiosa, e Sophia Kuby, responsabile dell’ufficio di Bruxelles, ne parlerà durante le sessioni di lavoro.

La storia è quella di una donna, Godelieva De Troyer, porta per eutanasia a causa di una “depressione inguaribile”. L’eutanasia è stata operata dall’oncologo Wim Distelmans nell’aprile 2012, dopo aver ricevuto il consenso da tre altri medici che non avevano mai avuto alcun coinvolgimento nelle sue cure, mentre il medico che ha avuto in cura la donna per più di 20 anni le aveva negato il consenso all’eutanasia. Questa è stata praticata dopo che la donna ha fatto una donazione di 2500 euro al Life End Information Forum, organizzazione co-fondata da Diestelmans, cosa che dà luogo ad un apparente conflitto di interessi. Nessuno ha comunicato al figlio la decisione della madre, sebbene la sua depressione dipendesse anche dalla lontananza dalla famiglia, e non solo dalla rottura della relazione con un uomo. Il caso è centrato sul diritto alla vita e il diritto alla vita famigliare, entrambe protetti dalla Convenzione Europea sui diritti umani.

Per quanto riguarda il tema delle migrazioni, si parlerà dell’urgenza di avere politiche organiche sul fenomeno, che si traducano in un apparato legislativo capace di tutelare sia il migrante che la comunità che lo accoglie. Tra gli altri relatori dell'incontro, l'attivista per i diritti umani Andreea Popescu, avvocato presso la Corte Europea dei Diritti dell'uomo, molto attiva sul tema della difesa della famiglia.  

Nazioni Unite, in preparazione il documento sulle migrazioni

In questa settimana, si è tenuto in Messico l’incontro sul Processo Preparatorio del Global Compact per una Migrazione Sicura, Ordinata e Regolare. Il 4 dicembre, l’arcivescovo Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso la Missione ONU di New York, ha preso la parola nel primo panel, parlando della prima fase della preparazione al Global Compact.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Auza ha detto che la prima fase del dibattito ha fatto chiarezza su come il documento globale sulle migrazioni “debba stabilire una cornice internazionale di cooperazione e responsabilità condivisa”, per rispondere a un fenomeno che è una “risposta umana e comune” alla crisi e al desiderio di una vita migliore.

Il nunzio ha anche sottolineato che si deve dare “forte considerazione agli accordi bilaterali, regionali e internazionali”, traendo vantaggio dell’esperienza di istituzioni come l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, di cui la Santa Sede è membro. E ha enfatizzato i quattro verbi che sintetizzano l’approccio della Santa Sede sul tema migrazioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

L’arcivescovo Auza ha preso poi la parola altre due volte nelle sessioni del 6 dicembre.

Nel primo intervento, l’Osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite ha detto che il successo del Global Compact dipenderà da come il documento sarà redatto, in particolare per quanto riguarda il “follow up”, cioè i controlli successivi affinché le politiche proposte siano effettivamente implementate, e che questi follow up devono trarre vantaggio degli accordi già presenti a livello locale. Secondo la Santa Sede, il documento deve anche includere l’impegno a raccogliere dati accessibili, tempestivi e affidabili sulle migrazioni, nonché meccanismi di finanziamento per le nazioni che sono chiamate ad accogliere e che mancano le risorse necessarie, secondo le linee guida delle responsabilità “comuni, ma differenziate”.

Quindi, nell'ultima sessione, l’arcivescovo Auza ha detto che non ci si può basare su come è stato affrontata l’emergenza dei rifugiati nello stilare il Global Compact, ma si devono trovare piuttosto “soluzioni sostenibili che rispettino i diritti umani dei migranti e lo sviluppo e le preoccupazioni sulla sicurezza delle nazioni di origine, transito e destinazione”. La Santa Sede chiede risposte a medio e lungo termine, perché le risposte a breve termine necessitano di “prudenza e responsabilità sia da parte dei migranti che delle nazioni di destinazione, transito e ritorno”.

La Santa Sede ha chiesto anche di riconoscere che migrare è un diritto, e di creare corridoi regolari per le migrazioni, ma si deve anche rispettare e riconoscere il diritto di tutti a restare nelle loro nazioni di origine in pace e sicurezza, il che implica “lavorare per lo sviluppo, la pace, la sicurezza, istituzioni democratiche stabili e buoni governi, per la difesa dei diritti umani e l’accesso alla giustizia”.

Questione Medio Oriente

Lo scorso 30 novembre, al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, la Missione della Santa Sede ha organizzato un evento su “Preservare il Pluralismo e la Diversità nella Regione di Ninive” insieme al Nineveh Reconstruction Committee e i Cavalieri di Colombo.

Gli organizatori dell’incontro hanno sottolineato che l’ISIS sta per essere sconfitto, ma fin quando gli sfollati dalla Piana di Ninive non potranno fare ritorno nelle loro case, l’ISIS avrà comunque avuto successo nel suo obiettivo ideologico di eliminare le minoranze religiose dalla Regione.

Prima del 2014, il 40 per cento dei cristiani di Iraq viveva nella piana di Ninive. Alla ricostruzione sono andati anche i fondi della vendita di una Lamborghini Huracan donata a Papa Francesco a metà novembre.

Carl Anderson, Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo, ha affermato che “mentre l’ISIS è ormai finito come forza militare”, la “filosofia dietro il loro genocidio, l’idea di ripulire l’Iraq da gruppi di minoranze religiose come gli Yazidi e i Cristiani, sta per aver successo.

L’arcivescovo caldeo Bashar Warda di Erbil ha sottolineato che “è ovvio che i cristiani in Iraq, specialmente i leader della Chiesa, hanno mostrato il loro impegno nell’essere parte della soluzione e non parte del problema in termini di portare pace e diritti umani in Iraq.

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