Papa Francesco nel Baltico, dal Paese delle croci alla Terra di Maria

La Cattedrale di San Stanislao e Ladislao di Vilnius
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Group
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Dal Paese delle Croci alla Terra di Maria. Il viaggio di Papa Francesco nelle Repubbliche del Baltico, dal 22 al 25 settembre, rappresenta un percorso tra tante gradazioni di cattolicesimo e di fede, in quei Paesi dove il comunismo è passato come schiacciasassi che voleva annientare, i russi come padroni anche in tempo di zar e la Riforma Protestante con la violenza che era propria di quei secoli.

Eppure, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno tutte una loro fede, differente a seconda della loro storia e comune per via della Storia. Si va dalla Lituania, il Paese più cattolico dei tre con il 77 per cento della popolazione a professare la fede, fino all’Estonia, il Paese meno cattolico dei tre, che in una sorta di gioco delle proporzioni rovesciate conta il 70 per cento dei non credenti.

La Lituania è caratterizzata dalla croce, e se ne trovano ovunque, a partire dalla cima della montagna che sovrasta Vilnius, lì dove avvenne il sacrificio di 14 francescani che diede inizio alla storia del Cattolicesimo della nazione. Lettonia ed Estonia sono Terra Mariana, perché così Innocenzo III chiamò quel territorio, che fu uno Stato monastico dell’Ordine Teutonico di Germania

Se si deve trovare un punto comune è sicuramente la devozione alla Madonna. E non a caso, quando Giovanni Paolo II annunciò all’Angelus del 29 agosto 1993 che sarebbe andato nelle Repubbliche Baltiche, sottolineò che interpretava il viaggio come “un servizio di evangelizzazione sulle orme dei missionari che, all’inizio del secondo millennio dell’era cristiana, inviati dalle chiese di Oriente e di Occidente, annunciarono il Vangelo in tale lembo d’Europa”.

Il Papa santo aggiungeva che la storia di quei popoli “sarebbe incomprensibile senza il riferimento del cristianesimo”, e sottolineava che c’era bisogno di una nuova evangelizzazione, che aiuti i credenti, specialmente le nuove generazioni, a radicare solidamente nel Vangelo le loro scelte di vita”.

E quella nuova evangelizzazione passava per i santuari mariani di quelle terre, perché fu attraverso la devozione a Maria che i missionari si fecero strada, entrarono nel cuore delle popolazioni locali.

Che divennero cristiane tardi: la Lettonia fu cristianizzata intorno all’anno 1200, e la testimonianza della sua evangelizzazione è una lettera inviata da Clemente III l’1 ottobre 1188 all’arcivescovo di Brema-Hamburg, Hartwich II, che esaltava l’opera evangelizzatrice del vescovo Meinardo. San Giovanni Paolo II ne ripristinò il culto nel 1993, e Papa Francesco pregherà sulla sua tomba.

L’Estonia abbracciò il cristianesimo non molto tempo dopo, e già nel 1205 quei territori erano chiamati Terra Mariana. L’impegno di evangelizzazione di quei popoli è spesso denominato Crociata del Nord, ma – più che di una crociata come la potremmo intendere modernamente – si trattava di una opera di evangelizzazione che al tempo sfociava naturalmente nell’organizzazione dello Stato.

Certo è che il culto di Maria servì alla diffusione del Cristianesimo, perché fu attraverso la Vergine che gli evangelizzatori entravano nel cuore delle popolazioni. E così il vescovo Alberto dedicò la sua sede episcopale “a onore della Beatissima Madre di Dio”, si coniavano monete con l’immagine della Madonna, i principi se ne facevano stemma, i giuramenti solenni venivano prestati nella Cattedrale di Riga, la Chiesa di Maria, davanti all’immagine della Vergine situata sull’altare maggiore. In quella stessa cattedrale c’era anche una cappella dedicata alla Maria Addolorata, con una statua miracolosa molto venerata.

 

Quella cattedrale di Riga è oggi diventata la Cattedrale luterana, dove Papa Francesco avrà un incontro ecumenico. Vi è rimasto il Battistero su cui il vescovo Alberto ha battezzato i primi cristiani del luogo, e la tomba di San Meinardo. L’altare maggiore della cattedrale di Riga, nel 1547, fu abbattuto, l’immagine della Vergine fu prima gettata nel fiume Daugava e poi data alle fiamme. La Riforma Protestante fu infatti accompagnata anche da devastazioni belliche, e si provò in ogni modo a distruggere ogni richiamo al culto mariano.

Il successivo dominio russo soppresse gli Ordini Religiosi Cattolici, e solo nel periodo dell’indipendenza nazionale, tra i l918 e il 1940, il culto di Maria ritornò a prosperare.

Questa è rimasta però davvero la Terra di Maria. Non solo la Riforma non riuscì a cancellare i segni di devozione, ma oggi c’è un po’ del culto di Maria anche nelle Chiese della Riforma, tanto che il pellegrinaggio dell’Assunta verso il santuario di Aglona, definito dall’arcivescovo Zbignevs Stankevics “il cuore spirituale della Polonia” è partecipato sia da cattolici che da Protestanti.

Anche quel santuario fu vittima della storia: gli zaristi lo trasformarono in un carcere per i sacerdoti cattolici, fu utilizzato durante la prima Guerra Mondiale come quartiere generale della V Armata e fu trasformato dai sovietici in stalla di un kolcos. Eppure, i pellegrini ci sono continuati ad andare.

Anche la Lituania fu dedicata alla Vergine. Fu la prima Repubblica mariana della Livonia, ha sempre lottato per la sua fede, che pure lì arrivò tardi. Mindaugas, il condottiero, ricevette il battesimo “insieme ad “una grande moltitudine” e chiese ad Innocenzo IV di accogliere il Regno di Lituania in proprietà del Beato Pietro, per rimanere “sotto la protezione e il rispetto della Sede apostolica”.

Ma la diffusione della fede fu merito del principe Vytautas (1352 – 1430), che si adoperò moltissimo per fare accettare la nuova fede ai suoi sudditi, e che aveva una profonda devozione nei confronti della Vergine. E poi, la fede si rafforzò con Jogaila, che sposò Edvige, regina di Polonia.

Ma ci sono altre figure storicamente importanti. Come Casimiro (1458-1484), governatore della Lituania, venerato come santo e patrono della nazione, la cui tomba è conservata nella Cattedrale di Vilnius, in una cappella dal sapore barocco. Questi cominciò a governare a 18 anni, e fu un amministratore saggio, nonostante la giovane età. Anche lui fu importante per la devozione mariana, ed è noto per l’inno mariano Omni Die, che si ritiene sia stato composto da lui stesso, e che tuttora è molto diffuso in Lituania.

Oltre che dalla devozione a Maria, le nazioni Baltiche furono salvate dalla cultura. Si distinsero in particolare i Gesuiti, che fecero in Lituania una profonda opera di Controriforma.

L’università di Vilnius fu fondata dal vescovo Valeriano Protasevicius, proprio con lo scopo di far beneficiare la città del lavoro fatto dalla Compagnia di Gesù in Europa e nel mondo, e nel 1579 Gregorio XIII e Stefano Batory, re di Polonia e Granduca di Lituania, diedero ulteriori privilegi all’ateneo.

C’è, insomma, molta cultura cattolica dietro la strutturazione dei Paesi baltici, che hanno una storia che si lega a quella della Polonia, ma anche a quella della Bielorussia, per vicissitudini diverse: la Polonia come vicino e alleato dopo il matrimonio di Jogaila con Edvige, la Bielorussia come luogo dove arrivò il dipinto della Divina Misericordia, quello originale.

Un dipinto che stette anche nella Chiesa polacca dello Spirito Santo, la cui devozione può essere considerata uno dei legami culturali dei Paesi dell’Est. Tanto che Giovanni Paolo II, pregando in quella Chiesa, disse che “anche la Chiesa che è in Europa attende di tornare a respirare quanto prima a pieno ritmo con i due polmoni: quello dell’Ovest e quello dell’Est, formati dalla storia in duemila anni. La Chiesa e l’Europa hanno quindi bisogno anche del vostro apporto per rinnovarsi sotto la spinta dello Spirito Santo”.

Il cristianesimo come identità europea, dunque. Una identità che si andava perdendo durante il periodo del comunismo. Racconta Eugenjius Puzynia, un diacono della Compagnia del Gesù in procinto di diventare sacerdote, che la chiesa dei Gesuiti nella sua parrocchia di infanzia lo colpì, perché “era una Chiesa nascente, e non era comune, dato che anche nella mia famiglia avevamo perso la pratica religiosa”.

Proprio in questa parrocchia affidata ai gesuiti, il diacono Puzynia scopre la fede, frequentando questa parrocchia, e matura l’idea di entrare in seminario a 14 anni. “Mi hanno detto di studiare prima, allora sono andato a studiare musica, ho incontrato l’organista nella parrocchia. Ho cominciato il percorso musicale, dopo il Conservatorio sono entrato nell’Accademia musicale di Vilnius. E poi ho avuto una crisi di vocazione, mi sono chiesto dove era finita la mia fede. Ho visto l’esempio dei padri gesuiti, ho visto che con la musica la fede si poteva trasmettere in maniera tangibile. Ho ripreso il percorso”. Servono cultura e testimonianza per ritornare alla fede.

Oggi, dopo tante vicissitudini, si trova un mondo diverso. In Lettonia, la collaborazione tra cattolici e protestanti è cementata dall’amicizia particolare dei due arcivescovi Stankevics (cattolico) e Vanags (protestante), che si conoscono dai tempi in cui il primo era ingegnere e il secondo insegnante di chimica, e che oggi lavorano fianco a fianco insieme alle altre Chiese cristiane, con un impatto fortissimo anche sul mondo politico: se la Lettonia non ha ratificato la Convenzione di Istanbul, che apriva al gender nelle scuole, è anche merito loro. E c’è stato persino il progetto di una ecumenica facoltà nell’università statale, per portare avanti questo percorso.

La Lituania, dal canto suo, ha cementato la sua identità cristiana anche grazie all’apparizione della Vergine sul distrutto santuario di Siluva nel 1612, che ebbe una vastissima eco. Passata sotto il dominio russo, cominciò il periodo della croce, simboleggiato dalla collina delle croci di Siauliai (che Papa Francesco non visiterà), ma anche dal motto del Beato Teofilo Matulionis, “Per crucem ad astra”, per la croce verso le stelle. Papa Francesco visiterà anche la prigione KGB dove è stato imprigionato il Beato Matulionis.

Una croce così importante che la Lituania decise di affiancare l’Italia nel caso Lautsi vs Italy portato alla Grand Chambre della giustizia europea per contestare l’esposizione del crocifisso nei locali pubblici.

“Una scelta difficile, ma che facemmo anche per riaffermare il principio che ogni nazione ha diritto di mantenere che la religione è una parte importante della nostra cultura, non solo le condizioni personali, ma è parte dell’identità”, racconta ad ACI Stampa Vytautas Ališauskas, che al tempo del processo era ambasciatore di Lituania presso la Santa Sede.

L’Estonia, da parte sua, è rimasta più in disparte, ma ha mantenuto la fede, nonostante anni di buio. Grande spinta evangelizzatrice fu data dal vescovo Eduard Profittlich, primo amministratore apostolico di Estonia, gesuita che morì martire, in prigione: la fase diocesana della sua causa di beatificazione è in via di conclusione.

Ma ci sono anche altri martiri del periodo sovietico da ricordare: il Beato Giorgio Matulaitis, Ordinario di Vilnius dal 1918 al 1925, l’Arcivescovo Julijonas Steponavicius, impedito nella sua missione dal 1961 al 1988, quando finalmente poté riprendere la guida pastorale dell’Arcidiocesi; l’Arcivescovo Mecislovas Reinys, nominato coadiutore di Vilnius nel 1940, arrestato nel 1947 e morto martire nel 1953 nella prigione di Vladimir, in Russia.

Sono tutte queste le storie che si incrociano in questo viaggio di Papa Francesco. Storie che rappresentano uno spaccato di quel mondo oltre la Cortina di Ferro che rappresenta un polmone cattolico rimasto troppo spesso nascosto, una Chiesa del silenzio che ha dovuto patire il martirio e che oggi sa cosa significa vivere la fede. Ma ha bisogno, più che mai, di alzarsi ancora una volta, per superare il dolore delle cicatrici e riprendere definitivamente in mano la loro identità.

(1 – continua)

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